L’«uomo di cultura» e chi «sa di non sapere». l’Unità 04.08.03

L’«uomo di cultura» e chi «sa di non sapere». l’Unità 04.08.03

Agosto 4, 2003 2001-2010, interventi 0

Caro Cancrini,
non pensavo di vedere pubblicata la mia lettera a così lunga distanza di tempo, dato che quando si scrive per lo più lo si fa sull’onda di fatti e di emozioni delmomento. Uno sfogo occasionale, fine a se stesso magari. Se poi c’è una risposta, tanto meglio. E la tua risposta mi ha fatto ovviamente piacere. Solleticando quel po’ di narcisismo che, in modica quantità, ritengo sia lecito avere, e dando un senso ai miei pensieri, che credevo datati, riattualizzandoli e mettendoli in circolo in direzione di chi volesse commentarli. Certo ora la situazione è, se possibile, ancor più deteriorata. Questa disgraziata Italia pare essere un barile senza fondo da raschiare. Con l’inaudito attivismo della re(sempre meno)pubblica nel
fare pastrocchi, nel cavare roventi castagne dal fuoco. Ben venga allora il tuo auspicio di chiusura: gli
uomini che fanno cultura hanno il dovere morale di capire, denunciare, mobilitarsi. Finora, a mio parere, l’hanno fatto in pochi. Vuol dire che ci sono pochi uomini di cultura? O che fra loro ci sono troppi
distratti /opportunisti /codardi? Ma può un uomo (e una donna)
permettersi di non essere coraggioso/a?
Ti ringrazio di cuore e facciamoci
tanti auguri.
M. Gaggiotti

Quello su cui dobbiamo intenderci, credo, è il termine “uomini di cultura”.
Siamo cresciuti un po’ tutti all’interno di un’illusione per cui il possesso di un certo numero di competenze specifiche (da ingegnere o da medico, da avvocato o da sociologo) sancito da una laurea
si impianta naturalmente o necessariamente su una preparazione di base che permette alla persona
di definirsi colta. La visione del mondo propria di quelli che hanno studiato sarebbe in qualche modo più alta, da questa prospettiva, meno condizionata dal pregiudizio e dalle emozioni. In linea con la fantasia di Platone, l’uomo che ha studiato avrebbe più capacità di dominare con la forza della ragione la forza delle sue passioni.
L’esperienza concreta della vita insegna che questo non è affatto vero. Lo studio e i titoli che ad esso
si collegano sono sempre più spesso armi per combattere meglio gli avversari nella grande arena della
vita. Consentono, entro certi limiti, di ottenere dei privilegi cui non è mai facile rinunciare. Il piccolo
borghese studiato e descritto da Sylos Labini negli anni settanta, l’arrampicatore, quello che si pone come scopo della propria vita di prendere tutto quello che è possibile e comunque un po’ di più di quello che riesce a prendere il suo diretto concorrente comincia spesso proprio dallo studio. La scuola e l’università sono, per lui, luoghi di competizione invece che di collaborazione. L’attività professionale è, per lui, soprattutto un modo di emergere, di liberare e soddisfare i suoi bisogni narcisistici, di costruire un’immagine di sé temuta e rispettata. Vi sono analogie importanti, da questo punto di vista, fra il narcisismo grave di alcuni politici e quello dei professionisti che stanno loro intorno. Portando come un dono le loro competenze, aspettandosi riconoscimenti di ogni tipo: economico, morale e di prestigio.
L’uomo di cultura non ha o non dovrebbe avere nulla a che fare con tutto questo. “So di non sapere” diceva orgogliosamente Socrate e l’umiltà di chi conosce i limiti della propria intelligenza e la complessità non risolvibile dei problemi con cui essa si confronta è sicuramente la prima dote di un uomo che può essere definito tale.
Lavorare in gruppo senza mai sentirsi un genio è la caratteristica più importante nelle persone che hanno qualcosa di nuovo da dire nella ricerca scientifica moderna. Quello di cui c’è bisogno per sentirsi persone dotate di una certa cultura è prima di tutto, a mio avviso, l’equilibrio. Qualcosa che dipende in fondo dal modo in cui siamo stati allevati nei momenti cruciali del nostro sviluppo. Il narcisismo patologico, alla fine è la manifestazione sgradevole ma obbligata di un errore compiuto a questo livello. È il sintomo di uno squilibrio personale doloroso per la persona e per chi gli sta intorno.
Mi è capitato nel corso della vita di frequentare molti ambienti.
Dall’università all’ospedale, dall’esperienza politica ai mille mondi cui una professione come la mia permette di accostarsi, quello che mi ha sempre colpito è il rapporto che lega la tendenza delle persone a presentarsi o a rappresentarsi come persone dotate di una cultura che gli altri dovrebbero riconoscere con la sostanziale vacuità della loro preparazione. Una preparazione, che può essere, a volte, valida o validissima su settori molto specifici ma che difetta sempre della capacità di inquadrare le situazioni, di cogliere i contesti e le sfumature, di avere una conoscenza umanamente convincente di sé e degli altri. Si potrebbe dire parafrasando George Bernard Shaw che chi ha una cultura la usa e chi non ce l’ha la rappresenta. Gettando fumo negli occhi degli altri. Tentando di dare risposte rassicuranti alla propria profonda insicurezza. C’è poco da stupirsi in queste condizioni del fatto per cui spesso gli uomini che pensano e dicono di essere uomini di cultura siano di fatto dei servi sciocchi nei confronti di chi, in un certo momento, incarna per loro l’idea del potere. Il tempo di Berlusconi è, da questo punto di vista, un tempo molto simile a quello di Mussolini, di Hitler o di Bush. Istintivamente portati a salire sul carro del
vincitore gli uomini che identificano i valori della cultura con quelli del proprio vantaggio personale si
dimenticano facilmente delle finalità proprie del loro ruolo. Giornalisti, professori universitari, avvocati, medici, economisti si schierano compatti in difesa di chi può dar loro qualche vantaggio e qualche riconoscimento. L’appello rivolto agli uomini di cultura riguarda, a mio avviso, altre persone. Riguarda tutti quelli che faticosamente si interrogano su se stessi e sul mondo, sulla complessità della politica e sulla difficoltà di capire quello che succede.
Molte di queste persone sono oggi, purtroppo, fuori dalla vicenda politica, se ne sentono estraniate e
lontane. Per responsabilità che sono di tutti e di nessuno ma con un risultato terribile: quello che corrisponde all’assenza sostanziale di fiducia nella possibilità di fare qualcosa di utile, di davvero utile, votando e partecipando,scambiando idee e prendendo posizioni. Sta qui, nella non partecipazione di troppi uomini di cultura alla vita pubblica, nel loro generale scoramento, nella scarsa fiducia che essi dimostrano nella rappresentanza politica uno dei punti deboli della democrazia nel nostro tempo.

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