Ai cittadini serve uno Stato forte. Ai potenti uno Stato complice- l’Unità 29.12.03

Ai cittadini serve uno Stato forte. Ai potenti uno Stato complice- l’Unità 29.12.03

Dicembre 29, 2003 2001-2010 0

Egregio dott. Cancrini,
ho visto il film di Olmi «Cantando dietro i paraventi» e mi sono chiesta se film come questi siano confezionati per farci accettare il mondo per come è o se vorrebbero darci una vaga speranza di poterlo almeno un po’ modificare. Il finale della resa della «piratessa» di fronte alla colossale bocca di cannone non è molto dissimile dal finale di «La vita è bella» di Benigni… anche in questo caso il premio di tanto eroico ardire» è un enorme carro armato, metafora evidentissima di trionfo del potere forte che quando «stravince» ha modo anche di mostrare il suo lato benevolo… «mettiamo dei fiori nei nostri cannoni» è uno slogan che mi è ritornato alla mente quasi automaticamente, ma mi è venuto alla mente anche di aver letto che i cagnolini legati per essere vivisezioanti a scopo di esperimento, come ultimo gesto diano una leccatina alle mani del medico che li sta legando, un istintivo, ultimo tentativo di chiedere pietà… o vogliamo chiamarlo «amore»? Sì, ma teniamone conto quando affrontiamo il tema complesso della violenza e delle reazioni umane ad essa collegate.
Ada Mauri

