La solitudine dei bambini vittime di abusi- l’Unità 09.06.03
Caro Cancrini,
la bambina di otto anni che ci è stata data in affido ha subito un abuso sessuale nell’ambito della famiglia da cui proviene. I tempi dei processi, penali ed amministrativi, sono “naturalmente” lunghi e, ci è stato detto, non consentono per ora di renderla adottabile. Se sarà, sarà, chissà quando e chissà con chi o da chi. Nel frattempo lei soffre indicibilmente, propone un disperato bisogno di affetto ad una serie di periti che costruiscono un rapporto con lei soprattutto al fine di capire se le cose che dice sono vere e che scompaiono dopo aver scritto le loro relazioni. Noi, genitori a metà (o per un terzo) abbiamo paura per lei e per noi. Si può fare qualcosa?
Lettera firmata
Sono Direttore Scientifico ormai da cinque anni di un Centro a a favore dei bambini maltrattati e o abusati e delle loro famiglie istituito dal Comune di Roma. Abbiamo avvicinato sin qui le storie di quasi trecento bambini.
La vostra lettera descrive bene la situazione che ho conosciuto insieme agli operatori del Centro ed ha
il merito di aprire uno scenario di cui pochi hanno voglia o piacere di parlare.
Quando si parla di bambini, l’idea che una società come la nostra dimostri una distanza così spaventosa fra quello che si fa e quello che si dovrebbe fare non piace a nessuno, forse, perché fa sentire in colpa. Parlarne troppo, saperne troppo, renderebbe difficile godersi il mondo ovattato e opulento dei bambini che stanno bene e dei genitori impegnati a farli stare meglio che si può. Pop corn e figurine, cartoni animati e vacanze diventerebbero un po’ meno gradevoli se si pensasse troppo da vicino a un dramma come quello che voi raccontate. Ad una bambina sola con la sua delusione ed il suo dolore, di cui tutti si occupano e con cui nessuno entra davvero in rapporto.
Tranne voi.
Tranne voi dall’interno, tuttavia, di una situazione estremamente difficile. I genitori affidatari, infatti, non hanno nessuna certezza sul tempo che il bambino starà con loro.
Se il bambino o la bambina dovesse esitare nel formulare le sue accuse, se i suoi parenti naturali dovessero riuscire a spaventarlo o a farlo sentire in colpa del fatto che i suoi racconti manderebbero in carcere, se confermati, il padre, la madre, uno zio o un fratello più grande, il processo penale finirebbe con una assoluzione e il bambino tornerebbe in famiglia, pentito e/o umiliato. Gli affidatari che avessero creduto in lui perderebbero qualsiasi possibilità di rapporto con lui. Se il bambino confermerà le sue accuse, d’altra parte, e il processo penale si concluderà con una condanna gli affidatari potrebbero sì chiedere di adottare il bambino o la bambina, ma non avrebbero alcuna garanzia in tal senso. I requisiti richiesti per l’adozione non sono gli stessi di quelli richiesti per l’affido e il buon senso non è sempre alla base delle decisioni dei giudici. Se il bambino restasse con loro dopo la condanna, come spesso accade, senza che si vada ad una vera adozione, d’altra parte, i tempi del senso di colpa
e della ribellione, i colpi di coda del trauma subito tanti anni prima e le loro manifestazioni comportamentali potrebbero rendere assai difficile il loro compito di educatori. Il non farcela, il non sentirsi all’altezza potrebbe portarli allora a rinunciare, a rifiutare il ragazzo ormai adolescente e i servizi da dove proviene. Privi dei diritti di un genitore “vero”, essi sono privi, infatti, anche dei suoi doveri e delle sue responsabilità.
Un discorso analogo vale, alla fine, anche per i periti. Privi di responsabilità terapeutiche essi sono tenuti sì a costruire una relazione empatica (e dunque affettuosa e dunque, per il bambino, carica di promesse di ascolto e di vicinanza) ma non sono affatto tenuti, però a darle seguito. Scritte le loro relazioni (voi lo dite benissimo) essi scompaiono dalla vita del bambino che resta solo con il suo dolore e con una delusione in più. Come se la condanna vera di un bambino che ha subito un trauma così grande fosse quella di dover essere avvicinato solo da adulti (affidatari o periti) destinati ad avere con lui rapporti
parziali, provvisori che escludono autenticità e pienezza di ingaggio emozionale. Questa è la situazione,
cari amici, e la vostra lettera la descrive benissimo con la chiarezza e la malinconia del caso “tipico”. Proponendo una situazione di fatto, sulla scacchiera della vita, che bene si collega con il senso di colpa profondo del bambino vittima di abuso (sono stato io a volerlo? piaceva anche a me? ho tradito? ho rovinato io il matrimonio e la vita di mio padre e di mia madre?) e che impedisce, nel tempo, ogni ipotesi d’elaborazione progressiva del trauma. Favorendo processi di rimozione o di allontanamento dalla coscienza.
Costruendo il fardello che la persona si porterà dentro, la malattia difficile da curare dell’adolescente o
dell’adulto.
Affrontare questo stato di cose è possibile? Io direi proprio di sì. Sapendo quello che si deve fare, però,
e cominciando dal bambino e dal suo bisogno di essere ascoltato sul serio e aiutato sul serio ad elaborare il trauma che ha vissuto. Le cose possono cambiare in modo molto significativo (l’esperienza fatta da noi e da tanti altri prima e dopo di noi lo dimostra con chiarezza) se quello che viene aperto è uno spazio psicoterapeutico per l’ascolto del bambino e dei suoi genitori affidatari.
L’essere umano ha dentro di sé tali risorse, cari amici, da poter affrontare qualsiasi difficoltà se aiutato a
mettere ordine nella folla delle emozioni e dei sentimenti che lo animano o lo mettono in crisi e l’accesso alla psicoterapia significa proprio questo, accesso ad un tentativo, pacato e forte, di fare ordine dentro di sé e fuori di sé, nella geometria e nella gestione dei rapporti più significativi. Anche se il Sistema Sanitario Nazionale non lo prevede e le leggi che dovrebbero introdurre questo accesso stagnano in un parlamento che sembra occuparsi solo dei processi di Berlusconi. Se qualcuno da lì ci sentisse mentre noi ne parliamo così, qualcosa di davvero importante potrebbe accadere, forse, per i bambini che denunceranno domani gli abusi che stanno subendo oggi.
Una seconda cosa da fare, con l’aiuto dei mass-media e perfino dei talk-show televisivi, sarebbe forse quella di mettere sotto i riflettori storie come quella che voi ci avete qui proposto.
Affidandola a degli attori perché la luce dei riflettori fa male ai protagonisti reali di storie come questa e
perché la cronaca non ha il diritto di far male ad un bambino e a gente che vive una vicenda come la vostra ma suscitando un movimento ampio di emozioni, di riflessioni e di proposte sul modo in cui il legislatore e il giudice potrebbero e dovrebbero affrontare questo tipo di problema. Quelli di cui sto parlando qui, tuttavia, sono forse dei mass-media e dei talk-show del tutto irreali: assai diversi comunque
da quelli con cui siamo condannati a confrontarci ormai quasi ogni sera.
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