La vita in carcere non prepara alla vita- l’Unità 07.10.02
Caro Cancrini,
siamo due psicologhe che, tra le varie attività, si occupano di carcere. Lavoriamo in quest’ambito con persone che presentano una dipendenza dalle sostanze e/o problematiche psichiatriche.
Le scriviamo, a proposito di carcere, per iniziare a chiarire un annoso problema etico ed epistemologico sul rapporto tra pena e cura.
Partendo dal significato della pena, si sono sviluppati negli anni tre principali modelli: quello retributivo
(esclusivamente punitivo), quello rieducativo-trattamentale ed infine, ultimamente, ma soprattutto nell’ambito della giustizia minorile, quello riparativo (nei confronti della società). Stiamo assistendo ad un
lento processo per cui tali modelli sempre più vengono intrecciati tra loro. Questo va con un certo livello
di consapevolezza circa l’inutilità, se non il danneggiamento, provocati dall’utilizzo della sola pena detentiva nella cura della devianza.
Inoltre, la consulenza ed il trattamento da parte di équipe di professionisti nell’ambito dei procedimenti penali, sempre più assumono un ruolo importante. Si pensi per esempio agli ultimi gravi episodi di cronaca (ad esempio quello che ormai viene definito il delitto di Cogne) ed il ruolo che le perizie psichiatriche hanno avuto e stanno avendo in questi. Le perizie psicologiche e psichiatriche entrano nell’ambito giudiziario fondamentalmente per valutare le capacità di intendere e di volere dell’imputato e la pericolosità sociale di quest’ultimo. Sulla base anche di queste indicazioni i Giudici stabiliscono le pene per gli imputati. In carcere, sebbene con i pochi mezzi che purtroppo vengono finanziati dallo Stato Italiano, ogni detenuto può usufruire di un trattamento Tutto questo si basa su un presupposto: il reato è un episodio che spesso si inserisce nella vita di una persona che ha delle difficoltà personali, familiari, sociali. Curando le persone, si può evitare che commettano reati.
E qui finalmente giungiamo al nostro quesito: che senso ha che non ci sia un monitoraggio del trattamento del detenuto ed una conseguente revisione periodica della pena e della sua forma?
Silvia Garozzo
Aurora Rossi
Il lavoro dello psicologo nel carcere è stato sempre un lavoro molto duro. L’idea per cui lo psicologo (la
psicologia, la visione del mondo che alla psicologia si collega) comprende e, perciò, perdona, appare a molti in contrasto naturale con le finalità, l’organizzazione (e la visione del mondo che a tale organizzazione si collega) oltre che con lo scorrere più o meno naturale della vita proprio della situazione carceraria. Utile agli occhi del magistrato per valutare il grado di responsabilità di colui che ha commesso
il reato, lo psicologo viene richiesto all’inizio per dare pareri, insieme allo psichiatra, sulla capacità di intendere e di volere, sul rischio di suicidio del detenuto che entra in carcere o, in altri contesti, sulla attendibilità di un testimone o di un accusatore. Le sue competenze e le sue capacità di lavoro non vengono prese in seria considerazione, tuttavia, dopo la condanna, sul lungo periodo della detenzione semplicemente perché la detenzione viene presentata e vissuta come un provvedimento dotato di senso solo all’interno di una visione restituiva della pena.
