Che significa avere diritti se mancano le informazioni?- l’Unità 23.02.04

Che significa avere diritti se mancano le informazioni?- l’Unità 23.02.04

Febbraio 23, 2004 2001-2010 0

Caro Cancrini,
in tema di “diritti negati” vorrei porre il dito sulla piaga “informazione” riferendomi al diritto, negato agli italiani, di poter disporre di una informazione corretta ed equilibrata. Mi riferisco all’ informazione radiotelevisiva, in particolare versus coloro che pagano il canone Rai e lo pagano oltretutto anticipatamente (precludendosi quindi la possibilità, che sussiste invece per chi si informa tramite la carta stampata, di cambiare giornale se il proprio arriva a livello di disgusto) vedendosi rifilare un prodotto che definire scadente è puro eufemismo, trattandosi piuttosto di prodotto fazioso, asservito, censurato, peggio ancora autocensurato. La penosa situazione è sotto gli occhi di tutti, tale che non è possibile che i
nostri governanti (si fa per dire) non siano consapevoli del fatto che, se dura così, essa si ritorcerà loro contro (e in tal senso, con questo mio scritto, mi permetto di avanzare una “modesta proposta”).
Assistiamo in questi giorni al paradosso di un servizio pubblico “serio” e indipendente, la Bbc, i cui dirigenti si sono responsabilmente dimessi per salvaguardare la dignità dell’Istituzione pur consapevoli (in questo sostenuti dall’ opinione pubblica britannica) di avere piena ragione nei confronti di un premier bugiardo (che con il compare apprendista stregone d’oltreoceano ha voluto ostinatamente una guerra sporcandosi del sangue, oltre che di tantissimi Iracheni, di molti concittadini sulla base di documenti evidentemente falsi) cui si contrappone la spudoratezza di casa nostra, laddove i dirigenti Rai (che si comportano da vere e proprie “quinte colonne” della Fininvest smantellando, destrutturando e “di tutto di più”) non hanno vergogna di dimettersi pur propinandoci telegiornali e talk-show osceni o sottoponendosi all’umiliazione di censurare per conto terzi (cioè della concorrenza) una satira che ormai sempre di più fa le veci dell’informazione, come i casi Guzzanti e Grillo insegnano. Ora si accusano i comici di fare politica come un tempo si accusavano di ciò i giudici (qui un pensiero deferente e riconoscente alla loro capacità di “resistere”, nonostante tutto, questi pazzi antropologicamente diversi). Siamo alle solite: così come qualche tempo fa le classi dirigenti non hanno saputo fare autopulizia al proprio interno, cosicché poi la palla è giocoforza passata ai vituperati giudici (che non potevano non intervenire, in presenza di notizie di reato), ora non ci si può lamentare – stante che peraltro i politici fanno autosatira rubando il lavoro ai comici – se i comici fanno informazione mentre la Tv di Stato (sovvenzionata con i soldi degli abbonati tanto di destra che di sinistra) manipola o tace tutta una serie di notizie e di verità scomode per chi ci governa (si fa per dire).
Marcello Gaggiott
i

