«L’università è come i vecchi manicomi Un muro di psicofarmaci da abbattere»- l’Unità 12.10.97

«L’università è come i vecchi manicomi Un muro di psicofarmaci da abbattere»- l’Unità 12.10.97

Ottobre 12, 1997 1991-2000 0

Intervista allo psichiatra Luigi Cancrini, che tre anni fa ha polemicamente abbandonato la carriera accademica.

«Oggi – denuncia lo studioso – si è passati al manicomio chimico, il malato viene chiuso in una prigione fatta di alte dosi di
neurolettici e di antidepressivi». E in questo modo, invece di ascoltarlo e capirlo, «si toglie la voce a chi sta male».

Nella premessa all’ultimo libro dello psichiatra Luigi Cancrini, «Lezioni di psicopatologia» edito da Bollati Boringhieri, colpisce la profonda amarezza dell’autore nei confronti del mondo universitario abbandonato
circa tre anni fa) paragonato all’istituzione manicomiale. «Ricordo una discussione con Franco Basaglia a
Trieste
– scrive Cancrini -. Era lui allora a lasciare l’Università, sostenendo che gli operatori psichiatrici dovevano essere formati sul campo, intervenendo sulla pratica del loro lavoro. Che l’Università difendeva interessi legati all’intangibilità del potere medico e che lo sforzo dei “professori” sarebbe stato quello di bloccare, non di favorire, il rinnovamento della psichiatria». All’epoca, il giovane psichiatra romano non si trovò d’accordo con il «maestro» di Trieste: secondo lui l’Università non era senza speranza. Oggi, a distanza di tanti anni Cancrini darebbe ragione al padre della legge 180, poiché «l’istituzione psichiatrica universitaria ha finito per somigliare al manicomio di allora e i muri da cui è difesa andrebbero smantellati».
Cancrini, perché un giudizio così forte e negativo dell’Università?
«Il mondo psichiatrico universitario è dominato in questa fase dalla ”scuola” degli psichiatri di orientamento biologico, le attività di ricerca traggono finanziamenti o direttamente dalle industrie farmaceutiche o, attraverso questi psichiatri, dalle istituzioni pubbliche. Lo stesso vale per i posti di ricercatore, il finanziamento delle riviste, lo sviluppo delle carriere accademiche. Si tratta di un gruppo chiuso che manifesta un’avversione forte per chi come me lo ha messo in discussione. Anche la mia carriera è stata ostacolata: restrizione di tutti gli spazi, impossibilità di avere dottorati di ricerca o qualsiasi tipo di occasione per l’attività formativa. Questo mi ha portatato a presentare una denuncia alla magistratura».
Che seguito ha avuto la denuncia alla magistratura?
«In un articolo pubblicato tre anni fa dal periodico “Avvenimenti” raccontavo alcune circostanze di
una serie di concorsi universitari, davo nomi e cognomi di persone che avevano fatto affermazioni sulla mia impossibilità di accedere al ruolo di professore ordinario. Ma nessuno ha mai fatto denunce per
calunnia. Il magistrato Adelchi D’Ippolito ha indagato per un anno, dopo di ché mi sono disinteressato della vicenda. Poi sono stato querelato da una nota industria farmaceutica perché ne avevo denunciato i metodi di promozione, non del tutto corretti, ma la denuncia è stata archiviata. Questi, però, sono aspetti marginali e simbolici, perché non è che sia importante la carriera di una persona, se non in quanto quella persona è simbolo di qualche cosa».
Lei infatti paragona l’Università al manicomio così come lo intendeva Basaglia.
«Basaglia diceva che il manicomio era uno strumento di allontanamento della voce di coloro che
stanno male, una voce scomoda e problematizzante. Chiudere il manicomio era un modo di esorcizzare
la loro marginalità e la loro difficoltà. Oggi invece del manicomio edilizio si è passati ad una forma di manicomio chimico,nel senso che una persona viene rinserrata in queste grandi prigioni che sono le alte dosi di neurolettico, gli antidepressivi dati senza alcuna misura. Appena una persona dice di stare male, invece di chiederle cosa le sta succedendo, le si risponde con una scarica farmacologica. Il risultato finale è sempre quello di togliere la voce a chi sta male. Certo, i tempi non sono più quelli del manicomio prebasagliano, ma la linea culturale purtroppo le assomiglia molto».
Lei quindi esclude la possibilità che l’istituzione universitaria formi gli psichiatri.
«In realtà l’esclusione già c’è, perché di fatto la formazione psicoterapeutica avviene in scuole post universitarie, a cui si può accedere con la laurea in psicologia o medicina. Ci vorrebbe una legge che stabilisse che per occuparsi di pazienti psichiatrici bisogna avere una competenza psicoterapeutica. Questo è come sostenere che per operare una persona il chirurgo deve lavorare in una camera sterile per non nuocere al paziente. Penso che la cultura corra più delle istituzioni universitarie, le quali un giorno si renderanno conto che stanno insegnando ai chirurghi-psichiatri ad operare senza asepsi».
Oggi chi vuole fare lopsichiatra correttamente, che possibilità ha?
«All’Università impara alcune cose, poi durante la specializzazione universitaria o dopo, deve fare una
scuola di psicoterapia extrauniversitaria. La legge non glielo impone, perché le cose stanno nel modo voluto da chi ha in mano la psichiatria universitaria. Cioè un gruppo di persone molto malate che, loro per
prime, avrebbero bisogno di un aiuto e di una riflessione».
Si riferisce a qualcuno in particolare?
«Cassano è forse il personaggio più aggressivo, che si permette di fare affermazioni di cui non capisce il
senso, ma questo è un problema suo. Potrebbe leggere qualche libro in più e forse una volta a settimana
andare a parlare con qualcuno. Questo gli farebbe sicuramente bene».
Lei dunque non crede più nell’istituzione, getta la spugna, si rifugia nel privato. Mi sembra l’ammissione di una sconfitta.
«Oggi nella nostra Università non c’è nessuno che abbia l’intenzione e la competenza di organizzare dei corsi di formazione in psicoterapia. Ed io non vedo una possibilità di forzare la mano dall’esterno. Il mondo universitario è un mondo chiuso e siccome io avrò da vivere, se tutto va bene, altri venti anni,
vorrei usarli per fare bene le cose in cui credo».
Nella sua lunga esperienza professionale, cosa ha raccolto da chi le ha parlato della propria soffenza
?
«Quando una persona si esprime poco e in modo confuso, l’unico problema che ha l’altro è quello di
moltiplicare la sua capacità di ascolto. Questo è ciò che ho imparato. Di fronte all’improprietà nella comunicazione dell’altro,bisogna evitare di definirla e classificarla e bisogna fare tutti gli sforzi possibili per amplificare la propria capacità di ascolto».
La psichiatria che usa i farmaci è la negazione di quello che lei sostiene.
«Quando una persona viene da te a chiederti aiuto, tutto quello che fa è di delegarti il potere di aiutarla. Il
bravo terapeuta deve restituire questa delega. Se invece, per star meglio, il terapeuta prescrive dei farmaci, non restituirà mai la delega e il potere rimarrà a lui».
Liliana Rosi

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