La ricerca moderna in tema di disturbi di personalità apre scenari nuovi ed estremamente interessanti su questo tema. L’esperienza di lavoro sviluppata soprattutto in Italia con i tossicodipendenti autori di reato che possono usufruire di misure alternative alla pena detentiva in Comunità Terapeutica, con l’istituzione
di sezioni carcerarie speciali a custodia attenuata e quella ormai comune a tanti paesi europei con l’introduzione di pratiche e di competenze psicoterapeutiche a livello delle carceri o degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, hanno permesso di verificare, in accordo sostanziale con la
letteratura internazionale sull’argomento:
a) che la dipendenza da farmaco o da gioco deve essere considerata sostanzialmente come una complicanza (grave) nel percorso di vita delle persone che soffrono di forme diverse di un disturbo
di personalità;
b) che una manifestazione assai più comune di questi disturbi è quella collegata a comportamenti impulsivi e/o trasgressivi: alla messa in opera, cioè, di comportamenti oggetto di sanzioni penali;
c) che il disturbo di personalità alla base del comportamento tossicomanico e del comportamento criminoso è, tuttavia, sostanzialmente lo stesso; il pregiudizio che va smantellato, da questo punto di vista, è quello per cui il comportamento criminoso è una conseguenza della tossicomania: esso si presenta, infatti, solo in una parte ben definita di tossicodipendenti i cui disturbi comportamentali esistono anche in assenza di dipendenza da farmaco;
d) che il lavoro terapeutico centrato sul disturbo di personalità permette, in un numero significativo di casi, di modificare in modo stabile e soddisfacente il funzionamento di una persona sostanzialmente «malata»: attivando in lei risorse e potenzialità che la aiutano a liberarsi dalla dipendenza da farmaco e a mettere in atto strategie di rapporto con gli altriche non rendono più necessario il ricorso a comportamenti di tipo impulsivo, trasgressivo e criminale.
Detto in parole più semplici, gran parte delle persone che arrivano in carcere in quanto autori di reati gravi contro la persona (omicidi o rapine, lesioni gravi su donne o su minori) sono persone che hanno bisogno di cure. Anche se non se ne rendono conto e non le chiedono. Anche se non presentano, all’ingresso, segni evidenti di scompenso psichiatrico.Anche se non è stata accertata, per loro, una mancanza o una diminuzione della capacità di intendere e di volere.
Ho qui davanti a me, mentre vi rispondo, i riassunti delle sedute, individuali o di gruppo, con detenuti autori di reati gravi, incarcerati da anni, che avete pensato di inviarmi insieme alla vostra lettera. Proporli a degli specialisti significherebbe rendere immediatamente chiaro per loro le somiglianze profonde o la
sostanziale identità dei meccanismi psichici in azione nelle persone di cui si dice che sono criminali e nelle persone di cui si dice che presentano disturbi della personalità e del carattere ma che chiedono aiuto per ragioni diverse (dalla tossicodipendenza al gioco d’azzardo, dai disturbi del comportamento alimentare ai problemi di coppia). Proporli ad un pubblico più vasto potrebbe essere un modo di far capire quanto l’utilizzazione di strumenti collegati al moderno sapere terapeutico possono aiutare a capire quello che
succede nel percorso di vita delle persone che commettono reati e a lavorare, sul serio, per un cambiamento della loro organizzazione personale. Dando un contributo decisivo a quella prevenzione del
crimine che non dovrebbe basarsi più solo, oggi, sulla vigilanza e sul controllo.
Con una avvertenza importante, però, di cui occorre tener conto prima di arrivare a delle conclusioni e a delle proposte di tipo organizzativo. Uno degli aspetti cruciali nella organizzazione personale di questo tipo particolare di «pazienti» è quello legato alla difficoltà con cui essi ammettono (riconoscono) quello che non funziona dentro di loro ed il bisogno di aiuto che ne deriva. All’esistenza ed alla avidità dentro di loro (lo dico in termini tecnici ma chiari, credo, a chiunque ne abbia una qualche esperienza) di un Sé grandioso che non riconosce il limite, la regola, l’esistenza e l’importanza dell’altro. Legato all’arresto, al processo e poi alla detenzione, il percorso che essi di fatto compiono mentre si avvicinano ad un controllo di questa parte malata della loro personalità e ad una presa di coscienza sul significato di quello che hanno fatto è un percorso lungo, doloroso e difficile.
