I ragazzi in affidamento sono figli di un dio minore?- l’Unità 26.05.03
Gentile professore,
senza ripeterle tutto, le allego qui di seguito la nostra lettera al Presidente del II Municipio, dottor Antonio Saccone (Forza Italia):
Egregio Presidente,
ci rivolgiamo a lei per sottoporle il caso di un ragazzo di competenza del suo municipio. Majeed Mahdi Alì è un giovane iracheno di 18 anni (è nato a Baghdad il 20 ottobre 1984), in Italia dall’età di due anni. Il giovane, di cui se e quando vorrà le scriveremo o le racconteremo la storia, è stato in affidamento presso di noi per un anno (circa dieci anni fa), e per alcuni anni ha frequentato regolarmente la nostra famiglia come famiglia di appoggio ed anche ora continuiamo a vederlo regolarmente.
Ebbene, Majeed, dopo svariate peripezie, allo scoccare dei 18 anni s’è ritrovato per strada. Soffre di disturbi neurologici (epilessia) e, del tutto istituzionalizzato, è incapace di organizzare la propria vita.
È in carico ai servizi sociali di CODESTO MUNICIPIO, che da alcuni mesi (per l’esattezza dal settembre scorso) promette di trovargli un’adeguata sistemazione presso una comunità terapeutica per adulti. Tra qualche giorno l’ostello di via Assisi (per l’emergenza freddo) ove da qualche mese Majeed dorme, chiuderà e Majeed vive nel terrore di finire letteralmente in mezzo alla strada. Noi le chiediamo caldamente di intervenire al più presto.
Dieci anni fa rispondemmo concretamente all’appello del Comune e della Regione in favore dell’affido familiare prendendo con noi Majeed. In questi anni abbiamo sia pure in maniera marginale (o emarginata!) collaborato con le istituzioni (tribunale dei minori, servizi sociali, pronti interventi, case-famiglia, vigili, polizia, carabinieri) e la delusione per la lentezza e spesso l’indifferenza delle istituzioni non ci ha impedito di riconoscere la dedizione, la competenza di tanti educatori e volontari.
Alla fine, però, sembra che abbia prevalso l’indifferenza.
È paradossale che si approntino task force in grado di affrontare i grandi problemi e si sia del tutto incapaci di trovare una soluzione per un giovane diciottenne senza padre e madre (pur avendo un padre e una madre), senza una casa, senza un lavoro, della cui vita siamo responsabili noi adulti (perché tutti l’abbiamo tradito e chi racconterà questa storia non potrà farlo pensando di essere innocente); è paradossale che Majeed cui è stato tolta la madre (da un padre manigoldo), cui è stato tolto il padre (da un tribunale astratto), cui sono stati tolti i fratelli e verso cui lo stato italiano ha forse qualche responsabilità, non abbia una casa, non abbia una vita di relazione, anzi rischi di finire sul marciapiede. È paradossale che a Majeed cui è stato violentemente sottratto il passato si neghi la possibilità del presente che per lui è anche (e soprattutto) la possibilità di pensare, di immaginare il futuro.
Maria Paglia e Franco
A. Meschini
Il caso di Majeed Mahdi Alì è un caso esemplare da molti punti di vista. Tante sono le parole che si dicono in giro, infatti, sullo stato sociale e sul modo in cui tutela i più deboli. Tante le parole e pochi i fatti perché i servizi sociali cui la tutela dei più deboli è concretamente affidata navigano sempre in acque estremamente difficoltose dal punto di vista economico. Offrono servizi minimi.
Si reggono sul lavoro di un numero estremamente limitato di persone prive di mezzi e sovraccariche di responsabilità. Soprattutto, com’è in fondo naturale, quando chi regola con le sue leggi finanziarie la distribuzione delle risorse è un governo di destra. Con difficoltà minori ma notevoli, tuttavia, anche quando quello che governa è un centrosinistra che deve comunque assicurare il rispetto dei parametri di Maastricht e che non riesce mai a porre davvero al centro della sua iniziativa politica il problema degli ultimi. Di quelli che non hanno davvero nulla e che si trovano fuori, per questo motivo, dalla protezione di quelli che sono stati chiamati, in questi anni, ammortizzatori sociali: un insieme di regole e di provvedimenti, sacrosanti, che tutelano la classe operaia e il lavoro dipendente ma che non riguardano in nessun modo quell’insieme variegato e doloroso di persone che integrava un tempo l’idea del sottoproletariato e che si propone oggi in termini ancora più desolanti e rassegnati di marginalità. Di cui Majeed, mi pare, fa parte a pieno titolo.
