LA CASA DEL GUARDIAMACCHINA E ALTRE STORIE

 

Come il racconto di una psicoterapia può farsi «novella» per fotografare tragiche vicende umane.

«La casa del guardamacchine sta nel centro di Palermo, a due passi dal Tribunale. Si compone di un’unica stanza dove nessuno da tempo (così si dice, almeno, nel quartiere) ha più il permesso di entrare e dove vivono (pare, forse, si dice e si sa) due bambini figli di un guardamacchine morto sei mesi fa: insieme, dicono, alla donna che con lui li ha fatti.» Pietro e Rocco, i due bambini del guardamacchine, vivono in quella stanza «mangiando e dormendo, giocando e dormendo, mentre la madre si aggira fra le giacche e le calze, fra la porta e il letto, cucinando e ordinando, rammendando e rammentando sotto lo sguardo vigile di due televisori immensi e sempre accesi».

Pietro e Rocco, le due Elisabette, Luca, Adriana, Assunta, Silvio e i suoi fratelli sono tra i protagonisti di queste storie di abbandono, di emarginazione, di follia, di amore e di solidarietà che hanno il fascino dei resoconti clinici esposti «in forma di novella», ben noto ai lettori di Freud. Attorno ai bambini, i loro genitori e familiari, e gli operatori di un servizio di psicoterapia, impegnati nel tentativo di usare sé stessi per costruire la fattibilità di incontri reali con uomini e donne cui le combinazioni della vita hanno enormemente ridotto le possibilità di parlare e di comportarsi come soggetti».

 

 

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