Che soprattutto non potrebbe aver luogo (o che avrebbe molte meno possibilità di aver luogo) se la società non reagisse, inizialmente, con una azione di contrasto forte e con la somministrazione di una pena: una pena di cui non sarebbe utilizzato il valore e la potenzialità rieducativa se non venisse somministrata e scontata; una pena che corre continuamente il rischio di restare priva di valore rieducativo anche se la si sconta, però, se la persona (il paziente) non viene aiutata nel suo tentativo di capire e di ricostruire, dentro di sé, il funzionamento delle sue parti malate: facendo partire il suo ragionamento dal riconoscimento della lacerazione profonda che si è prodotta nel momento del suo reato. Comprendendo che questo, il reato, non compromette solo il suo rapporto con l’altro ma anche il rapporto che lui ha con sé stesso, con la propria immagine del Sé e con la possibilità di proiettarla in un futuro praticabile.
Vale la pena di riflettere, partendo da queste considerazioni, sul fatto per cui gran parte delle situazioni in cui si riesce davvero ad aiutare con un lavoro psicoterapeutico persone che hanno commesso dei reati gravi si determinano comunque tardi, quando una condanna è stata pronunziata e, spesso, parzialmente
scontata. Sta nel dolore e nella solitudine del contenimento coercitivo la molla più importante di una riflessione che la persona avrebbe continuato ad eludere se le circostanze della vita glielo avessero consentito. Sta nella crisi personale che si determina nel detenuto o nell’ospite di Comunità nel momento in cui il confronto con sé stesso e con quello che ha fatto non è più evitabile, il punto di partenza di una riflessione che si sviluppa in lavoro psicoterapeutico. Un lavoro di cui andrebbe assicurata la possibilità, al momento giusto, per tutti quelli che hanno commesso delitti gravi e che potrebbe dare un contributo fondamentale alla loro crescita personale.
Sono discorsi utopici? Può darsi. Verità è che spesso il progresso della conoscenza chiede adeguamenti importanti delle strutture e che il regime carcerario, così come è organizzato adesso, non è affatto adeguato alle cose che sappiamo sull’uomo e sul funzionamento della sua mente. Il che vuol dire che nessuno riuscirà a credere più, nel carcere, all’utilità della struttura in cui vive o lavora se non si comincerà a lavorare su modificazioni intelligenti dell’intero sistema.
Nell’epilogo di Delitto e Castigo, Dostoevskji anticipa con straordinaria lucidità il senso di tutto questo discorso: «È passato molto tempo (mesi? anni?) da quando Raskolnikov è arrivato in Siberia per espiare la sua colpa. Si era condannato da solo confessando un delitto, commesso in piena lucidità, all’interno di un
delirio che lo spiegava e lo giustificava e il romanzo si è intrattenuto a lungo sull’efficacia delle pressioni che lo hanno portato a decidere la confessione. Ricostruibile all’interno di un più vasto disegno di ricerca, la sintassi della terapia condotta dal Giudice Istruttore (che condannandolo sottilmente accetta le sue posizioni) e da Sonja (il cui rimprovero senza parole ne dimostra l’inaccettabilità ed il cui amore parla il linguaggio della possibilità di accettare tutto) si muove lungo linee che precedono, confermandola, quella che sarà (nel secolo successivo) l’arte dello psicoterapeuta. Ma la cosa che più interessa, quella che vorrei particolarmente sottolineare qui, è la scansione temporale del vissuto: il tempo lunghissimo e apparentemente privo di accadimenti che separa il momento della confessione (la guarigione fattuale) da quello del cambiamento interno (la guarigione esperenziale: assunzione di un nuovo punto di vista cognitivo, costruzione intorno o insieme a esso di un nuovo ordinamento delle emozioni); il tempo rapido e tumultuoso del cambiamento e il buio felice della mente quando la dialettica cede il passo alla vita». (da Ecologia della Mente, dicembre 1990).
È di questo, credo, che dobbiamo occuparci seriamente oggi. Un mondo ricco come il nostro di occasioni, di consumi, di possibilità, può davvero accettare l’idea per cui dopo il carcere non vi sia ancora un percorso di vita? In che cosa la posizione di chi protesta contro la pena di morte è diversa da quella di chi la difende se non si arriva a occuparsi sul serio della vita di chi da una pena di morte viene protetto o salvato?
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