Il vero amico è quello che non ti dà sempre ragione- l’Unità 10.11.03

Il vero amico è quello che non ti dà sempre ragione- l’Unità 10.11.03

Novembre 10, 2003 2001-2010 0

Caro Cancrini,
ascoltavo, mercoledì sera, Zapping di Aldo Forbice. Un ascoltatore ha provato a dire che non trovava
particolarmente strano il fatto che, nell’ormai famoso sondaggio UE, Israele e Stati Uniti venissero considerati come i paesi che più minacciano la pace. Anche chi non è d’accordo, diceva l’ascoltatore, dovrebbe riflettere sul modo in cui vengono percepite, oggi, le politiche dei loro governi. Le risposte di Forbice, Pasquino, Papi e Cervi mi sono sembrate, però, reazioni di fastidio. Dando tutti per scontato che le risposte di quella che è comunque la maggioranza degli intervistati sono assurde, essi si sono divisi, infatti, solo sulle ragioni di tale assurdità: dovuta all’immaturità politica e/o alla cattiva informazione degli intervistati, alla metodologia impropria seguita dagli intervistatori, di cui anche loro si sono sentiti responsabili. Dall’alto di un sentimento di superiorità per quelli che avevano risposto al sondaggio che permetteva loro di usare la matita blu del professore che corregge i compiti in classe. Assumendo un atteggiamento di superiorità che, debbo dirlo, mi è sembrato poco giustificato dalla situazione. Tu
che ne pensi?
Anna Mari

