Carceri: una giustizia forte con i deboli e debole con i forti- l’Unità 11.08.03

Carceri: una giustizia forte con i deboli e debole con i forti- l’Unità 11.08.03

Agosto 11, 2003 2001-2010 0

Caro Cancrini,
sono un detenuto che sta lottando con ogni mezzo per trovare qualcuno che mi aiuti affinché la mia voce non rimanga più come quella di un solitario nel deserto, spero pertanto che tramite l’Unità potrò denunciare la violazione dei miei diritti, come tra l’altro ho già fatto presso la Procura generale di Firenze senza che purtroppo abbia risposta alcuna.
Mi chiamo Natale Barca, ho 45 anni da 10 detenuto per l’espiazione di una condanna a 12 anni per concorso in tentato omicidio, sono residente ad Altedo Bologna dove lavoravo da artigiano edile. Da circa due anni sono ristretto nel carcere di Prato, assistito dall’avv. Chessa Maria Francesca del foro di Pisa, ed ho un residuo pena di anni due.
Comincio ad esporle i fatti: giorno 25 marzo 2003 presso il Tribunale di Sorveglianza di Firenze, si è svolta l’udienza per l’affidamento al servizio sociale come prevede la legge Gozzini, presiedeva il Magistrato di sorveglianza Dott. Niro, tutto si è svolto positivamente tanto che il Procuratore presente ha espresso parere favorevole. A questo punto per come è normale che sia, attendevo ed attendo ancora la motivazione (previa notifica) con la quale mi comunica il rigetto o l’accoglimento.
Il mio avvocato trascorso tutto questo tempo sostiene che in mancanza di notifica si lede ildiritto alla difesa, nello stesso tempo mi dice che senza detta notifica si trova le mani legate, perché non si può ricorrere ad alcuno organo superiore. Nel frattempo sorge un particolare, «si presume» dovuto alla pressione del mio legale, perché ad un certo punto dopo gli innumerevoli solleciti le viene riferito che il
ritardo è dovuto per l’attesa di una informativa che dovrebbe fornire l’ufficio D.A.P., il quale (a suo dire) se pur non motivata gli avrebbe fornito una prima nota dove mi collocava come appartenente a cosche mafiose. A questo punto sentendomi umiliato mi sono autodenunciato del reato di cui all’art. 416 Bis (associazione mafiosa), ritenendo che se esiste tale collegamento, bisogna che sia perseguito penalmente.
Sta di fatto che tale contestazione è stato oggetto di discussione nel procedimento che mi vede imputato uscendone assolto per non aver commesso il fatto ancor prima che arrivassi al giudizio di primo grado. All’autodenuncia ho allegato denuncia ai giudici di primo e secondo grado della Corte di Assise che nelle rispettive sentenze hanno confermato l’assoluzione.
A questo punto rinnovo il mio appello d’aiuto. Sicuramente continuerò la battaglia, con l’unica arma che ho a disposizione, ossia autolesionismo.
Natale Barca

