Canarini e Parsi: «Povertà e borgata c’entrano poco»- l’Unità 29.11.90

Canarini e Parsi: «Povertà e borgata c’entrano poco»- l’Unità 29.11.90

Novembre 29, 1990 1981-1990 0

«Una storia cosi può nascere ovunque. Un “padre padrone”, la sofferenza atroce di una adolescente che intorno non ha nulla e nessuno a cui rivolgersi che si aggrappa all’immaginario di un principe azzurro, di un angelo vendicatore». La storia di Romina, la ragazza di 16 anni che ha chiesto al fidanzato di liberarla dal padre, la psicoioga Maria Rita Parsi la vede così. Le amiche della ragazza hanno deciso di raccontare quello che sapevano: un padre che violentava ripetulamente la sorella di Romina, che picchiava tutti in famiglia. Una storia che andava avanti da tanto tempo.
Una storia cosi può accadere a prescindere dane condizioni economiche e sociali della famiglia. Ma secondo lo psichiatra Luigi Cancrini «L’agiatezza, e soprattutto la cultura, possono, aiutare ad uscire dal dramma prima che si consumi». Comunque, secondo Cancrini e la Parsi, i palazzoni un po’ anonimi dello lacp di Fidene, dove la storia si è consumata fino all’omicidio del netturbino, c’entrano poco.
«La violenza c’è, nelle famiglie borghesi come in quelle di borgata, la classe sociale c’entra poco, -dice Parsi – il primo problema quindi « capire, se è vero quello che raccontano le amiche della ragazza, e penso
che sia vero, perchè quel padre si comportasse cosi con le figlie. In modo tanto atroce. Probabilmente sfogava, un odio da uomo contro le donne, un odio che ha assunto le forme di un malessere psicologico».
«Questo tipo di scardinamento è purtroppo legato al nostro destino di uomini» dice Cancrini- produce l’incapacità di controllare le parti più antichè di se. Nella vicenda drammatica di quella famiglia e di quei ragazzi ognuno probabilmente pensava di avere delle buone ragioni. Cercare un colpevole unico non ha alcuna utilità-. Ma quello che colpisce e deve far riflettere, secondo Luigi Cancrini, «che tutto si sia consumato tra le mura di casa senza che abbia funzionato la rete di solidarietà dei vicini, della gente che pur sapeva. «Giustizia è stata fatta, ma in una maniera tribale – dice Maria Rita Parsi – quella ragazza non ha potuto contare sul territorio, su una struttura che potesse aiutarla a raccontare quello che le accadeva- afferma ancora la psicologa, che in un libro pubblicato dalla Mondadori, “I quaderni delle bambine” ha raccontato 25 storie di adolescenti vittime di violenze dei padri- raccontare è «difficile, e nelle storie che ho incontralo nel corso della mia esperienza professionale i casi di madri e figlie che trovano il coraggio di denunciare e si trovano di fronte ad un commissario o ad un carabiniere che le dissuade sono tante». Il problema, secondo la Parsi, « quello di una cultura maschile diffusa, che giustifica l e violenze. E la psicologa, ricordando i casi di tentate denuncie racconta che spesso, di fronte a una ragazza che accusa il padre di violenze sessuali, il carabiniere a il poliziotto giustifica l’uomo spiegandole che il papà sicuramente voleva soltanto iniziarla al sesso e che comunque denunciando pubblicamente la cosa farebbe soltanto la figura della puttana. «La madre, le amiche e la sorella di quella ragazza non hanno trovato la forza collettiva di denunciare prima ciò che accadeva, – continua la Parsi – il fatto che la ragazza si sia rivolta al suo fidanzalo ha avuto un torte valore simbolico. Nella sua solitudine si è « rivolta al principe azzurro dei suoi sogni, all’angelo vendicatore che nella sua fantasia rappresentava ciò che suo padre non era ». Secondo Cancrini la conclusione di quella vicenda familiare poteva essere diversa, a patto che vi fosse qualcuno capace di intervenire a prescindere dalla richiesta d’aiuto.
«Ma per esempio in una citta come Roma gli assistenti sociali per i minori sono pochissimi, non ce la fanno neanche a stare appresso a tutti i casi conosciuti – afferma – Le periferie sembrano più ricche perchè girano più “Lancia Thema”, ma non c’è stata una «vera crescita culturale. Una stessa situazione avrebbe potuto verificarsi anche in una famiglia benestante e dove la cultura è di casa, ma non sarebbe degenerata: una soluzione diversa si sarebbe trovata». «E’ vero, in quella famiglia tutti avevano un lavoro, non c’era la miseria» -dice Cancrini – ma bisognerebbe sapere come le persone occupano il loro tempo, cosa fanno nella vita. Spesso chi magari ha ottenuto qualcosa in termini di agiatezza economica si sente più spaesato, e a quell’agiatezza non corrisponde un salto culturale».
«Ci tengo mollo, di fronte a questi casi, – dice la Parsi – a sottolineare come le nostre istituzioni non abbiano fatto nulla per prevenire, per dare i mezzi a chi si trova in queste situazioni di trovare il coraggio
per uscirne». Denunciare un padre o un marito, oppure trovare la forza di lasciarlo, « è già difficile psicologicamente, sostiene la psicologa. «Che le amiche di quella ragazza abbiano deciso di raccontare, almeno ora, « già importante, ma « assurdo che debba sempre tutto uscir fuori solo graziealla volontà soggettiva, dopo che l’irreparabile « avvenuto, mentre. dovrebbero esserci delle strutture aperte, capaci di
rendere giustizia prima che il dramma si sia consumato»

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