I bambini ci guardano ricostruiamo la loro speranza- l’Unità 01.07.02

I bambini ci guardano ricostruiamo la loro speranza- l’Unità 01.07.02

Luglio 1, 2002 2001-2010 0

Avevamo detto che per cambiare il mondo bisogna avere un altro modo di guardarlo. E da Porto Alegre
i 15 mila giovani e bambini presenti sono stati una speranza concreta di guardare il mondo con gli occhi dell’utopia. Ma quello che sta succedendo in Palestina, in questa terra non più santa ma piena di odio?
Come possono i bambini di li guardare in modo diverso il mondo?
Quanti i bambini, i ragazzi traumatizzati dalla guerra che li infuria si incontrano nelle città e nei campi profughi palestinesi! Bambini vittime dell’odio, educati all’odio, il cui gioco prediletto è il gioco dello «shahid» del martire. Mimano la morte in battaglia e la resurrezione al grido di «Allah è grande». Le loro storie, le loro sofferenze, gli orrori di cui sono testimoni raccontano di una tragedia che investe i due popoli e che sta trascinando nel baratro dell’odio e della reciproca denominazione le nuove generazioni. Si stanno odiando tra loro i bambini, i ragazzi, soprattutto eccitati dagli adulti, mentre in alcuni filmati di speranza li abbiamo visti, in certi asili, capaci di profonda comunione tra loro. Invece non c’è attacco suicida, non c’è una rappresaglia israeliana in cui non siano rimasti coinvolti e vittime innocenti dei bambini.
Così oggi il giornale parlava del piccolo David, che diventato muto, dopo un attentato suicida in cui ha perso la mamma (lui si è salvato perché era al bagno) si esprime solo a disegni con l’incubo del kamikaze. Chi potrà cambiare lo sguardo di questi bambini colpiti e vittime degli opposti terrorismi? Questo è il dramma terribile che stiamo vivendo questi giorni.
Stiamo togliendo ad essi il futuro perché seminiamo odio tra le generazioni.
E allora la speranza seminata da Porto Alegre? Dobbiamo «pensare globale» per capire, per reagire a misura.
Ho partecipato in aprile ad un convegno importante in Campidoglio intitolato «Clima e povertà – da Porto Alegre a Johannesburg». Johannesburg sarà la città dell’Africa dove a settembre si riuniranno i grandi del mondo, dopo 10 anni da Rio de Janeiro, per dire cosa hanno fatto per il clima e per la povertà in 10 anni.
Non si è fatto nulla!
C’era la rappresentante di Manitese chediceva anche a Monterrey i Capi degli stati ricchi si sono rifiutati di aumentare la miseria degli aiuti che diamo al Sud.
C’era Luisa Arezzo della Legambiente che diceva che a New York, questi giorni, la preparazione per Joannesburg era fallita. C’era un africano del Kenia che ci diceva la desertificazione sempre più grande dell’Africa, nella ineluttabilità della povertà e delle malattie. Un’altra persona dell’Africa, somalo, diceva dell’Africa abbandonata dal Nord nella non democrazia.
Il sindaco Veltroni ci ricordava la notizia, di questi giorni, dello scioglimento sempre più esteso dei ghiacciai dell’Antartide. Tutto ciò ci dice che il mondo sognato e gestito dai potenti è sempre più fallito.
La globalizzazione nel fondo è negativa.
Lo diceva una relazione profondissima di Roberto Della Seta di Legambiente.
Alloro io credo che per ricostruire la speranza nello sguardo terrorizzato dei ragazzi della Palestina bisogna alzare lo sguardo a questa consapevolezza che i grandi, i potenti hanno fallito nel loro messaggio di odio e di egoismo spietato.
Bisogna aiutarli ad andare oltre il male patito o agito, sfidando sino in fondo la cecità dei ricchi e dei potenti, che ci hanno portato a tale baratro di risultati negativi.
Essi sono stati e sono responsabili di questo presente in cui clima e povertà sono i grandi mali, con cui non possiamo più scherzare. Tocca ai bambini, ai ragazzi, ai giovani allora reagire a ciò, se vogliamo un futuro. E un futuro diverso.
Lotta alla povertà, uscendo dai miti. Riequilibrio del clima, responsabilizzando il Nord. Tocca al Nord cambiare.
Questo è lo sguardo che insieme nuove e vecchie generazioni dobbiamo assumere.
Con urgenza. Abbiamo poco tempo.
Don Franco Monterubbianesi
Presidente della Comunità Capodarco
di Roma e Associazione Internazionale
«Noi ragazzi del Mondo»

