Lo spettatore-bambino e la morale da bar sport- l’Unità 14.10.02

Lo spettatore-bambino e la morale da bar sport- l’Unità 14.10.02

Ottobre 14, 2002 2001-2010 0

Ho assistito lunedì sera alla trasmissione “Porta a Porta”.
Si parlava dell’incidente probatorio portato avanti al mattino. C’era l’avvocato Taormina che ha preso molto spazio per spiegare le sue strategie difensive. Non c’erano ovviamente i giudici per dire la loro. C’erano invece una giornalista ed uno psichiatra che non avevano consultato le carte del processo e davano pareri che dovevano proporre, probabilmente, una visione un po’ più sofisticata di quella della «gente comune» a
proposito di un delitto che ha colpito drammaticamente l’opinione pubblica. Ascoltavo e mi chiedevo il perché di una trasmissione così sbilanciata sul punto di vista della difesa e così decisa nel dare e reclamare spazio per una notizia sentita come capace di provocare reazioni forti nel pubblico un po’ stanco di una seconda serata.
Vanno ancora così bene per l’audience la morte del piccolo Samuele e le grida dell’avvocato Taormina?
Sono legate a trasmissioni così le notizie sui valdostani che picchiano o tentano di picchiare i giornalisti di “Porta a Porta” che si precipitano nel paesino dove un altro bimbo è morto in circostanze inizialmente un po’ chiacchierate ed apparse poi solo tragicamente sfortunate?
Mimma Colapresti