È capitato anche a me, in effetti, di ascoltare Zapping mercoledì sera e di provare fastidio per il modo in cui Forbice ed i suoi ospiti hanno liquidato l’opinione, che a me sembrava intelligente e ben formulata, dall’ascoltatore di cui tu parli. Le cose che ho pensato, successivamente, sono soprattutto due.
La prima, la più semplice, è quella legata al modo in cui Israele e gli Stati Uniti concepiscono il ruolo delle organizzazioni sovranazionali, ed in particolare dell’Onu, nella risoluzione dei conflitti internazionali.
Nel mondo di oggi (a partire, cioè, dalla fine della guerra fredda) Israele e Stati Uniti sono gli unici Stati che sfidano apertamente l’Onu, che non ne ritengono necessario il coinvolgimento, che pensano di potersi disinteressare delle sue posizioni. Che pensano di trovare conflitto, cioè, fra le loro strategie di sicurezza nazionale e le decisioni che vengono auspicate o assunte in sede di assemblea. Dando luogo ad una serie di dichiarazioni e di scelte (la guerra “preventiva” di Bush e il muro di Sharon) di cui oggettivamente sembra anche a me lecito pensare che rappresentino dei rischi importanti sulla via della pace: come più volte denunciato in Israele e negli Usa da una opposizione saldamente ancorata al rispetto del dibattito democratico.
La seconda, più complessa, è quella che riguarda l’immaginario collettivo. Un elemento di cui si dovrebbe tenere conto, da questopunto di vista, è quello per cui, nell’idea diffusa fra gli europei di oggi la pace è un bene supremo e finalmente possibile mentre in quella diffusa fra gli americani (e gli israeliani: si pensi, per rendersene conto, all’ultimo film di Woody Allen dove un anziano ebreo consiglia al giovane scrittore ebreo di acquistare un’arma di cui, non si sa mai, potrebbe avere bisogno) il bene supremo sembra
rappresentato dalla possibilità e dalla capacità di difendersi dalla minaccia «del demonio straniero, dell’anarchico, della cospirazione comunista internazionale, degli agenti del terrorismo internazionale: figure familiari, queste, del sogno ad occhi aperti che domina, secondo un sociologo come Michael Rogin, i politici americani». Un fatto che spiega, forse, perché il terrorismo è sempre stato, nella visione di molti di noi e nella tradizione dei paesi europei, problema da affrontare con operazioni di polizia (o di intelligence) e con iniziative diplomatiche nei confronti dei paesi che ospitano o “favoriscono” l’attività dei
terroristi.
Che l’Eta avesse basi non sufficientemente contrastate fino a qualche anno fa in Francia, per esempio, è stato sicuramente chiaro per molti spagnoli e per i loro governanti. Nessuno di questi ha mai pensato, però, di affrontare questo tipo di problema con una guerra o con la costruzione di un muro. Al modo in cui sono davvero pochi quelli che hanno pensato di affrontare le BR con l’esercito o l’Ira con una guerra contro l’Irlanda.
L’idea di collegare la nascita e lo sviluppo del terrorismo all’esistenza degli “stati canaglia”, di fatto, sembra negare o ignorare l’osservazione semplice per cui chi diventa terrorista è un individuo o un membro di piccoli gruppi che vanno prima di tutto isolati e ostacolati nella loro tendenza e capacità di fare proseliti o di trovare delle complicità.
Se questo è lo scopo da perseguire, tuttavia, quella di cui prima di tutto c’è bisogno è una strategia di pace, non una strategia di guerra o di muro. Poche cose rischiano di compattare grandi gruppi di persone intorno al gesto e al progetto del terrorista come le rappresaglie, il bombardamento più o meno intelligente, l’azione violenta.
Nell’esperienza del nostro paese con le BR, isolamento dei terroristi e lavoro con i pentiti sono stati o no decisivi nel determinarsi di una sconfitta di fatto definitiva?
Nell’esperienza concreta delle decisioni assunte da Israele e dagli Stati Uniti qualcuno può sostenere davvero che i loro interventi abbiano contribuito ad isolare i terroristi ed a favorire la riflessione critica nei loro confronti da parte di chi comunque intorno a loro vive?
Quello che non si dovrebbe dimenticare, e che probabilmente molti cittadini europei continuano a non dimenticare, è che la guerra in Iraq è stata motivata da un discorso falso sulle armi di distruzione di massa e che la tendenza di Sharon a demonizzare un leader come Arafat si basa su vecchi rancori personali più che su fatti accertati. Anche i governi occidentali possono sbagliare, in buona o cattiva fede, insomma, e
l’idea per cui degli errori nella conduzione di macchine di guerra così potenti e così sofisticate come quelle disponibili oggi in Israele e negli Stati Uniti siano più pericolosi di quelli eventualmente commessi da “nemici” che magari sbagliano di più e più spesso di loro ma che di loro sono assai più deboli sembra un’idea, alla fine, abbastanza naturale. Almeno a me.
So bene le critiche che vengono fatte a questo tipo di discorso. Da Giuliano Ferrara e da chi la pensa come lui, per esempio, che mi darà subito dell’antiamericano o dell’antisemita senza capire o senza voler vedere che molti israeliani e molti americani doc pensano e dicono da anni che Bush e Sharon stanno alimentando, con le loro politiche, il mostro da cui si vorrebbero difendere e senza capire o senza voler vedere, soprattutto, che l’amico vero è quello capace di dirti cose che ti fanno riflettere e non quello che ti dà ragione comunque, qualunque cosa tu dica o faccia.
Al di là di queste che sono in fondo stupidaggini, tuttavia, una critica più seria potrebbe essere quella per cui le forme concrete con cui si esprime oggi il terrorismo palestinese e quello di Al Qaeda segnano un salto di qualità delle organizzazioni terroristiche: suggerendo l’idea di una cospirazione il cui bersaglio è l’Occidente considerato nel suo complesso, la sua cultura e la sua capacità di egemonia. Se anche le cose stessero così, tuttavia, quello che io continuo a pensare è che la risposta più efficace a questo tipo di attacco sta nella diplomazia che cerca di isolare i terroristi e nelle operazioni di intelligence dirette ad individuarne i covi, le armi, i rifornimenti e i legami.
Il modo in cui, concretamente, l’intervento di Bush in Iraq e le scelte di Sharon in Palestina hanno peggiorato, finora, i problemi cui tentavano di porre riparo mi sembra sia sotto gli occhi di tutti.
Così come sotto gli occhi di tutti mi sembra vi sia la validità dell’idea per cui quella di cui c’è bisogno è una grande offensiva di pace: un’offensiva che non deve essere affidata ai militari e alle loro armi ma a persone capaci di centrare la loro attenzione e i propri sforzi sul tentativo di impedire ai terroristi di trovare appoggi, consensi, aiuti. Ponendosi il problema di capire come è possibile evitare che un giovane uomo o una giovane donna decidano di trasformarsi in un kamikaze e facendo tutto quello che è concretamente possibile per evitarlo.
Quello di cui sono convinto, cara Anna, è che se Stati Uniti, Israele ed Europa mettessero davvero in moto tutte le loro risorse culturali ed umane oltre che economiche e strategiche per risolvere il problema in questo modo, la ripetizione del sondaggio darebbe risultati molto diversi da quelli che hanno dato tanto fastidio a Forbice e ad i suoi ospiti

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