La cosa insieme più ridicola e più penosa, a Calgary, è l’apparato militare che isolava i grandi (grandi?) della terra dal resto del mondo. Costretti a nascondersi dietro una fitta e costosissima rete di cani e di elicotteri, di soldati col mitra spianato e di guardie del corpo travestite da 007, quelli che dovrebbero essere i rappresentanti delle grandi nazioni democratiche erano circondati dalla diffidenza e dall’ostilità invece che dall’entusiasmo di quelli che da loro dovrebbero essere e sentirsi rappresentati. Forti della validità dei loro argomenti, giovani e meno giovani che manifestano a qualche decina di chilometri di distanza ricevevano applausi, consensi, simpatia. Non avevano bisogno di farsi proteggere nel momento in cui proponevano i loro cartelli, le loro proposte, la loro ironia: malinconica e divertente.
Nessun simbolo potrebbe rendere in modo più evidente di questo il dato fondamentale su cui don Franco insiste nella sua lettera.
La perdita di credibilità degli uomini e dei gruppi che hanno il potere, oggi, di assumere decisioni fondamentali per il futuro di tutti e la mancanza di alternative praticabili nel breve periodo per la incertezza drammatica che caratterizza le scelte e gli orientamenti di quelli, fra gli otto o i nove, che si
richiamano ai movimenti della sinistra storica (da Blair a Schroeder): attestati, oggi, nei fatti, su posizioni molto simili a quelle dei loro colleghi che si richiamano ai movimenti della destra.
La storia di questo vero e proprio dramma che si consuma all’inizio del nostro terzo millennio inizia con la fine della seconda guerra mondiale. Uniti ma fino a un certo punto, i grandi della terra di allora, quelli
che avevano condotto i loro popoli alla vittoria contro l’incubo del nazifascismo, fondarono una serie di organizzazioni internazionali, la più importante delle quali è l’ONU, per favorire lo sviluppo della democrazia ed il rispetto dei diritti umani in tutti i paesi del mondo. Un vero governo sopranazionale dei conflitti politici e dell’economia da parte di tali organismi fu reso impossibile subito, tuttavia, dalla necessità di tenere conto dei rapporti di forza fra le due superpotenze. Il consiglio di sicurezza dell’ONU ed il suo diritto di veto sulle decisioni dell’assemblea saranno la base, la giustificazione formale di quella divisione del mondo in sfere di influenza che caratterizzerà il tempo della guerra fredda. Determinando una situazione in cui l’ONU non poteva di fatto far nulla se in ballo vi erano gli interessi di una delle grandi potenze del mondo: una situazione che prevedeva, cioè, mani libere per l’URSS in Ungheria ed in Cecoslovacchia, per gli USA in Cile e in tutta l’America Latina, conflitti aperti con guerre sempre rigorosamente locali nelle zone di confine dell’Asia, nel Medio Oriente ed in Africa. Con uno svuotamento progressivo delle competenze e delle possibilità reali di intervento dell’ONU: luogo destinato a diventare, già negli anni 50, palestra di nobili discorsi più che luogo in cui dei rappresentanti politici assumono decisioni politiche.
Una spinta ulteriore in questa decisione viene, nei decenni successivi, dallo sviluppo di quello che storici come Hobsbawm hanno definito l’età dell’oro del capitalismo internazionale. La possibilità di muovere sempre più liberamente le tecnologie ed i capitali dai paesi ricchi ai paesi poveri del mondo propone in modo sempre più forte la possibilità di una nuova forma di colonizzazione basata sullo sfruttamento di una forza lavoro a buon mercato e sulla disponibilità di mercati in cui le multinazionali dell’occidente sanno di non dover far fronte ad alcun tipo di concorrenza. Quello che diventa essenziale in questa fase per i paesi ricchi è il definitivo superamento dei vincoli e dei problemi proposti da una assemblea, come quella dell’ONU, in cui paesi ricchi e poveri sono rappresentati tutti e sono dotati tutti, in linea di principio, di una uguale dignità. I tempi sono maturi, evidentemente, per la definizione ed il varo di organismi più semplici, più snelli, meno fastidiosamente legati alla necessità di ascoltare il parere di tutti.
