L’Università malata che contagia gli studenti- l’Unità 19.05.03

L’Università malata che contagia gli studenti- l’Unità 19.05.03

Maggio 19, 2003 2001-2010 0

Caro Cancrini,
sono un vecchio compagno che ha fatto molti sacrifici per iscrivere i suoi due figli all’Università. Mantenerli a Roma mentre studiavano, pagare tasse e libri è stata davvero dura. A distanza di anni faccio i conti con il fatto che nessuno dei due ha preso la laurea e che nessuno dei due svolge un lavoro collegato agli studi che ha fatto. Ne ho parlato con tanta gente, ho cercato di ragionare con i loro amici ma, te lo assicuro, i figli miei non sono degli sbandati, i loro sforzi per andare avanti hanno cercato di farli. Il problema, a un certo punto mi è sembrato quello di un interesse che veniva meno mentre i sacrifici erano sempre di più. Mi sono detto allora, ricordando “La lettera ad una professoressa” di don Milani, che forse il problema non era quello dei miei figli ma quello di una struttura, l’Università, che non sapeva accogliere la loro voglia di crescere sul piano della cultura e delle competenze. Si gioca ancora a livello delle Università quella che era un tempo la selezione di classe?
Fraterni saluti, come si diceva un tempo fra compagni, e auguri di buon lavoro.
Franco Terni