La cosa che più mi colpisce nella sua lettera è il sentimento che ne traspare di una solitudine assoluta, di una magistratura che non risponde o che risponde in modo incomprensibile, di una lentezza inaccettabile dei procedimenti che riguardano la povera gente che sta in carcere. Niente a che vedere con i discorsi pomposi e ambigui sul «giusto processo»: quello che il Parlamento e alcuni giornali proclamano come ormai quasi raggiunto nell’Italia di Berlusconi. Si prova un senso di smarrimento vicino alla nausea nel momento in cui si confronta la facilità con cui un uomo ricco come Previti ha accesso agli schermi televisivi e alle prime pagine dei giornali per gridare una innocenza che probabilmente non c’è con il tipo di difficoltà con cui lei si confronta.
Chiedendo spazio ad un giornale come L’Unità per raccontare una vicenda tragica di cui nessuno ha parlato finora.
La verità è, caro Barca, che quella con cui ci confrontiamo è, di nuovo, una giustizia forte con i deboli e
debole con i forti. Per colpa non tanto però dei magistrati che, a mio avviso, fanno abitualmente del loro
meglio quanto di un errore colossale di impostazione della macchina giuridica considerata nel suo complesso. Una macchina fortemente sottodimensionata dal punto di vista quantitativo che prolunga nel
tempo in modo a volte francamente indecente il corso dei processi, nel civile e nel penale, e sovraccarica dal punto di vista delle procedure che ne rendono quasi impossibile il funzionamento. Un clima culturale in cui l’arrivo della prescrizione ha permesso a gente importante come il nostro attuale presidente del consiglio di autoassolversi presentandosi come innocente e perseguitato dalla giustizia ha portato a maturazione un disegno politico in cui la complessità delle procedure e la lunghezza dei tempi richiesti dal «giusto processo» sono tali da assicurare una sostanziale impunità a coloro che commettono reati ma che hanno dalla loro parte schiere di avvocati e di giornalisti in grado di organizzare la loro difesa. Utili a chi è ricco e a chi è potente, i tempi lunghi della giustizia sono fatali solo per gente come lei: gente che non gode di alcun tipo di immunità o di impunità.
Paurosamente attuale nel contesto tutto italiano definito dalla assunzione di un potere spropositato da parte di un uomo che entrò in politica, per sua stessa ammissione, con l’intento di difendere se stesso dalla giustizia e le sue imprese dal fallimento, la critica del diritto borghese proposta centocinquanta anni fa da Carlo Marx appare ancora assai pertinente. Perfino a livello dei delitti più terribili, quando si parla per esempio di pedofilia, le possibilità offerte al colpevole di andare o non andare in carcere, di restarci più o meno a lungo, sono spaventosamente diverse. Luogo di poveracci che non sono in grado di opporre alla macchina giudiziaria la solidità di una posizione economica e la forza di una rete di amicizie, il carcere si ripropone sempre di più come un luogo di esclusione sociale. Negli Stati Uniti d’America dove l’appartenenza razziale costituisce l’elemento statisticamente decisivo, da noi dove il discrimine riguarda ad un primo livello gli extracomunitari e ad un secondo livello quelli che guadagnano poco o che non guadagnano niente.
Non è per niente facile, in queste condizioni, immaginare un’iniziativa politica capace di porre riparo a
quella che diventa una manifestazione dell’ingiustizia sociale e politica invece che una espressione di quella «giustizia uguale per tutti» di cui si parla nella Carta Costituzionale.
Quello da cui si dovrebbe partire, tuttavia, è un intervento forte di rinforzo delle strutture cui il funzionamento della giustizia è affidato. I magistrati sono pochi, gli uffici sono spesso sguarniti di personale, il numero dei fascicoli rende impossibile lo svolgimento in tempo reale del lavoro. Non è un caso sicuramente che questo tipo di preoccupazione sia del tutto assente per un ministro come Castelli il cui compito fondamentale sembra quello di smantellare piuttosto che di riorganizzare una macchina di cui lui e i suoi hanno evidentemente più paura che cura. A questa operazione di rinforzo, tuttavia, quella che dovrebbe essere aggiunta da sinistra, a mio avviso, è una grande operazione di ordine culturale.
Sappiamo abbastanza oggi in tema di disturbi della personalità per poter fondare su criteri scientifici una
distinzione significativa fra chi è pericoloso e chi non lo è. Per passare da una giustizia centrata sul reato e
sulla punizione ad una giustizia centrata sugli equilibri personali e sulla possibilità di rieducare. Quello cui
si dovrebbe lavorare, per muoversi in questa direzione, è uno sforzo formativo di grande portata. Chi svolge funzioni di magistrato dovrebbe arrivare a conoscere abbastanza se stesso per valutare come funziona l’altro con cui il suo lavoro lo mette in contatto. Conoscere se stessi, tuttavia, richiede un lavoro complesso, che chiede tempo, che si deve svolgere in contesti adatti di livello psicoterapeutico. Che piaccia o no, questo tipo di lavoro potrebbe migliorare sostanzialmente la pratica della giustizia. Rendendo davvero «giusti» processi che raramente lo sono oggi.
Il rovesciamento cui un’impostazione di questo tipo darebbe luogo (siamo in vacanza, permettiamoci di sognare ad occhi aperti) potrebbe avere valenze politiche e sociali di grande rilievo. Potrebbe portare ad assoluzioni o a punizioni ben dimensionate nei confronti di chi sbaglia sotto la pressione della miseria o della sofferenza. Potrebbe portare a punizioni esemplari per chi sbaglia abusando del suo potere eccessivo: vittima solo di una avidità senza confini. Potrebbe far rientrare molti capitali nascosti nelle Bahamas o in altri «paradisi fiscali» moltiplicando gli investimenti nel sociale cui quei soldi spesi inutilmente o inutilmente accumulati potrebbero rivelarsi utili.
Tornando al suo caso e al tribunale di sorveglianza, il ruolo che questo potrebbe svolgere in una giustizia così cambiata mi sembra assolutamente straordinario. L’idea sarebbe quella di basare le sue decisioni, decisioni fondamentali per il destino del singolo, su una valutazione attenta del suo percorso individuale. Assomiglierebbero le carceri a delle comunità terapeutiche più che a delle colonie penali. Perché tutto questo si realizzi, tuttavia, quella di cui c’è bisogno è una società molto diversa da quella in cui viviamo: una società di cui è bello pensare e dire che saranno i nostri figli a realizzarla.

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