Diritti elementari anche per «gli ultimi degli ultimi»- l’Unità 23.12.02

Diritti elementari anche per «gli ultimi degli ultimi»- l’Unità 23.12.02

Dicembre 23, 2002 2001-2010 0

Caro Cancrini,
leggo sempre l’Unità il lunedì per leggere la sua rubrica.
La statistica del dr. Andreoli non produce un dato fondamentale: quanti dei 1282 «ospiti» al 31-3-2001 degli Opg sono o erano costretti in condizioni subumane e di abbruttimento allucinante a causa del disposto dell’art. 146 del C.P. che non consente al «degente» di continuare a scontare la sua pena o condanna che dir si voglia, ma la «sospende» per poi fargliela continuare dopo… aumentandola quindi, oltretutto a discrezione spesso di uno o due psichiatri soli che decidono così la sorte o la morte bianca di
persone che molto spesso hanno solo reagito a gravi situazioni di abuso e violenza in carcere.
Poiché ho recentemente rischiato di far questa fine, sono particolarmente sensibile non solo alla chiusura
degli Opg e all’ospedalizzazione di coloro che «effettivamente» soffrono in maniera tale da dover essere curati e al sostegno nonché custodia attenuata per gli altri, ma anche all’abolizione di questa infamia che
è il 148 C.P. (se lo legga, per piacere).
Per questo sono rimasto assai deluso dalla sua sapiente citazione del dott. Andreoli ma questa è un’altra
questione, più di classe. I luminari, si sa, fanno legge, nei regimi.
lettera firmata

P.S. Circa la sua proposta, il punto 3 esclude il trattamento penitenziario e pone la sua categoria e quella degli «agenti di polizia penitenziaria» al di sopra delle categorie dei Direttori degli Istituti di pena e carcerari, il che è oltremodo lesivo dei pochi diritti che gli internati mantengono alla pari dei detenuti delle carceri, e quindi è incompatibile con lo spirito della legge di riforma carceraria del ’75 e con il regolamento del 2000. Mi piacerebbe poterle scrivere direttamente. C’è troppa superficialità e ci sono troppi luoghi comuni, lo dico con tutto il rispetto per lei e per ciò che scrive, per esempio sugli psicofarmaci, da sempre.

