Il rischio per le comunità terapeutiche è la chiusura in loro stesse- l’Unità 16.07.01
Cara Unità,
la spiacevole vicenda che mi ha visto protagonista, in quanto obiettore di coscienza, si è verificata appunto in una comunità terapeutica per il recupero (?) dei tossicodipendenti.
In breve, ne sono stato cacciato in malo modo, a suon di sprezzanti e sgarbati insulti (quali gli equivalenti volgari di omosessuale e drogato e raffinati ed immancabili testa di c…) rivolti alla mia persona, dal massimo responsabile della struttura e dal suo braccio destro.
Non contenti, mi hanno invitato a lasciare immediatamente il luogo (isolato ad un’altitudine di 800 mt e ad oltre 10 km. dal più vicino centro abitato) con le mie stesse gambe, di fronte all’alternativa di farlo dietro il «gentile» accompagnamento delle loro pedate nel di dietro.
Questa loro reazione, carica di tracotante ed autoritaria furia ideologica, è stata la loro risposta ad una
mia richiesta di avere un civile colloquio con lo stesso presidente per avere convincenti e sensate delucidazioni, con la sensibilità che pensavo gli derivasse dal ruolo, su alcuni ripetuti ordini «da caserma» ricevuti, con poco tatto, da un dipendente di secondo piano della comunità. Le pretestuose richieste militaresche ruotavano attorno alla presunta impresentabilità del mio aspetto esteriore non consono all’immagine e alla dignità della struttura terapeutica. La mia unica colpa, pare, era quella di portare un paio di piccoli orecchini, un look un po’ casual e, a detta loro, i capelli poco in ordine.
La vicenda mi ha profondamente amareggiato e, una volta terminato il servizio (c/o un altra associazione), l’indignazione per l’increscioso episodio avvenuto, viene da sorridere, in una «cooperativa di solidarietà sociale», mi spinge a chiedervi, da affezionato e appassionato lettore, la sollecita apertura di un franco dibattito sul tanto osannato e sponsorizzato, dai media e dalla politica, universo delle comunità di recupero.
Da parte mia, mi limito a suggerirvi qualche possibile spunto di dibattito desunto, oltre che da alcune modeste ricerche compiute in proprio dopo l’accaduto, dalle informazioni e dalle sensazioni raccolte sul posto durante la mia breve permanenza. Talune di queste strutture sono circondate da un inquietante alone di mistero che pare essere coessenziale e necessario al loro percorso terapeutico.
Spesso impenetrabili ai genitori e alle stesse istituzioni che, ad ogni livello, locale e centrale, e senza distinzioni di colore politico (il comune in cui opera questa comunità è saldamente governato, ahimè,
dalla sinistra), le finanziano copiosamente, si presentano ad un attento osservatore che vi giunga dal mondo esterno come piccoli avamposti di socialismo reale a fosche tinte millenaristiche, tenute insieme dal paternalismo autoritario del santone di turno e da un anacronistico moralismo d’accatto intollerante verso ogni diversità.
Siamo di fronte, in certi casi, a veri e propri ghetti finanziati dalla collettività, la quale, per nascondere la propria cattiva coscienza, cerca così di soddisfare in maniera rozza e certo poco coraggiosa elementari bisogni di normalità e di sicurezza.
Manfredi Marco.
Le Comunità Terapeutiche per tossicodipendenti sono nate quasi tutte intorno a delle figure carismatiche.
Hanno proposto, all’inizio, una parola di speranza nella possibilità di recupero che contraddiceva, con la
forza della ragione e l’ottimismo della volontà, il pregiudizio dei medici e degli psichiatri sulla incurabilità dei tossicomani.
Hanno avuto il grande merito di mettere in primo piano gli aspetti umani della loro vicenda, di riproporre a loro, alle loro famiglie, al grande pubblico l’idea per cui le droghe servono soprattutto a non confrontarsi con dei problemi che possono essere affrontati anche in un altro modo: utilizzando il contenimento proposto da un blocco di regole condivise e la solidarietà attiva del gruppo.
I risultati ottenuti con questo tipo di intervento sono stati di fatto e fin dall’inizio, dei risultati assolutamente straordinari.
Strappati a un destino di malattia e di morte, gli ex tossicodipendenti hanno dimostrato una capacità forte di vivere e di restituire, gettandosi a loro volta in una serie di imprese di aiuto.
Cultura, linguaggio ed esperienza delle Comunità Terapeutiche sono diventate parte integrante del lavoro terapeutico con i tossicodipendenti.
L’invio in Comunità è considerato da molti professionisti e da molte famiglie come un passaggio fondamentale di questo lavoro.
La tendenza a mettere in rete i servizi residenziali delle Comunità e quelli ambulatoriali del territorio, sostenuta con forza negli ultimi anni dalla conferenza degli operatori, dalle Regioni e dal Governo, rappresenta il punto di arrivo di un processo di integrazione che ha portato ad un vero e proprio salto di qualità degli interventi terapeutici considerati nel loro complesso: un processo di integrazione che ha corrisposto, sul piano organizzativo, alla introduzione in Comunità di competenze professionali, psicologiche e psicoterapeutiche, al ridimensionamento dei capi e delle ideologie, alla accettazione dell’idea per cui quello che si fa in Comunità è un passaggio utile, a volte fondamentale di un percorso terapeutico che inizia molto tempo prima e che finisce molto tempo dopo.
Poiché non tutto funziona bene, tuttavia, quello di cui dobbiamo prendere atto è che esiste un gruppo, pe fortuna minoritario, di Comunità Terapeutiche che si sono opposte in modo molto forte proprio a questo processo di integrazione.
Rifiutando di far entrare dei professionisti al loro interno e rifiutando di collocare il loro intervento all’interno di una strategia terapeutica più complessiva, queste Comunità si sono strette intorno al loro capo carismatico e ad un piccolo blocco di idee ripetitive e progressivamente sempre meno intelligenti su ciò che è giusto e su ciò che non è giusto fare. Aumentando progressivamente la diffidenza nei confronti di quello che è percepito come «il resto del mondo».
Come ha sperimentato in modo drammatico Marco, l’obiettore di coscienza che con una di queste Comunità ha avuto la sfortuna di incontrarsi.
In termini teorici, il problema è, in effetti, abbastanza chiaro. Si chiudono in sé stessi, abitualmente, i gruppi (le comunità) che funzionano male, che smettono di crescere e di imparare dalle loro esperienze di lavoro.
Più ci si sente insicuri, più si è in difficoltà, meno si cerca e si accetta lo scambio delle esperienze, la supervisione, la richiesta di mettere in rete la propria attività.
Sul piano pratico, tuttavia, il problema non è sempre di facile soluzione. Chiudersi, diventare settari corrisponde allo sviluppo di atteggiamenti più o meno paranoici capaci di esercitare pressioni forti sulle autorità amministrative e sulla stampa. Non c’è nessun rapporto, in questo campo, fra la capacità di lavorare e quella di far parlare di sé ottenendo il consenso dei giornalisti e dei leaders di opinione. Come sanno bene, oggi, gli operatori del settore a cui tocca oggi il difficile compito di isolare e di far chiudere strutture che rischiano di trasformarsi (perché Marco ha ragione su questo punto) in trappole senza uscita per i tossicomani e per le famiglie che con esse entrano in contatto.
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