Facciamo esplodere lo scandalo delle carceri- l’Unità 25.11.02

Facciamo esplodere lo scandalo delle carceri- l’Unità 25.11.02

Novembre 25, 2002 2001-2010 0

Ci sono decine di migliaia di persone rinchiuse nei penitenziari italiani che vengono private non solo della libertà, ma anchedi diritti fondamentali. L’affettività, la salute, il diritto alla difesa, la stessa dignità di queste persone è quotidianamente compromessa e spesso conculcata da un sistema penitenziario obiettivamente al tracollo.
Una situazione decisamente «critica e ormai al limite», come ha ammesso nei giorni scorsi il ministro della Giustizia: quasi 56.000 reclusi per 41.798 posti, crescita dei suicidi e dei gesti di autolesionismo, mancanza addirittura delle medicine di base per curare i malati (15.000 detenuti con virus epatici, almeno 1400 sieropositivi, tantissimi con disagio psichico). Il sovraffollamento, insomma, non garantisce le condizioni minime di vivibilità e favorisce l’insorgere di gravi patologie. Allo stesso tempo produce condizioni di lavoro stressanti e umilianti per tutti gli operatori penitenziari: agenti, educatori, assistenti sociali.
Ma i reclusi vedono violato anche un altro diritto, quello al lavoro e quello ai diritti sul lavoro: il trattamento economico, le condizioni di sicurezza, le qualifiche e tutto quanto fa parte dello status riconosciuto ai lavoratori all’ esterno non viene riconosciuto e garantito ai lavoratori-detenuti. Compreso
il diritto all’organizzazione e alle tutele sindacali. Di più: il lavoro diventa strumento di veri e propri ricatti e vessazioni. È avvenuto anche nella recente protesta, che ha coinvolto numerosi detenuti di molte carceri: in alcuni casi, coloro che hanno aderito alla protesta si sono visti togliere il lavoro. Nelle carceri non c’è articolo 18, non esiste «giusta causa», non esiste neppure la possibilità di protestare e rivendicare diritti minimi.
È per questo che venerdì 18 ottobre, giorno dello sciopero generale, siamo stati in piazza a Milano a manifestare per chi non può manifestare: le 56.000 persone private di voce nelle carceri italiane, per chiedere anche per loro lavoro, diritti e dignità di cittadini e di lavoratori. Siamo stati in piazza anche per sollecitare una maggiore e pregnante attenzione delle forze sociali e dello stesso sindacato a questo «volto oscuro» del mondo del lavoro e della precarietà.
Per gli stessi motivi, poiché la popolazione detenuta è costituita in larghissima parte dai tanti volti dell’esclusione sociale e delle povertà, giovedì 17 ottobre, a partire dalle ore 21 siamo stati in piazza Santo Stefano a Milano per partecipare all’iniziativa «La notte dei senza fissa dimora», organizzata dal
giornale di strada «Terre di mezzo», e dalla «Federazione italiana organismi per le persone dei senza dimora», in occasione della giornata mondiale contro la povertà: in dieci città italiane, centinaia di persone hanno dormito in strada per ricordare la drammatica condizione dei senza dimora, dei poveri e dei senza diritti. Una condizione di cui le carceri costituiscono un drammatico ed estremo condensato.
Sergio Cusani Sergio Segio

