Una legge per contenere le mutilazioni genitali femminili- l’Unità 07.07.03
Caro professor Cancrini,
come saprà, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità, nel mondo vivono circa 130 milioni di donne che hanno subito mutilazioni genitali (Mgf) ed ogni anno circa 2 milioni di bambine subiscono la stessa sorte. Purtroppo questa pratica, lesiva dei diritti fondamentali dell’essere umano, si sta diffondendo sempre di più anche in Italia.
Una donna sottoposta a Mgf può presentare una sintomatologia legata, oltre che all’apparato riproduttore (infezioni pelviche, dismenorrea, difficoltà nelle mestruazioni con stasi ematica), infertilità (infezioni delle tube di falloppio, salpingiti e infezioni dell’ovaio) anche problemi legati all’apparato urinario (infezioni urinarie ricorrenti, difficoltà del passaggio e ritenzione delle urine, minzione dolorosa, ecc.).
A questo quadro sintomo-patologico si aggiungono disfunzioni che riguardano la sessualità, ad esempio rapporti sessuali dolorosi con conseguenti ripercussioni sul rapporto di coppia.
Le Mgf subite dalle donne conducono a problemi nella gestazione e al momento del parto che non riguardano solo la partoriente ma anche il feto. Il tessuto cicatriziale generato dalla mutilazione, essendo resistente, può impedire la dilatazione del canale del parto con conseguente inerzia uterina, dovuta a un travaglio prolungato e problemi fetali (asfissia e danni cerebrali).
Altre immediate e importanti complicazioni possono essere emorragie e infezioni con esiti a volte letali, le complicazioni post-mutilazioni sono dovute alla risoluzione delle ferite attraverso aderenze labiali, cicatrice dolorosa, cisti del clitoride, calcolo vaginale, infertilità, emorragia intraparto, ostruzioni, difficoltà in operazioni minori come la visita ginecologica.
In rapporto a tali considerazioni ed in considerazione dell’attualità del problema, l’Associazione italiana per la Ricerca in Sessuologia (Airs), di cui sono Segretario generale, ha presentato una proposta di legge volta al contenimento della pratica delle mutilazioni genitali femminili. Essa prevede:
a) l’attuazione di campagne di informazione e la promozione di dibattiti tematici transculturali;
b) l’istituzione di specifici servizi riabilitativi: medici, psicologici e sessuologi, con annessa consulenza giuridica;
c) l’istituzione di corsi per la formazione e l’informazione degli operatori sanitari, parasanitari e gli insegnanti;
d) l’introduzione di una nuova normativa penale.
Lei è d’accordo con questa nostra proposta?
Annalisa Pistuddi
Il problema segnalato dalla proposta di legge sulle mutilazioni agli organi genitali femminili è un problema delicato e complesso. Da affrontare con serenità e stando ai fatti. Da sottolineare per il suo evidente valore di grande questione di principio.
L’incontro fra culture diverse reso possibile dallo sviluppo dei mezzi di trasporto ha determinato reazioni assai diverse nel tempo. Quando Colombo arrivò in America, considerare inferiori, primitivi e da evangelizzare i popoli che vivevano nel nuovo continente sembrò del tutto naturale alla gran parte degli europei. Il rispetto per le religioni e per le opinioni degli altri, la consapevolezza del fatto per cui ogni cultura e ogni civiltà hanno la loro importanza e i loro meriti è cresciuta lentamente nel corso dell’800 a
livello soprattutto degli ambienti intellettuali più laici e più sofisticati e ha dato luogo, nel ‘900, allo
sviluppo di una convinzione basata sul relativismo culturale, sulla necessità di sospendere il giudizio (basato essenzialmente sul confronto) sulle abitudini, sui riti, sulle leggi, sulle visioni del mondo caratteristiche di contesti che conosciamo poco. Ogni comportamento umano va compreso e spiegato, si diceva, tenendo conto del contesto che lo produce e/o gli dà senso. La diversità, a qualsiasi livello essa si esprima, non deve portare alla formulazione di confronti basati su giudizi di valore: i criteri su cui tali giudizi si basano, infatti, sono anch’essi inevitabilmente relativi. Dipendono dal contesto culturale in cui è cresciuto colui che li formula.
Un passaggio ulteriore in questa direzione e un parziale ridimensionamento dell’approccio basato sul relativismo culturale «totale» viene suggerito, oggi, dai problemi collegati alle forme nuove che ha assunto la globalizzazione.
Si pensi soltanto alla mortalità infantile e alle sofferenze atroci dei bambini che non possono essere curati per malattie curabili in altri luoghi o contesti più «avanzati». Ci si convincerà facilmente del fatto per cui quello delle morti dei bambini non è un elemento caratteristico e da rispettare di una cultura diversa dalla nostra ma solo il risultato della miseria in cui un grande numero di popoli vive ancora oggi a causa di una distribuzione ineguale ed ingiusta delle ricchezze del mondo.
Nel momento della integrazione forzata legata ai movimenti migratori, molte altre abitudini difficili da rispettare vengono fuori.
Un esempio clamoroso di queste diversità è quello legato all’idea per cui chiedere l’elemosina per strada è «normale» per molte famiglie Rom che preferiscono spingere i bambini all’accattonaggio invece che a scuola. Quello di cui queste famiglie non tengono conto, mi pare, è il danno che esse, con maggiore o minore consapevolezza, determinano nei loro bambini. Da noi e in tutti i paesi del mondo occidentale il diritto allo studio dei bambini va tutelato comunque, anche nei confronti di una famiglia inadempiente:
italiana o straniera e, dunque, anche a livello dei bambini Rom.
Proponendo un principio per cui esistono diritti di base, da rispettare in ogni caso, che non possono
essere considerati nell’ottica di un relativismo culturale. Il progresso esiste e va difeso, infatti, anche se ci sono a volte valori che vanno difesi dalla invadenza inaccettabile di un falso progresso.
Il caso delle mutilazioni genitali femminili rientra sicuramente in questo ambito. Le mutilazioni non corrispondono ad alcuna finalità riconoscibile, neppure di tipo religioso. Propongono in modo distorto e terribilmente efficace la possibilità di liberare gli impulsi aggressivi inconsci che (Freud lo ha studiato e dimostrato per primo) i genitori vivono nei confronti dei loro bambini e, in modo particolare, delle figlie femmine. Intervenire con una legge che, utilizzando configurazioni di reato già previste dal codice penale sulla punibilità di una «lesione da cui deriva una malattia o un indebolimento permanente di un organo» (articoli 582 e 583 del codice penale), estenda con chiarezza la normativa alla «lesione personale di organi genitali femminili» significa semplicemente dire che vige, per i cittadini che vengono dai paesi in cui tali mutilazioni sono più diffuse, la stessa normativa già esistente per tutti gli altri cittadini del nostro paese.
In nessun modo si può pensare che questa sia una norma che sancisce la superiorità di una cultura
su un’altra cultura. Il riferimento etico di questa normativa va cercato, infatti, molto semplicemente a livello di quella dichiarazione universale dei diritti umani su cui si fondò, nel 1949, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Il consenso sulla vostra proposta dovrebbe essere dunque, a mio avviso, pieno, totale, subito «bipartisan». Così come è accaduto in questi giorni in tema di condanna della tratta delle persone e della riduzione in schiavitù: argomenti su cui si è realizzata una convergenza positiva di vedute e di posizioni fra tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento.
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