Ho avuto un’impressione diversa sul finale del film di cui lei parla. Quello che mi è sembrato di capire è che i pirati del film si erano trovati ad essere gli strumenti non consapevoli di quello che oggi potrebbe essere chiamato un gruppo di interessi di cui avevano servito a lungo l’avidità e che aveva poi deciso di
sbarazzarsi di loro con l’aiuto di uno Stato (il vecchio imperatore) che non riusciva a capire quello che accadeva e che combatteva contro i pirati all’interno di una logica di complicità proprio con questo gruppo. Nel finale il nuovo imperatore, che ha preso il posto del padre sembra capire chi sono i veri nemici dello Stato ed offre alla vedovadel pirata ucciso qualche anno prima, la «piratessa», una occasione di pace. Favola di quello che dovrebbe essere sempre «il buon governo» di un paese la storia raccontata da Olmi è, a mio avviso, la storia di quello che i governi dovrebbero sempre fare: distinguendo la violenza di chi ragisce ad una situazione di vita inaccettabile da quella di chi, protetto dal denaro e dal potere, utilizza un altro tipo di violenza, subdola e molto più efficace. Il gioco del potere rappresentato dalla favola è straordinariamente simile, infatti, a quello che si gioca fra lo Stato e i suoi amministratori, i rappresentanti del potere economico e i cittadini. Un’alleanza perversa fra Stato e potere economico divide la gente, suscita violenze che dividono quelli che si vedono privati dei loro diritti mettendoli gli uni contro gli altri, favorisce la pirateria e la demagogia dei piccoli capi. Propone la necessità di un cambiamento legato al rispetto dei diritti di tutti.
Ci sono somiglianze importanti fra gli avvenimenti raccontati nel film e quelli cui ci troviamo di fronte oggi nel mezzo di una crisi che riguarda tutta la civiltà occidentale? Io dire proprio di
sì. A livello dei singoli paesi, storie come quelle di Enron o di Parmalat propongono tutta la pericolosità sociale e politica di quella che è una tendenza cieca all’accumulazione del denaro.
Uno Stato complice è uno Stato che non vuole o non può esercitare i controlli efficaci sulle attività di chi solo a tale accumulazione si dedica. La commistione di interessi fra responsabili del governo e titolari di imprese guidate solo dalla logica del profitto nasce naturalmente, oggi, dal loro appartenere allo stesso
gruppo di persone troppo potenti, dalla loro tendenza a frequentare gli stessi luoghi, a vivere lo stesso tipo di vita, a sentirsi parte dello stesso gruppo di «eletti». Finanziare la politica
riuscendo a fare in modo di veder rappresentati e difesi direttamente nel governo i propri interessi particolari è il modo più forte e più incisivo di costruire un’alleanza perversa con lo Stato da parte di quelli che sono i detentori del potere economico. Lo scontro sociale si sviluppa inevitabilmente, a questo punto, fra coloro che restano fuori da questa alleanza. Pirati contro contadini nel film di Olmi, cittadini italiani contro emigranti, lavoratori dei trasporti contro cittadini che di trasporti hanno bisogno, detentori di piccoli privilegi contro chi ancora non ne ha nei paesi democratici di oggi. Dando luogo a lotte piccole, dolorose e sostanzialmente inutili fra pirati subdolamente istigati da chi ha interesse a farlo e gente comune. Fino al momento in cui (è questo l’obiettivo cui dobbiamo continuare a tendere anche oggi) il
governo degli stati democratici non torna in mani più affidabili: mani di persone in grado di tutelare l’interesse di tutti, di non farsi condizionare dalla logica di chi ha più soldi e più potere, di disarmare i «pirati» utilizzando fino in fondo gli strumenti di cui è sempre in possesso il governo di uno Stato
fondato sui principi della democrazia.
Sul piano della politica internazionale, ugualmente, la favola di Olmi si propone come una metafora estremamente interessante della situazione in cui ci troviamo oggi. Un’economia succube, in tutto il pianeta, dell’interesse di piccoli gruppi a capo delle grandi multinazionali, grandi masse di persone abbandonate a se stesse, pirati (i terroristi) che lottano contro i governi in nome di idealità in cui nessuno si può riconoscere: aiutando, alla fine, chi dall’interno di quei governi utilizza le guerre come strumento di allargamento del proprio potere e di protezione degli interessi economici più forti. Quello dei pirati, infatti, è sempre stato un ruolo estremamente ambiguo. L’illegalità e la violenza dei loro comportamenti li mettono inevitabilmente al di fuori della possibilità di rappresentare in modo politicamente utile gli interessi dei popoli oppressi. La repressione cieca cui essi danno occasione e pretesto determina spesso danni ulteriori proprio a livello di questi ultimi anche se quello che succede, a volte, è che molti sentono di potersi riconoscere nella sfida che essi lanciano all’organizzazione profondamente ingiusta del mondo in cui essi sono costretti a vivere. La possibilità di passare da risposte basate sulla guerra a risposte basate sul riconoscimento dei propri torti e delle ragioni degli altri non può dipendere, anche qui, da un cambiamento profondo nelle attitudini di quelli che hanno responsabilità di governo.
Mettere fiori nei propri cannoni significherebbe qui prendere sul serio i problemi legati alle ingiustizie colossali di distribuzione della ricchezza e del potere. Riconoscendo che l’odio agito dai «pirati» contro l’occidente è un odio che si basa su motivazioni comprensibili, che debbono essere prese sul serio. Interrompendo la complicità sostanziale che si è determinata, nei fatti, fra chi vuole soltanto accumulare denaro e i terroristi che oscurano, rendendole irriconoscibili, le buone ragioni dei poteri di tutto il mondo. Rendendo apparentemente necessarie guerre che servono soltanto a non far cambiare nulla.
Ricorrenza di pace, il Natale dovrebbe aiutarci tutti a riflettere sulle ragioni profonde delle guerre che hanno insanguinato i primi anni del nuovo millennio.
Quella che ci serve è una riflessione pacata, del tipo di quella che ispira le scelte del nuovo giovane imperatore e della «piratessa». In fondo la possibilità di apprendere qualcosa dalle favole esiste sempre. Gli uomini sono in grado, io continuo a crederlo, di cercare e di trovare la pace di cui hanno bisogno.

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