Che cosa accade nella mente di chi uccide- l’Unità 26.01.04

Che cosa accade nella mente di chi uccide- l’Unità 26.01.04

Gennaio 26, 2004 2001-2010 0

Caro Cancrini,
confesso che mi colloco tra i cittadini che faticano di fronte alle tragedie come quella di Lecco e di Caserta ad accettare la versione della fatalità o della “depressione” (termine a cliché che sembra giustificare tutto) e che si pongono conseguentemente questo interrogativo: “Perché simili tragedie possono accadere e soprattutto all’interno delle famiglie nella soppressione delle persone più care, aventi talvolta le caratteristiche della imitazione? Forse perché chi commette i delitti e si suicida è un ammalato che non ha dato nel passato segni di turbamento, oppure perché ha accumulato nell’inconscio le frustrazioni che il tipo di società in cui viviamo ha prodotto, fino al punto di esplodere in quel modo?”.
So bene che non è facile rispondere né da parte dello psichiatra, né da parte dello psicologo, né da parte dei sociologi. Penso però che una cosa, da profano come sono, possa essere detta, e cioè che se ci guardiamo attorno segnali di imbarbarimento non è difficile scorgerli: la ricerca con il ricorso alle droghe del piacere che la natura non contempla; lo svago notturno come fuga dal reale nella velocità delle auto che la propaganda ci mette in faccia ogni giorno; l’affermarsi della morale dell’arrivare ad avere tanti quattrini non importa in quale modo; la scaltrezza dell’inganno individuata come capacità di persuasione e “bravura”; il venire meno della solidarietà e l’irrisione talvolta della “famiglia” come istituto superato; le ubriacature sportive che nascondono talvolta traffici di miliardi di euro e si potrebbe continuare. Non possono essere anche queste le cause che determinano tutto? Grazie.
Luciano Pucciarelli