Il secondo aspetto rilevante, nel caso di Majeed, è quello che riguard il grande tema delle famiglie, delle adozioni e degli affidamenti. Un tema di cui si parla sempre in termini di principio. Un tema di cui si conosce poco, o in pochi, la realtà. Perché la grande richiesta di figli da adottare, caratteristica di una società che è la nostra, si traduce sempre più spesso in una ricerca affannosa di bambini che vengono da altri paesi, da condizioni di povertà e di abbandono legati allo squilibrio fra mondo dei ricchi e mondo dei poveri. Quello che chiedono le coppie, però, è un bambino piccolo e senza legami con la terra da cui proviene. Mentre assai meno gettonato è, in queste condizioni, il ragazzo difficile che vive nel nostro paese, quello che ha ancora in giro dei genitori che potrebbero farsi vivi ad un certo punto o che ha, inevitabilmente, dei problemi di malattia o di difficoltà psicologica. Un ragazzo di cui spesso, del resto, il tribunale e i servizi decidono tardi l’adottabilità sulla base di un pregiudizio diffuso (io lo giudico ancora così) sui legami di sangue e sulla fantasia di un recupero (fatto di guarigione o di redenzione) attraverso il figlio. L’affido di cui voi avete fatto esperienze, cari Franco e Maria, diventa, in molte di queste situazioni, un dramma di difficile soluzione.
Dal punto di vista dei genitori perché il loro compito educativo è reso difficile dalla precarietà del loro
mandato, dalla necessità di agire sotto il controllo dei servizi, dalla carenza di autorità che gliene deriva nei confronti del figlio, dal rischio di affezionarsi troppo («possono togliermelo in qualsiasi momento») o troppo poco («gli vorrò abbastanza bene? avrebbe bisogno, forse, di qualcosa di più?»).
Dal punto di vista del figlio perché la provvisorietà della situazione può diventare insostenibile nella fase in cui la costruzione dell’identità si regge anche sulle possibilità di attaccarli, di metterli in discussione, di marcare la differenza e i contrasti e perché, alla fine, quello che resta, nei fatti, è la possibilità di una cessazione del rapporto, di una restituzione del figlio divenuto troppo «scomodo» ai servizi.
Senza più responsabilità economiche o di altro tipo nei suoi confronti. Figli di un dio minore, i ragazzi
affidati sono davvero, infatti, figli di nessuno nel momento in cui si confrontano, senza aver nulla alle spalle, con la battaglia della vita.
Difficile rispondere, dunque, a problemi come quello di Majeed. Alcune cose semplici si potrebbero (dovrebbero) fare tuttavia, a mio avviso, per renderli meno frequenti e meno duri. Ragionando: (a) sulla necessità di sostituire alla valutazione delle competenze genitoriali l’idea di un intervento di aiuto, basato sulla utilizzazione di competenze terapeutiche; (b) sulla possibilità di dare dei termini a questo tipo di intervento rendendo più snelle e più rapide le procedure che sanciscono, quando l’aiuto non basta, l’adottabilità di un minore; (c) sulla necessità di considerare l’affido come un appoggio rivolto più ai genitori e alle loro competenze che al bambino; (d) sul superamento delle battute tanto in voga sugli istituti religiosi che non vogliono mandare in adozione i bambini per poter percepire le rette (il problema è oggi, semmai, quello di trovare un posto per i bambini senza famiglia) e riandare ad un chiarimento forte sulla lentezza esasperante e sulla contraddittorietà troppo frequente delle decisioni che riguardano la tutela dei minori.
L’ultimo punto, il più difficile, è quello che riguarda i soldi. Assistere decentemente i minori in difficoltà costa. Sostenere terapeuticamente le famiglie che li accolgono, in affidamento o in adozione, è sempre necessario e chiede professionisti capaci e strutture di alto livello. Chiede uno Stato capace di guardare alle esigenze psicologiche di un minore e degli adulti che si occupano di lui con la stessa attenzione e con la stessa larghezza di mezzi con cui si guarda attraverso il sistema sanitario nazionale alle esigenze della loro salute fisica.
Chiede una consapevolezza nuova dell’opinione pubblica e delle forze politiche sui temi di un’assistenza che non deve essere più confusa con la carità. Che deve essere, a tutti gli effetti, difesa e tutela di diritti irrinunciabili della persona
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