Droga, lo spot del Governo taglia via tutto un mondo- l’Unità 28.10.02
Caro Luigi,
la nuova campagna di informazione del governo sui temi della droga si presta a differenti considerazioni.
La prima è relativa alla scelta dello slogan: «O ci sei, o ti fai».
Sono, spesso, imperscrutabili le scelte dei pubblicitari e, magari, quello che appare un messaggio chiaro è, invece, imperniato su una serie di messaggi subliminali di tutt’altro genere; la frase è troppo simile ad un modo di dire romanesco: «O ci sei, o ce fai». Lì dove il «ce fai» si riferisce a comportamenti volontari, a farsi passare da scemo ma non esserlo, a fare il furbo. Mentre il «ce sei» ha il significato di comportamenti involontari basati sulla stupidità, sull’idiozia.
A prima vista, quindi, uno scivolone comunicativo che proporrebbe l’alternativa tra il «farsi» da furbo o l’essere scemi (a non farsi).
Sicuramente, vale di più la pena di soffermarsi sul brusco cambiamento imposto alla tradizionale campagna annuale. Un cambiamento che viene marcato dall’abbandono di un linguaggio che (perlomeno nelle intenzioni) era quello delle popolazioni giovanili, per un linguaggio più adulto. Nelle forme e nei contenuti.
Non solo, ma abbiamo l’impressione che si presenti l’uscita dall’uso e dall’abuso di droga come un semplice problema di volontà, di convenienza. Si è più simpatici se non ci si droga, sembrerebbe dire lo spot.
Per ultimo, sembra anche abbandonata la priorità data al target che usa le droghe di sintesi, per un generalizzato allarme sulle «droghe». Ci dici che ne pensi?
Maurizio Coletti
Stefano Giuliodoro
Avete ragione. Il «ce sei o ce fai» del detto romanesco è la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho letto lo spot nel documento che presentava la campagna annuale del Ministero sulla droga e temo
seriamente di non essere stato l’unico, insieme a voi, ad avere questo pensiero. Il problema più importante, tuttavia, è un altro, quello legato al tipo di messaggio che si è deciso di inviare e al tipo di linguaggio che si è scelto di usare. Come voi bene osservate, infatti, questo spot rinuncia al tentativo di
utilizzare il linguaggio proprio della popolazione giovanile e sceglie, al suo posto, un linguaggio adulto, basato su due assiomi fondamentali: quello per cui colui che «tocca» le droghe rinuncia ad esistere (non c’è) e quello per cui smettere di farsi è il risultato di un atto di «ravvedimento» reso possibile da uno sforzo della volontà. Chi tocca le droghe è già un drogato, insomma, e il drogato è un peccatore da redimere. Con tanti saluti ai tentativi di distinzione fra uso, abuso, dipendenza e tossicomania su cui tanto insistono oggi l’Oms, l’Osservatorio Europeo e tutti coloro che fanno ricerca sull’argomento e all’idea per cui il drogato è soprattutto un paziente da curare, una persona che (lo dice una legge dello Stato) «ha diritto alle cure».
Le campagne informative passano, tuttavia, un messaggio promozionale che a me e a voi sembra sbagliato ma può essere tranquillamente il frutto di una visione diversa da quella che abbiamo noi. Il problema più grave è quello relativo al modo in cui lo si è scelto, alla frattura sempre più evidente che si sta producendo fra mondo degli operatori e amministrazione centrale dopo una lunga stagione in cui lo sforzo di collaborare era stato forte e, spesso, utile.
Mi spiego meglio. Il fronte degli operatori attivo oggi in Italia nel settore della tossicodipendenza è un fronte ampio, variegato, complesso. Erogatori di interventi farmacologici e unità di strada, comunità terapeutiche e strutture a bassa soglia, centri di psicoterapia e gruppi attivi soprattutto nella prevenzione sono andati incontro in questi anni a uno sviluppo particolarmente significativo da quando quella che è prevalsa è stata la volontà comune di mettere i loro sforzi «in rete».