Non sappiamo molto, in effetti, su quello che accade nella mente umana nel momento in cui viene commesso un omicidio. La materia è sfuggente di per sé perché la persona stessa che lo ha commesso fa fatica a capire quello che le è accaduto (e che le giace accanto o davanti come qualcosa che da lei stessa viene ma di cui lei stessa può stupirsi). Gran parte delle scelte più importanti e più terribili che facciamo nel corso della nostra vita, del resto, hanno proprio questa caratteristica, quella di metterci di fronte a questa difficoltà di capire perché le abbiamo fatte.
“Non so bene neppure io perché l’ho fatto” ci diciamo e ci capita d’interrogarci a lungo su questi perché se ne abbiamo il tempo e la voglia. Mentre gli altri ci guardano e non capiscono neanche loro, spesso, perché il nostro atto li pone di fronte a qualcosa di inaspettato e di incomprensibile soprattutto in quanto difficile da inquadrare nell’ immagine che avevano di noi in precedenza, prima che quel fatto accadesse, prima che quel fatto li costringesse a cambiare opinione su di noi.
Come testimoniano ogni giorno le inutili interviste strappate dal cronista munito di microfono o di telecamera al vicino di casa, al negoziante, al portiere o al parente della persona che ha fatto qualcosa di inaspettato e di grave.
Tutto si svolge in effetti, all’interno di queste situazioni, come se la persona si trovasse di fronte all’emergere di parti di sé (o dell’altro) che non conosce, delle quali non ha percezione in condizioni normali, e che sono capaci, tuttavia, di prendere possesso, per tempi più o meno lunghi, di un intero apparato decisionale. Mettendo in crisi all’improvviso tutto un insieme di organizzazioni difensive, legate alla cultura e all’apprendimento sociale, che le tengono normalmente a bada, che ne confinano normalmente l’attività al sogno o alla fantasia, al gioco o alle situazioni eccezionali in cui è possibile “liberare” le nostre emozioni. Riattivando modi di percepire noi stessi e la realtà che ci circonda che appartengono ad un passato lontano, ai modi primitivi di funzionamento della mente umana caratteristici del bambino piccolo, impotente e gonfio di emozioni e pensieri, dipendente dall’adulto e continuamente impegnato nel tentativo di legarlo o di condizionarlo.
All’interno di un vissuto che si sviluppa in percezioni estreme, dove il bene e il male si oppongono con estrema chiarezza e dove la tragedia incombe in ogni momento. Come accade, di norma, nelle favole più
amate dai bambini, da Biancaneve alla Bella Addormentata dove la morte è continuamente dietro l’angolo, l’omicidio (o il tentativo di omicidio) un fatto all’ordine del giorno.
Dal punto di vista psicopatologico, l’insieme di queste osservazioni si può concretare, forse, nell’idea per cui è possibile ritenere che la mente dell’uomo che uccide funziona necessariamente nel momento dell’
omicidio e in quelli che immediatamente lo preparano, ad un livello border-line. Per posizioni estreme,
cioè, e per giudizi sommari del tipo di quelli che si danno quando la realtà viene vista e sentita in bianco e nero, senza sfumature. Come accade normalmente al tifoso che giudica la cattiveria dell’arbitro o di un fallo dell’avversario e come accade normalmente a chi si innamora o dipende comunque affettivamente da un altro percependolo inevitabilmente come depositario del bene assoluto o del male assoluto. Odiando e amando alternativamente, nel senso di Catullo. Anche se quello che dobbiamo tenere presente è che questa immersione temporanea in un modo di pensare estremo non porta sempre a dei comportamenti estremi presentandosi come necessario ma non sufficiente a determinarli. Quello che viene mantenuto dalla gran parte delle persone che vivono questo tipo di esperienza, infatti, mantiene sempre, un filo di controllo, la possibilità di attaccarsi ad un allarme che gli permette di evitare il passaggio ad atti irrimediabili. Ad impedire o a procrastinare il corto circuito.
Quello su cui dobbiamo riflettere, a questo punto, è l’insieme di ragioni che rendono impossibile o comunque meno efficace questo tipo di controllo nel caso particolare dell’omicidio. Arrivando ad identificare (questa è, almeno, la mia opinione) una serie di fattori che possono essere considerati come predisponenti o che si situano a livelli molto diversi dell’esperienza di colui che all’ omicidio effettivamente arriva.
In termini di storia personale, prima di tutto, dove un fattore importante è quello legato all’esperienza
infantile. L’esperienza clinica insegna che vi è un rapporto diretto e chiaro fra i livelli di rispetto dell’altro, della sua vita e della sua autonomia di persona che ispirano il comportamento di un adulto e i livelli di rispetto che l’adulto di oggi ha sperimentato su di sé quand’era bambino. Colui che ha subito percosse o crudeltà in fasi precoci del suo sviluppo corre rischi maggiori di perdita del controllo dei suoi comportamenti aggressivi quando diventa adulto. Soprattutto, ovviamente, nei casi in cui l’esposizione al trauma non è stata corretta in fasi successive della sua vita e soprattutto nell’adolescenza.
In termini di relazioni interpersonali significative, in secondo luogo, un fattore rilevante è quello legato alle relazioni d’amore. Molte di queste tragedie si determinano all’interno delle coppie e traggono origine
da una patologia oscura e potente che proprio lì si sviluppa. Uno più uno fa tre scriveva alcuni anni fa Philippe Caillè, un terapeuta di coppia fra i più famosi a livello europeo, alludendo alla autonomia imprevedibile della coppia e al modo in cui ognuno dei due partners può non riconoscersi o riconoscersi solo parzialmente nella coppia di cui fa parte e che così pesantemente condiziona la sua vita e il suo benessere, le sue scelte ed il suo equilibrio personale. Proponendo la possibilità di considerare quello che accade fra due persone che si amano e dipendono l’una dall’altra, come la manifestazione quasi obbligata di una sequenza circolare di comportamenti comunicativi più o meno consapevoli e volontari. Anche nel
caso estremo dell’omicidio. Dove accade spesso di verificare l’importanza del ruolo delle vittime e il modo in cui i loro comportamenti provocatori possono rompere il blocco delle resistenze dell’altro.
In termini, infine, di pressioni e di facilitazioni esterne, un fattore decisivo può essere spesso quello che
riguarda le situazioni di stress. Quello che le statistiche segnalano con chiarezza a proposito dei suicidi e degli omicidi-suicidi, per esempio, è la frequenza con cui esse si verificano in persone che perdono il loro
lavoro e hanno poche possibilità di trovarne un altro. Al modo in cui, sicuramente, la consuetudine con l’uso delle armi ed il loro possesso, legale o illegale, può essere considerato sicuramente come un elemento di rischio aggiuntivo nella misura in cui offrono la possibilità d’agire nel momento dello squilibrio, prima che la persona trovi il tempo di pensare al significato di quello che fa. E al modo in cui, sicuramente, profondamente agisce, facilitando l’emergere di queste forme particolari di follie, quella che è la religione più diffusa nel nostro tempo, quella religione dei consumi e del benessere individuale (un benessere che prevede risposte immediate per ogni esigenza e per ogni disagio) che tanto potentemente incide sullo stile abituale dei nostri comportamenti. Riducendo notevolmente l’area dei doveri e costantemente ampliando quella dei diritti.
Quello su cui vorrei insistere tuttavia, prima di concludere, è il fatto che l’insieme di questi fattori e il modo in cui incidono nel determinarsi di una regressione, fulminea e fatale, a livelli di funzionamento primitivo della mente umana segnalano sempre la necessità di considerare colui che commette un omicidio come una persona che sta molto male. “Non c’è persona che soffre come te al mondo” dice Sonia a Raskolnikòv nel momento in cui il protagonista di Delitto e Castigo confessa a lei per prima il suo delitto orrendo: d’istinto proponendogli l’idea per cui solo una condanna e un carcere potranno aiutarlo a ricostruire un’immagine di sé così profondamente deteriorata dall’orrore di quello che ormai è accaduto.
Proponendo in sintesi quello che la ricerca psicologica futura avrebbe faticosamente ritrovato nel corso
del secolo successivo: l’idea per cui la guarigione da questo tipo di follia passa attraverso il dolore del riconoscimento di quello che abbiamo fatto. Di quello, cioè, che siamo davvero nel momento in cui tentiamo di conoscerci così come i nostri atti ci rivelano, giorno dopo giorno. Mentre faticosamente e spesso dolorosamente tentiamo di prenderne coscienza e possesso.

PDF

About the author

admin:

0 Comments

Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Lascia un commento