Avevo guardato anch’io l’inizio della trasmissione di cui mi parla. Non sono riuscito a seguirla fino in fondo, tuttavia, perché sopraffatto, oltre che dalla stanchezza di una giornata di lavoro, da una malinconia che trova riscontro puntuale nella sua lettera. Ben poco c’è da aspettarsi, infatti, da quello che si presenta come uno sfruttamento invece che come un approfondimento di notizie che meriterebbero ben altra capacità di silenzio e di rispetto. Poiché questi sono i tempi, tuttavia, su questi tempi conviene sintonizzarsi. Cercando di capire, nel modo più razionale possibile, quello che sta accadendo, ormai da qualche anno, in tema di informazione e di dibattito televisivo.
Quella da cui vorrei partire, per proporle qui il mio punto di vista, è una trasmissione di successo dedicata al calcio che celebra quest’anno il suo ventunesimo o forse ventitreesimo anniversario, il “Processo del Lunedì” di Aldo Biscardi. Trasmissione che mi capita spesso di guardare perché mi piace il calcio e mi piacciono le chiacchiere sul calcio ma che particolarmente bene si presta, qui, a chiarire quella che è o sembra sempre di più, in tv, lo scopo da raggiungere per ottenere ascolto (audience) e quindi pubblicità e soldi: il sensazionalismo urlato della notizia o del particolare da aggiungere alla notizia senza interesse alcuno alla loro veridicità (le cosiddette «bombe» di Mosca), un’attenzione spasmodica alla denuncia delle «ingiustizie» o degli «errori» commessi da chi ha funzioni di giudice (di arbitro che non può, per ragioni di regolamento intervenire per dire la sua) ed una generale affettuosa ed eventualmente paternalistica tolleranza con quelli commessi dai giocatori, dai tecnici e dai dirigenti che regolarmente e volentieri invece intervengono per dire la loro e, last but not least, un clima della discussione e un livello delle argomentazioni così naturalmente fazioso e così dichiaratamente superficiale da far sentire tutti coloro che ascoltano nel luogo in cui queste discussioni normalmente si tengono, con un filo d’ironia in più, magari, e con un filo di aggressività in meno, nel bar o nello spogliatoio dove gli italiani tutti si trasformano (me compreso) in direttori tecnici o in esperti di mercato. Caratteristiche che stanno diventando sempre più importanti anche per i dibattiti dedicati, invece che al calcio, alla politica o all’attualità.
Le false notizia, prima di tutto, e i falsi scoop. Le «bombe» di Mosca, nel dibattito «serio» sulla vicenda di Cogne sono rappresentate dall’inviato che sta lì sul luogo, dalle smorfie o dalle battute rapide del giudice che sparisce dentro un portone, dalle espressioni del viso con cui i vicini di casa si avvicinano al luogo in cui verranno «torchiati» da Taormina, e da Taormina che si trasforma da avvocato in detective giustizialista alla Marlowe o in vero e proprio giudice sostitutivo di quelli che (lui lo dice con un’aria desolata) il ruolo del giudice non sanno proprio svolgerlo. Nei fatti, nulla di nuovo su un’inchiesta ferma alle conclusioni cui si era arrivati quasi tutti, vicini e lontani, tre giorni dopo che il delitto era stato commesso: gli indizi più gravi a carico della madre, un sentimento di pena forte nei confronti della sua maschera impenetrabile, un tentativo di prendere tempo per capirne di più, per verificare se altri indizi, altre tracce potevano riportare quel delitto nella dimensione meno fastidiosa del delitto compiuto da uno di quei pazzi, maniaci e disumani, che animano e popolano i serial televisivi della prima serata. Nulla di nuovo, dunque, che dia senso alla pretesa di informare il pubblico che di quel fatto sa già tutto e la pretesa o la finzione, tuttavia, di farlo. Facendo esplodere, appunto, le famose «bombe».
Il tentativo resta di portare la rabbia o l’indignazione del grande pubblico sugli arbitri o, pardon, sui magistrati. Colpevoli, di volta in volta, di aver concluso in fretta o di averci messo troppo tempo, di
essere stati o di essere troppo punitivi o troppo permissivi. Come, appunto, gli arbitri di cui mio padre laziale diceva, convinto, che ce l’avevano tutti con la Lazio e di cui Sensi oggi dice, da romanista, che ce
l’hanno tutti con la Roma. All’interno, il tutto, di un sottile (ma neanche poi tanto) tentativo di delegittimare quelli che hanno il delicato compito di far rispettare le regole. Il dibattito deve assolutamente mantenersi sul livello da bar dello sport.
Perché assurdo sarebbe chiedere ad esperti veri se la loro esperienza di lavoro può aggiungere qualcosa a quello che tutti già sanno e perché il parere dei cosiddetti esperti deve servire soprattutto a far pensare, nel rotolare rapido delle immagini televisive, che lo spettatore ne sa quanto loro; che loro, gli esperti, dicono le stesse cose che dico io o che dice mia moglie, mio zio, mio cugino. Gratificandomi di un caldo
sentimento di sicurezza sulla mia capacità di esprimere giudizi. Quelli che solo lui, il magistrato (o l’arbitro), non sa dare. Riproponendo l’idea per cui una società è veramente democratica nel momento in cui magistrati (ed arbitri) non hanno più potere. Perché la verità è sempre relativa e tutti i giudizi hanno, in fondo, lo stesso valore, quelli di chi sa come stanno le cose e quelli di chi non ne sa nulla. Se un certo
giudice non la pensa come me, alla fine, questo non ha nulla a che vedere con la sua conoscenza dei fatti, dipende dal fatto che «ce l’ha con me». Difendermi chiede inevitabilmente, a questo punto, che io possa scegliermi il giudice da cui voglio essere giudicato. Come solennemente affermato, mi pare, da un certo Cirami.
Possiamo sentire rabbia o malinconia di fronte a questo tipo di situazione, cara Mimma, quella cui io non credo è la possibilità di superarla nel breve periodo. Giocata in termini di audience, di popolarità o di voti, la partita fra chi si fa difensore di una giustizia capace di erogare pene a persone di successo o difese da avvocati di successo o di una par condicio delle opportunità televisive è, oggi, una partita assai difficile da vincere. Quella che piace sempre di più e che viene paurosamente rafforzato dai suggerimenti della tv pubblica e privata di oggi, infatti, è l’idea per cui quello che conta non è l’avere ragione ma l’avere successo. Il riuscire a imporre sé stesso, la propria personalità, il proprio potere, la propria bellezza, la propria ricchezza. Tornando al calcio da cui siamo partiti, infatti, l’importante non è giocare bene, l’importante è vincere. Quello che in troppi sembrano aver perso, quello da cui ci si allontana ogni giorno di più organizzando dibattiti di questo tipo è il sentimento di una morale basata sul rapporto con la propria coscienza e con un bisogno autentico di conoscere e di sapere.
Sospeso nel vuoto di una informazione che non informa, di esperti senza esperienze da raccontare, il pubblico televisivo sembra in grado di rispondere, ormai, solo a delle sollecitazioni emotive. Paradosso del tempo in cui la comunicazione è ubiquitaria e facile come non mai era accaduto prima, quelli che mancano sono sempre di più i contenuti. Democrazia finta e ben pilotata dall’altro, la democrazia rappresentata dai dibattiti televisivi sostituisce quella reale delle persone informate dei fatti, coscienti dei loro diritti e dei loro doveri. Trasformata in un immenso bar dello sport, naviga su internet o in televisione. Nel mare di un consenso virtuale: ammiccamenti e zapping, stanchezza e dormiveglia destinati soprattutto ad ammansire o a risvegliare il bambino avido e spaventato che ognuno di noi si porta dentro. Evitando accuratamente la possibilità di un pericoloso (faticoso, doloroso) risveglio della ragione.

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