Il fatto particolare di cui tu parli si inquadra, in effetti, in un contesto abbastanza folle. Il sistema universitario italiano, scrivono in questi giorni i giornali commentando dati ISTAT, porta alla laurea una percentuale di studenti che non arriva al 40%. Il che vuol dire, in pratica, che i tuoi due figli fanno parte di quella maggioranza di giovani (6 su 10) che si iscrivono all’Università ma non la finiscono proponendo un
problema che non ha eguali nel mondo e che corrisponde ad un incredibile spreco di risorse, umane ed economiche. Il che vuol dire, all’interno di una esperienza come quella di chi fa la mia professione (che non ha, per fortuna, agganci con la storia tua e della tua famiglia), che quello cui assistiamo, apparentemente impotenti e ormai da anni, è lo sviluppo di una condizione, condivisa da un numero enorme di giovani, in cui quello che si corre è un rischio alto di difficoltà e di devianza, psichiatrica e comportamentale. Che si potrebbe prevenire, che sarebbe necessario prevenire mettendoci al capezzale di questa grande ammalata, l’Università italiana: uno specchio particolarmente drammatico di quelli che sono i mali della nostra società in questa fase della nostra storia.
Notando, prima di tutto, che l’Università non funziona per due ragioni fondamentali. Perché quelli che diminuiscono progressivamente, mentre gli anni passano, sono i finanziamenti su cui basa la sua attività. Sempre ragionando su dati ISTAT, tali finanziamenti sono in ribasso già da anni e la finanziaria 2003 ha toccato il fondo nonostante l’accesa protesta dei Rettori che minacciarono, tutti insieme, le loro dimissioni
quando Moratti, Tremonti e Berlusconi fecero la loro prima proposta. Configurando una situazione in cui l’Italia spende una cifra per studente tre volte inferiore a quella degli Stati Uniti e una volta inferiore a quella spesa dalla Germania. All’interno di un disegno più ampio (quello di cui è protagonista principale la signora Moratti) che punta ad un indebolimento progressivo delle strutture formative pubbliche e ad una valorizzazione progressiva di quelle private. Private e ad alto costo.
Riproponendo l’idea ottocentesca, messa in discussione dal ’68 e dalle grandi lotte del movimento operaio, per cui l’Università serve a preparare i futuri quadri dirigenti scegliendoli fra quelli che possono permettersi di pagarla di più. Riproponendo all’Università, insomma, il ruolo di stabilizzatore e di rinforzo di quella che si chiamava un tempo differenza di classe e che si presenta soprattutto, oggi, come differenza di censo. Come è giusto che sia o è normale che sia quando un governo è di destra perché di destra vuol dire questo: conservazione e difesa delle differenze sociali ed economiche, timore dell’uguaglianza e della parità, delle opportunità e dei diritti.
Sin qui, come vedi, tutto chiaro e, in fondo, semplice. Il discorso si fa più complesso, tuttavia, nel momento in cui si ragiona su quella che è, a mio avviso, la seconda, fondamentale ragione della malattia da cui è affetta l’Università di oggi. Un insieme di strutture che ispira ancora oggi la sua organizzazione ad una suddivisione ottocentesca delle professioni e dei bisogni formativi e che non riesce a prendere davvero sul serio le nuove professioni (il manager, lo psicoterapeuta, il commercialista, l’operatore sociale o il giornalista) per cui quelle che si cominciano a organizzare sono sedi di formazione specifica e professionalizzante fuori dell’Università (pubblica) e che non riescono (almeno apparentemente) a rendersi conto dello spazio sempre più ampio, a volte addirittura siderale, che separa la formazione che porta alla laurea da quella che serve alla pratica di una attività professionale. Continuando a proporre, per restare all’esempio forse più evidente, una laurea in “medicina e chirurgia” a persone che non sono in
grado di fare, con quella laurea, né il medico né tanto meno il chirurgo. Se non a scapito, ovviamente, dei malcapitati che quel diploma dovessero ancora oggi prendere sul serio.
Il perché di questa difficoltà a tenere conto del tempo che passa, delle situazioni che mutano è, a mio avviso, di ordine strutturale e corrisponde, nei fatti, alla assurdità di una situazione per cui la carriera di chi entra nell’Università è regolata in modo estremamente rigido da un gruppo di professori ordinari, inamovibili ed esentati per principio da ogni tipo di verifica sulla qualità del loro operato. Il che vuol dire, in pratica, che molti direttori di istituto scelgono cominciando dal momento in cui danno la tesi di laurea, l’accesso alla scuola di specializzazione e/o al dottorato le persone che possono lavorare con loro. Usando criteri meritocratici se sono intelligenti, onesti e/o fortemente controllati sul piano dei risultati (come accade ancora in alcune facoltà scientifiche) da una comunità scientifica degna di questo nome.
Usando criteri medioevali di vicinanza e magari di letto, di disponibilità all’adulazione e al servilismo in molti (troppi) altri casi.
Costruendo e mantenendo nel tempo reti fitte di complicità, più volte inutilmente denunciate, che
permettono loro di escludere dall’accesso ai livelli alti della gerarchia, quelli in cui si prendono le
decisioni più importanti, tutti coloro che sono potenzialmente pericolosi: perché troppo intelligenti, troppo ambiziosi o perché portatori (il che è più grave ancora) di competenze che il capo non ha e non fa più in tempo ad acquisire. Congelando il sistema all’interno di una rigidità senza sviluppi che lo rende sempre meno competitivo, meno inserito nella realtà del nostro tempo e meno vicino alle esigenze reali degli studenti.
Discorsi come questo, lo so per antica esperienza, destano inevitabilmente reazioni indignate da parte di quei docenti che si comportano in modo diverso e molto più corretto. Nelle isole, importanti e significative che comunque esistono, all’interno del grande mare di routine e di immoralità nel quale l’Università italiana rischia di affogare. Che non debbono essere usate, tuttavia, per difendere un sistema che è, oggi, sostanzialmente indifendibile.
Riportare l’Università alla dignità di struttura che serve a rendere più facile, più equa e più democratica la distribuzione del sapere e delle opportunità formative è impresa di estrema complessità.
Chiede ai Governi che verranno, soprattutto se saranno di sinistra, una revisione profonda della sua organizzazione ed una separazione netta delle persone che hanno competenze da trasmettere con
l’insegnamento da quelle che debbono preoccuparsi di gestire l’azienda universitaria. Preoccupandosi dei livelli di un funzionamento che va misurato tenendo conto della percentuale di quelli che non finiscono gli studi oltre che del livello di quelli che li finiscono.
Chiede l’abolizione dei diritti feudali sulle carriere e lo sviluppo di situazioni per cui quello di insegnare è un diritto posseduto solo da chi ha cose utili e importanti da insegnare: per un numero di anni limitato, possibilmente, e tornando poi, per rifornirsi di idee e di sapere, alle attività professionali da cui proviene. Come accade in tanti paesi del mondo occidentale dove il sistema pubblico funziona (tende a funzionare) seguendo i metodi dell’azienda privata (e con i privati si mette in concorrenza) e mantenendo però un’attenzione che lì non c’è alla necessità di vedere nell’Università pubblica uno strumento fondamentale di distribuzione a tutti di quelle opportunità che sarebbero, altrimenti, riservate ai pochi che vengono
da famiglie, caro Franco, che non hanno dovuto fare, come te, sacrifici speciali per farli studiare. Ricambiando di cuore i fraterni saluti

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