Dei G5, dei G6, dei G8 e dei G8+1 di cui molti esponenti della sinistra hanno sottovalutato, negli anni, la pericolosità e la sostanziale immoralità: accettando di rinchiudersi, con quelli che erano un tempo i loro
avversari politici, in roccaforti circondate da truppe in armi. Accettando incontri in cui si discute di scelte che andrebbero discusse altrove, in una assemblea in cui hanno diritto di parola tutti: anche e soprattutto quei paesi del cui destino soprattutto si discute. Accettando, in questo modo, di rendere evidente, tangibile e in qualche modo naturale la fine delle illusioni collegate alla creazione di organismi sovranazionali forti. Accettando l’idea per cui il diritto a decidere è un diritto che riguarda solo i paesi ricchi e forti. Subordinando le loro scelte a quelle dettate dall’etica (puritana?) del capitalismo: una sorta di darwinismo sociale basato sulla competizione e sulla sopravvivenza del più dotato. Dando un contributo forte, per questa via, a quell’aumento progressivo e gravissimo della distanza che separa la gente dalla politica, i rappresentati dai rappresentanti: simboleggiata, oggi, dalle fortificazioni di Calgary.
È da queste riflessioni che si deve partire, a mio avviso, per dare una risposta che abbia qualche speranza di diventare concreta alle preoccupazioni espresse da don Franco nella sua lettera. I bambini che ci guardano non sono solo quelli su cui si abbatte oggi la violenza dei conflitti non risolti da un mondo che sembra aver rinunciato a darsi strumenti per la regolazione e il controllo dei conflitti. I bambini che ci guardano sono anche i nostri, quelli a cui dobbiamo (dovremmo) spiegare giorno per giorno il perché di quello che succede. Quelli a cui Bush (e Martino e Scaiola e Berlusconi e Bossi e Fini che gli fanno eco, alla ricerca ognuno del proprio tornaconto personale) che il mondo sarebbe meraviglioso (bello e ricco come le loro ville e i loro campi da golf che si intravedono appena sullo sfondo quando affidano le loro dichiarazioni ai microfoni della TV) se non ci fossero i terroristi e i comunisti, i sindacati, i no-globals e gli emigranti in cerca di lavoro. Gente, tutta, che non capisce e non apprezza, per calcolo o per invidia, la nobiltà degli sforzi che loro stanno facendo per cambiare il mondo. Gente che quando parla disinforma o minaccia. Che rende indispensabile il ricorso alla violenza ed alle armi: armi di cui si sa (qui i grandi comunicatori prevedono sempre un sospiro, l’assunzione di un tono accorato e un cambiamento leggero del tono di voce) che sono pericolose anche per chi è innocente ed eventualmente bambino destinato a diventare “danno collaterale” nelle statistiche delle guerre che ogni giorno si combattono nei paesi governati da uomini che non accettano i loro consigli. Consigli di cui si sa che sono sempre leali, affettuosi e, soprattutto, disinteressati.
La facilità con cui questo tipo di favole si diffonde attraverso i satelliti in tutte le case del mondo rende particolarmente difficile, in questa fase, il tentativo di dare risposte più oggettive e più sensate al tentativo di capire da parte dei bambini. Tempi di pensiero unico sono tempi in cui non è per niente facile dire che l’unico modo ragionevole di affrontare il problema palestinese sarebbe quello di sostenere tutti insieme, senza protagonismi o calcoli elettorali, la non competenza dei grandi (grandi?) di Calgary e la competenza piena (valutazione, discussione ed eventuale intervento) dell’ ONU. Su temi come questi, infatti, anche la sinistra è divisa, incerta, piena di distinguo e di incertezze: distinguo e incertezze che rischiano di rendere molto difficile, in questa fase, la costruzione o la ricostruzione di istituzioni credibili in grado di tentare una qualche forma di governo mondiale dell’economia

PDF

About the author

admin:

0 Comments

Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Lascia un commento