Cancrini racconta tredici storie, oltre l’abbandono- l’Unità 14.06.93
MANUELA TRINCI
Palermo violenta, traversata dallo scirocco e dai venti secchi del Sud o flagellata dal freddo: Palermo
senz’acqua, senza servizi, con le tangenziali incompiute e i rioni ombrosi che si fanno bui; Palermo preda
della disperazione, della rabbia e della rassegnazione, colle luci e coi colori gattopardeschi ancora impressi sulle facciale barocche delle chiese: trionfo di bellezza travolta dall’incuria. In questa città «afosa e dura» Luigi Cancrini, invitato dall’altera sindaco Leoluca Orlando per un progetto-intervento di lavoro terapeutico con le famiglie di minori a rischio, incontra e racconta tredici; storie, che la casa editrice Bollati Boringhieri pubblica adesso, nella collana Varianti, con il titolo «La casa del guardamacchine».
Il racconto clinico si fa in questo contesto «novella» per fotografare tragiche vicende umane, nel disperato tentativo – come ha sostenuto l’autore – che si possa con I’operare terapeutico restituire epicità ed eccezionalità di vicenda umana, unica e irripetibile, al «quotidiano sciatto di vite che si trascinerebbero, altrimenti, nel buio della ripetizione e della noia». Ed effettivamente la memoria di questa esperienza straordinaria dà per un attimo l’illusione di poter superare il varco di una solitudine terribile della muraglia dell’insensatezza.
Le vicende di Alessandro, occhi di adolescente e corpo di bambino che non sa e non può controllare la pipi, di Luca, un sedicenne che si “buca”, di Elisabetta, sgraziata timida con gli occhi acquosi e con l’adolescenza, che la preme sul seno e sui fianchi, e di Lucrezia, quattro anni, solare e bella nonostante
tutto: l’abbandono, l’affido, l’assenza pigra del tempo in cui vive, e poi ancora i venti anni di Adriana, la delinquenza annaspante di Enzo, storia di un tossico dove si intrecciano rabbie e rancori di faide familiari e Silvio e Deborah, vissuta nella follia, e Rocco e Vito orfani del “guardamacchine” sequestrati e chiusi per mesi in una stanza dalla loro propria madre per non impazzire dal dolore, si intrecciano con gli accertamenti giudiziari, con la frettolosita e noncuranza delle pratiche di affido del tribunale dei minori, con la totale assenza di una buona mente di gruppo (psicologi, psichiatri, assistenti sociali, giudici e avvocati) che possa mutare l’orizzonte del paesaggio di rovine con le quali, in questo paesaggio desolato, gli uomini puntellano la propria esistenza. •
Ma non si sa, non é dato di capire quale sia il tempo nel quale si situano queste esistenze, esistenze senza
protezione delle leggende degli avi, del passato, della storia. Fra il presente e il futuro, scriveva Valéry, si erge sempre come un margine insuperabile il passato, il passato che Flaubert diceva «ci mangia troppo».
L’identità del soggetto, il suo rapporto con se stesso costituito dalla sua permanenza nel tempo e nella storia non fi qui garantita. Il tempo collettivo, il tempo stanco, in ognuna di queste vicende, distilla montalianamente veleno e nell’epoca in cui sembra di poter assistere al trionfo del qui e ora, il passato corrode e mangia il presente. Ma qual è allora il linguaggio che può parlare di ciò che è solo possibile?
La parola che può esprimere la realtà di ciò che non è ancora avvenuto?
Se Bateson ha fatto della storia, del racconto un principio generale del pensiero vincente, in molti casi, su
ogni tipo di logica grazie a quella specie di concezione detta pertinenza, Cancrini ha impresso ai racconti un moto ondoso, un va e vieni che ha finito per toccare includere e rendere «pertinenti» accanto ai «testi», i testi di Freud, di Klein, di Kafka, di Tolstoj, di Marx e le geometrie e le macchie di colore di Klee e di Kandinskij.
Con questo Cancrini ha ripercorso e resa attuale la via del racconto e della parola «epica». Ma questi via è anche quella che porta alla riemergenza del sapere per la vita, di un sapere legato all’immagine e all’esperienza, o, come ha detto Saba con le sue «trite» parole, al «cuore». Allora ciò che è periferico appare in realtà come ciò che è stato reso tale da una serie di condotte intellettuali e di valori che hanno oscurato questa via possibile fra le grandi metafisiche positive e le grandi metafisiche negative: la via della praticabilità della trasformazione e del mutamento di cui noi stessi siamo i soggetti. E un barlume di speranza accompagna le parole che chiudono la storia di Luca:
«Verranno finalmente dei tempi più sereni? Finirà davvero bene qualcuna ai queste storie?».
Would you like to share your thoughts?
Your email address will not be published. Required fields are marked *