La questione da cui si dovrebbe sempre partire quando si parla di popolazione carceraria è una questione di fondo. Perché si va in carcere? Chi ci va? Chi non ci va mai o quasi mai? Quali sono le regole non scritte che disciplinano l’accesso alle pene detentive? Più in generale: a quale esigenza sociale corrisponde il carcere nel mondo di oggi? Qual è la sua funzione? In che rapporto sta questa funzione reale, concretamente svolta dal carcere, con i principi morali in cui possiamo o tentiamo di riconoscerci e/o con l’idea di giustizia in cui essi si traducono all’interno della società in cui viviamo? Chi sono, alla fine, i carcerati? In che cosa differivano, sostanzialmente, da coloro che non lo sono? Del reato, prima di tutto. Quella che cresce, mentre la ricerca scientifica va avanti, è l’idea per cui le ragioni di un comportamento delinquenziale stanno nella persona, nella sua storia personale, sociale e culturale più che nell’esercizio di un presunto libero arbitrio. Cadono, è vero, le fantasie positiviste alla Lombroso sulla origine genetica o costituzionale della delinquenza. Quello che diventa sempre più chiaro, però, è il rapporto fra l’atto delinquenziale e la vicenda interna della persona. Osservato e studiato da vicino, il comportamento delinquenziale si presenta naturalmente come il risultato di un fallimento dell’integrazione, interpersonale o sociale, legato ad una perdita temporanea, ricorrente o abituale, del suo equilibrio emotivo. Sintomo di quello che è insieme un errore di adattamento e di conflitto non risolto all’interno della persona, il reato si libera lentamente delle connotazioni moralistiche in cui era rimasto finora costretto nella visione, su questo punto convergente, della concezione religiosa e dell’etica «progressista» della borghesia. Chiede di essere affrontato per quello che è.
Chiede (o chiederebbe) una strategia pensata in funzione della sua natura di segnale del disagio da cui un essere umano è condizionato o stravolto. Di cui anche la pena può essere elemento rilevante perché quella con cui ci si confronta quando si lavora con questo tipo di problemi e di patologie è, spesso, la necessità di un lavoro basato sul riconoscimento del fatto e della gravità delle sue conseguenze da parte di persone la cui organizzazione difensiva si basa tutta sulla negazione, sulla capacità di non riflettere e di non vedere l’altro. Di cui la pena non può essere, tuttavia, l’unica componente se non si vuole arrivare a quello che è spesso un puro e semplice peggioramento della situazione: alla trasformazione, cioè, della persona che commette occasionalmente dei reati in una persona che non è in grado più di fare altro, in quello che viene connotato spregiativamente un «delinquente abituale».
Come accade, purtroppo, ancora oggi, in un numero di casi assai notevole.
Del reato che viene riconosciuto come tale e come tale punito, in secondo luogo. In un libro che non sono mai riuscito a far pubblicare in italiano, The crime of Punishment, Karl Menninger, uno
psicoanalista americano, documentava, negli anni ’70, che le infrazioni della legge scritta sono talmente diffuse tra la gente «normale» da rendere praticamente irrilevante il numero dei reati che vengono effettivamente conosciuti e perseguiti. Se si riflette sull’evasione fiscale o sui reati contro il patrimonio commessi «normalmente» negli ambienti finanziari, per esempio, o sul numero enorme delle violenze domestiche non denunciate, quello che ci si trova di fronte è una situazione in cui il reato effettivamente giudicato tale è del tutto occasionale: una occasionalità che dipende da fattori niente affatto misteriosi se si tiene conto (a) della provenienza sociale di chi li commette e (b) del loro potere economico e, oggi, politico. Indagare, accusare o addirittura condannare una persona ben difesa dal punto di vista economico e sociale sottopone i magistrati che hanno il coraggio di farlo ad una tale ondata di reazioni negative da parte di coloro che si sentono solidali con le persone accusate da rendere vero il paradosso per cui quelli che vengono accusati sono alla fine loro, i giudici, e non l’imputato… presentato rapidamente e senza esitazioni come vittima, lui, del loro zelo persecutorio o della loro spietata, ingiustificabile o incomprensibile malafede. Come accade sempre più di frequente in contesti assai diversi:
da Tortora a Sofri, da Andreotti a Craxi, da Martelli a Contrada, l’idea per cui quello che viene inseguito da un giudice o da un mandato di cattura è «uno dei loro» viene sentita come sostanzialmente assurda da chi ha la possibilità di esprimere opinioni sulla stampa o in televisione. Dando luogo ad un problema che, alla fine, sembra proporsi come un problema di appartenenza, di quella persona, ad un mondo che è il nostro, quello in cui ci incontriamo ogni giorno sicuri (più o meno) della nostra rispettabilità. Un mondo che non ha nulla a che fare con quello dei drogati, degli extracomunitari o dei diversi che affollano carceri pensate e fatte, in realtà, solo per loro, come ha scritto efficacemente Marco Travaglio, su questo giornale, giovedì scorso commentando le reazioni del mondo politico, dei giornalisti e degli opinionisti alla condanna in appello di Andreotti.
Del senso da dare alla pena, in terzo luogo. Ragionando, per esempio, sul dato per cui i condannati a morte, negli Stati Uniti, non sono quasi mai di razza bianca o su quello, che viene dal nostro civilissimo e non razzista paese, per cui una maggioranza schiacciante (superiore all’80%) delle 1500 persone rinchiuse negli ospedali psichiatrici giudiziari non è formato da schizofrenici o dai serial killer dell’immaginario televisivo ma da analfabeti, da persone cioè, che hanno commesso reati, spesso assai banali, dall’interno di una condizione personale e sociale caratterizzata soltanto dalla loro spaventosa debolezza. Dalla mancanza di avvocati in grado di aiutarli ad evitare una pena irrevocabilmente trasformata in reclusione psichiatrica, cioè, e dalla loro incapacità, personale e sociale, di reagire in modo adeguato alla condanna subita, alla durezza e alla sostanziale incomprensibilità della loro esperienza carceraria.
È per questo motivo, a mio avviso, che l’appello di Segio e di Cusani va valutato con grande attenzione. Gli occhi di Sergio Cusani, in particolare, sono gli occhi di chi ha conosciuto l’orrore del carcere venendo da un tipo di vita che, abitualmente, non lo prevede e non lo ritiene possibile. La sua esperienza e i suoi racconti hanno il significato e il sapore dello scandalo vissuto, sulla propria pelle, da chi non aveva mai avuto modo di conoscere l’esistenza di un mondo che invece c’è, la cui vita scorre parallela alla nostra, giorno dopo giorno e notte dopo notte. Sottolineando e perpetuando quello che è, nei fatti, il delitto o la follia di una giustizia molto lontano dall’essere uguale per tutti.
Luogo in cui tutte le contraddizioni si incontrano ed esplodono, il carcere è il simbolo di tutto quello che non riusciamo a fare per affrontare il male del mondo. Frutto naturale del rifiuto vissuto in anni decisivi dello sviluppo e riproposto più tardi (l’adolescenza e la giovinezza) da una società profondamente segnata dall’ingiustizia e dalle prevaricazioni del più forte, il reato dovrebbe essere considerato come una forma particolare di sintomo. Da confrontare con durezza affettuosa e partecipe. Da capire e da rielaborare con la pazienza del terapeuta o del compagno di viaggio e di sventura. Costruendo una situazione in cui non si possa dire o pensare che è furbo o fortunato colui che, eludendo il giudizio, elude soprattutto l’incontro con se stesso. Sono discorsi utopici? Può darsi.
Quello da cui dobbiamo partire per cambiare le cose, tuttavia, è un discorso di prospettiva basato su quello che abbiamo imparato fino ad oggi. Facendo esplodere lo scandalo delle carceri nel quadro di un
discorso che comprende la necessità di un rinnovamento profondodella giustizia e dei nostri stereotipi sul reato e su chi lo commette.
Chiedendoci in che modo può realizzarsi oggi (dovrebbe realizzarsi oggi) il discorso che si incardinava più di duecento anni fa sulle parole d’ordine della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. Avendo cura di riconoscere anche in sede di giudizio penale l’intimo legame che c’è fra i tre concetti: nessuno dei quali si regge, alla fine, senza gli altri

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