Mantenendo la specificità del proprio intervento e rendendosi sempre più conto, tuttavia, della necessità di poter contare sulla specificità del lavoro degli altri. Sta nella capacità di rendersi conto del fatto per cui nessuno ha in mano una ricetta sicura per tutte le situazioni che hanno a che fare con le tossicodipendenze, infatti, il segreto di questo progresso. Sta nella capacità di stabilire dei rapporti diretti e personali di collaborazione fra operatori del pubblico e del privato sociale il valore aggiunto delle attività sviluppate in rete. Quella con cui sempre più spesso la persona dipendente, da sostanze o da gioco, si trovava di fronte, infatti, era la posizione sostanzialmente unitaria e spesso ben coordinata di servizi diversi solo nella misura in cui erano orientati a dare risposte in fasi diverse del suo percorso, o manifestazioni diverse della sua difficoltà. Faticosamente costruita intorno ad una serie di organismi (la Consulta degli operatori e degli esperti, prima di tutto) e di provvedimenti ragionati (l’atto d’intesa Stato-Regioni, l’istituzione di un Osservatorio nazionale efficiente e ben collegato con quello europeo, la definizione di una strategia ragionata per l’utilizzazione del Fondo Nazionale Droga da parte dei diversi Ministeri), questa politica unitaria aveva prodotto, a livello regionale e locale, una serie di iniziative importanti di ordine formativo (rivolte insieme agli operatori del pubblico e del privato sociale) e preventivo (sviluppate attraverso una utilizzazione ragionata del volontariato e delle associazioni culturali di base). Convegni importanti e largamente partecipati sulle questioni emergenti (le nuove droghe) avevano dato il via al coinvolgimento progressivo nelle attività di prevenzione di soggetti del tutto nuovi come i responsabili delle discoteche e delle palestre. Due conferenze nazionali in quattro anni, a Napoli e a Genova, avevano usufruito della partecipazione larga, appassionata e convinta di un numero fino ad allora incredibile di operatori pubblici e del privato sociale: dando luogo a proposte alla base, successivamente, di provvedimenti legislativi importanti e popolari come la cosiddetta legge Lumìa
e di provvedimenti amministrativi (a livello di Ministero della Sanità e degli Affari Sociali) che erano il frutto non di una scelta di vertice ma di una paziente elaborazione delle esperienze maturate nel tempo da parte di chi con i tossicodipendenti lavora ogni giorno. È su questo tipo di routine, fra l’altro, che si era lavorato nelle ultime tre campagne informative, coinvolgendo largamente le strutture di base nella loro organizzazione e nella loro attuazione. Cercando di utilizzare i (pochi) fondi a disposizione per supportare iniziative centrate sulla integrazione delle posizioni e sulla valorizzazione delle idee di tutti coloro che ne avevano.
Dando, su questa strada, a mio avviso, una dimostrazione interessante del rapporto che dovrebbe esserci, in democrazia, fra chi ha il compito di servire sul territorio e chi ha il compito di servire e supportare del Centro.
La cosa che più mi fa rabbia e spavento, in questa fase, è soprattutto il modo, irriverente e frettoloso, con cui questo insieme di esperienze è stato liquidato in quanto frutto di una iniziativa di una sinistra accusata di non avere una posizione ferma sulla droga. Cacciando via senza neppure incontrarli per un sano e normale scambio di consegne tutti i tecnici che avevano lavorato a questo progetto per cinque anni.
Chiudendo, senza preavviso e senza alternative, le convenzioni con il Consiglio Nazionale delle Ricerche che permettevano il funzionamento reale dell’ Osservatorio. Abolendo la Consulta e rieditandone poi, dopo 18 mesi, una nuova, di parte, cui sono state ammesse solo persone piene di rabbia contro quelli che avevano lavorato prima.
Rompendo sostanzialmente i rapporti con tutti gli operatori che avevano partecipato alle attività di questi ultimi anni e qualificati, per questo motivo, gente «di sinistra» e affidando la gestione di tutti i soldi e di tutte le iniziative centrali all’unica struttura che si era tenuta orgogliosamente e ostentatamente fuori da tutte le «reti». Con il risultato di targare San Patrignano (il Presidente del Consiglio è intervenuto in prima persona al convegno che si è organizzato in quella sede) tutta l’attività del Governo. Compresi, oggi, gli spot televisivi che alla filosofia di San Patrignano con chiarezza si ispirano e che vengono presentati in giro per l’Italia da gruppi che non parlano più (come si faceva prima) in nome del ministero committente ma in nome, più semplicemente (e forse più realisticamente), della loro Comunità. Che è una Comunità con una storia e una esperienza importanti ma che ha avuto sempre un limite grave proprio nella sua difficoltà di accettare lo scambio delle informazioni e delle idee, delle esperienze e delle storie.
Il problema vero, a mio avviso, è quello per cui anche qui, come spesso accade loro nel sociale e sui temi del sociale, gli esponenti della destra si muovono con molta (troppa) diffidenza. Perché lo sentono, forse, come un terreno infido, in cui la loro posizione non è naturalmente maggioritaria, in cui potrebbero essere raggirati e imbrogliati.
Il che non è, anche se è veramente difficile farsi capire da chi interpreta e giudica le posizioni senza mai andare sui contenuti. Con il risultato complessivo, oggi sotto gli occhi di tutti, di una paralisi generale, di una paurosa mancanza d’aria nel dibattito su temi che meriterebbero, invece, una grande ricchezza di scambio e di integrazione delle informazioni e delle idee. Come in tanti, e finora inutilmente, continuiamo ad auspicare
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