Quello che mi viene da pensare di fronte ad una lettera come la sua, è che sarebbe importante oggi, da sinistra, riflettere sul carattere sempre più strutturale e sovradeterminato della deformazione che si sta producendo nel settore dell’informazione radiotelevisiva. Chomsky ha dimostrato con una serie di studi andati avanti negli ultimi trent’anni a proposito di democrazia e informazione negli Usa, che questa deformazione dipende soprattutto dai processi di concentrazione industriale che hanno trasformato in modo decisivo proprio le strutture di base dell’informazione. I grandi colossi che hanno in mano le televisioni, le radio e i giornali vivono sempre più una vita propria, dice Chomsky, cercando e trovando sinergie forti con i poteri forti della finanza, della politica e (negli Usa) del potere militare di cui garantiscono alternativamente la visibilità e la riservatezza. Costruendo, nell’immaginario collettivo di un pubblico che ha sempre più difficoltà a utilizzare l’osservazione diretta, una rappresentazione del mondo che deve servire soprattutto a mantenere lo status quo, la distribuzione ineguale del potere e della ricchezza, l’ingiustizia profonda di una organizzazione sociale in cui i grandi principi della libertà,
della fraternità, dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge debbono restare solo nella carta per non
mettere in crisi i privilegi dei pochi che comandano e decidono. Costruendo mondi virtuali, cioè, decisamente più reali, oggi, di quelli in cui crediamo di vivere. Con conseguenze importanti e ancora sottovalutate. Dal punto di vista economico, prima di tutto, l’appartenenza al grande mondo autoreferenziale dell’informazione è diventata fondamentale oggi soprattutto per chi fa politica: persone e gruppi che hanno bisogno della possibilità di farsi vedere e sentire molto più che dei contenuti su cui teoricamente dovrebbero fondare la propria attività. Osservato da questo punto di vista, il comportamento concreto di Silvio Berlusconi è un comportamento indubbiamente assai più abile di quello di molti dei suoi avversari nella misura in cui Berlusconi non è uno che chiede al sistema radiotelevisivo di sostenerlo e si presenta, invece, come una emanazione diretta di tale sistema. Basando la sua popolarità e il suo successo sulla proprietà o sul controllo delle strutture ma accettandone in pieno, poi, le logiche e i condizionamenti: dimostrandosi capace, cioè, di sorvolare sugli aspetti di contenuto dei discorsi, delle promesse, dei patti e mantenendosi terribilmente attento, sempre, al numero e alla durata delle presenze radiofoniche e televisive, all’assenza del contraddittorio, alla precisione emotiva degli slogans su cui si fonda. Dire e far ripetere da tutti i media mentre si è presidente del Consiglio che tutti i politici rubano non è soltanto un paradosso, è un modo estremamente abile di cercare complicità a buon mercato nel qualunquismo di chi invidia e disprezza la (gente che fa) politica. È un modo alla Peron (Rutelli ha ragione su questo punto) di mettere al proprio servizio la tecnica del pubblicitario che lavora per la Tv ed entrando in sintonia proprio su questa strada con le aspettative messianiche del grande pubblico cui sta “vendendo” se stesso. Utilizzando le risorse particolari della comunicazione radiotelevisiva, dunque, con una naturalezza che manca a molti altri politici: quelli che continuano
a chiedere spazio per i loro contenuti, per le cose in cui credono ad una informazione che dei contenuti, tendenzialmente, ha sempre meno bisogno.
L’equilibrio fra mondo della politica e mondo dell’informazione si è completamento rovesciato, in effetti, nel corso degli ultimi cinquant’anni. C’era una volta un’insieme di movimenti politici che si dotava, ognuno con i propri mezzi, di strumenti utili a fornire informazione.
C’è oggi un mondo dell’informazione, variegato, complesso ma profondamente condizionato da chi lo finanzia e dai suoi sistemi di alleanze che distribuisce favori, in rapporto alle sue convenienze del momento, ai movimenti e alle persone cui decide di riconoscere un rilievo politico. Da qualunque lato si guardi alla questione, l’Italia è stata governata in questi anni dalla Fininvest e dalle logiche d’impresa dei grandi monopoli dell’informazione prima e più che da Berlusconi e il fatto più rilevante con cui dobbiamo fare i conti ora è il balzo in avanti strepitoso compiuto in questi anni dal mondo autoreferenziale dell’informazione radio-televisiva in termini di occupazione di spazi e di potere reale. Il problema, se tutto questo è vero, apre interrogativi di fondo sul futuro della politica nelle società occidentali più “evolute”. Chiede un ripensamento forte sulla necessità di difendere l’esistenza di un sistema pubblico dell’informazione radiotelevisiva (la Rai non va privatizzata, non va affidata al mercato) e di garantirne l’autonomia. Immaginando, di fronte all’incerto funzionamento di tutte le leggi antitrust in questo settore cruciale, la necessità di norme di salvaguardia per lo status e per la carriera dei professionisti dell’informazione. Siamo tutti convinti, credo, del fatto per cui il potere giudiziario non può e non deve dipendere da quello politico e che gli organi di autogoverno della magistratura rappresentano un contrappeso necessario allo strapotere del potere politico. La battaglia da combattere per difendere la democrazia degli anni duemila, è probabilmente ora quella basata: (a) sul tentativo di arginare lo strapotere delle concentrazioni proprietarie e dei loro sistemi di alleanze rendendo forte la parte pubblica del sistema radiotelevisivo; (b) sullo sviluppo di norme che permettano ai professionisti dell’informazione pubblica di non dover più nulla temere o sperare per le posizioni che prendono, per le cose che dicono, per le idee che esprimono.

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