La ringrazio molto della sua lettera. Venendo da una tormentata esperienza personale, essa permette infatti di mettere a fuoco la drammaticità e l’urgenza civile e politica di un problema che i numeri di Vittorino Andreoli servivano ad impostare da un punto di vista molto più generale. Un ripensamento profondo delle questioni legate al manifestarsi di disturbi psichiatrici nel sistema carcerario è possibile solo se ci si rende conto anche emotivamente della portata che esse hanno, infatti, delle vite umane che rischiano ogni giorno di restare stritolate nel meccanismo pauroso dell’incompetenza e della disumanità:
delle leggi e di chi crede di applicarle. Partirò, per dirle da subito quanto io sia d’accordo con quello che lei mi segnala, da un’altra ricerca, di Luigi Manconi, pubblicata di recente su Politica del Diritto. Prendendo in esame i dati relativi ai suicidi, l’Autore rileva prima di tutto che i suicidi sono aumentati costantemente negli ultimi dieci anni e che essi si verificano, nella popolazione carceraria degli anni 2000 e 2001, con una frequenza 19 volte maggiore di quella della popolazione generale. Un dato impressionante per chiunque, credo, soprattutto perché si tratta di un dato senza riscontro con quelli degli altri paesi europei e perché esso è legato, in modo molto stretto a quel sovraffollamento, progressivo e tutto italiano, delle strutture carcerarie, un sovraffollamento che è la causa prima e semplice della loro inadeguatezza.
Esiguità di spazio, promiscuità, tensione e reciproca aggressività, carenza di servizi e di assistenza, secondo l’Autore, sono elementi decisivi, probabilmente, di questo aumento vertiginoso dei suicidi e dei
comportamenti autolesivi. Come se quello che si sta consumando nei confronti di questa popolazione comunque marginale (i ricchi e i potenti non vanno mai o quasi mai in carcere come giornali e televisione ci documentano ogni giorno) fosse un vero e proprio sterminio di massa, colpevolmente tollerato da una amministrazione incapace di porsi e di proporre all’interno tutta la gravità dei suoi problemi, da una classe politica parolaia e inefficiente e, last but not least, da un ministro della repubblica che ha giudicato di recente le sue carceri, quelle di cui lui dovrebbe occuparsi (o in cui dovrebbe forse provare a farsi rinchiudere per qualche giorno), troppo comode, alberghi in cui troppi detenuti «si godono la vita».
Una seconda osservazione mi sembra importante fra quelle proposte da Manconi. È quella che riguarda la distribuzione dei suicidi fra i detenuti suddivisi per tempo di permanenza in carcere e per tipologia di reato. Si uccidono di più, secondo questi dati, persone che hanno commesso reati non particolarmente
gravi, collegati in particolare a una condizione di tossicodipendenza, e persone che in carcere sono entrate da poco, «i nuovi giunti» della terminologia burocratica più recente. Nuovi giunti che continuano a uccidersi a dispetto del tentativo di offrire loro, come in questi ultimi anni si è fatto, un’assistenza psicologica un po’ più attenta. Proponendo la necessità di considerare l’entrata nel carcere dei più deboli, dei più spaventati, di quelli che più casualmente ci arrivano, come una assurda, decisiva prova di sopravvivenza. E riproponendo in tutta la sua gravità il problema delle strutture: sta nell’incapacità di adattarsi ad esse e alla loro sostanziale inadeguatezza, infatti, la ragione fondamentale e comune di questi suicidi. È in questo contesto, credo, che vanno inquadrati anche i dati proposti da Vittorino Andreoli. Dati relativi a strutture che funzionano, teoricamente, in appoggio alle carceri. Dove vengono
avviati, dalle carceri, i «nuovi giunti» che presentano ripetutamente dei comportamenti autolesivi o che più genericamente «vanno in tilt». Assurda sicuramente e da modificare la legge che permette di non computare come pena scontata alcuni dei periodi di permanenza in Opg. Assurdo e sicuramente da modificare l’attuale assetto del sistema carcerario. Assurdo e sicuramente da affrontare con interventi urgenti, il problema del sovraffollamento. Sbagliato non vedere tuttavia che, avvicinati al territorio regione per regione e profondamente ristrutturati, i vecchi Opg potrebbero trasformarsi in servizi utili alla cura dei detenuti che presentano dei bisogni psichiatrici più evidenti. Bisogni cui è importante rispondere sul piano del progetto orientato psicoterapeuticamente prima e più che sul piano farmacologico. Con l’aiuto di tecnici qualificati ed utilizzando le esperienze che in alcuni Opg si sta iniziando a sperimentare.
Il problema con cui alla fine ci si confronta sempre quando si discute di queste cose è molto semplice. Possiamo immaginare davvero una società in cui non vi sia più bisogno di costringere o di punire qualcuno? Prendendo sul serio le cose che sappiamo oggi sull’origine, sulle complicanze e sulle terapie possibili dei disturbi di personalità, l’ipotesi su cui si può lavorare è quella di una attenzione progressivamente più forte da dedicare al progetto di cambiamento (nel mio linguaggio, al progetto terapeutico) che dovrebbe accompagnarsi ad una qualsiasi condanna. Inserendo l’idea della punizione e della pena in una visione capace di dare loro il senso di interventi rivolti a dare risposte utili al bisogno che affiora dietro ogni tipo di comportamento deviante. È all’interno di una rivoluzione culturale di questo genere che andrebbero costruiti oggi progetti di riforma complessiva del sistema carcerario
capaci di orientarlo in una direzione progressivamente più terapeutica. Riforme di cui si ragiona da anni in altri paesi come la Svezia e di cui si è fatta discreta esperienza anche da noi con i minori.
Avendo il coraggio di coniugare, tuttavia, questo tipo di provvedimenti a medio e lungo termine con iniziative immediate. È del tutto assurdo, in effetti, che ricerche come quella di Luigi Manconi trovino così poca eco e così scarso riscontro nel dibattito politico sulle carceri che ha preceduto e seguito, per pochi giorni, l’intervento del Papa. Sono percepite come formule ripetitive capaci di generare solo polemiche altrettanto ripetitive le denuncie di chi continua a parlare di sovraffollamento e di disumanità delle
condizioni di vita dei detenuti in molte (troppe) strutture carcerarie. I giornali ne parlano per dire che Fini è contrario all’indulto (per non scontentare i più tradizionali dei suoi elettori), che Castelli accusa coloro che ne parlano di fomentare i disordini fra i detenuti, che le sinistre sono disponibili, su questo tema, ad
un dialogo con il governo. Il detenuto che si uccide, nel frattempo, ottiene, quando lo ottiene, un trafiletto in cronaca locale. Riproponendo e sottolineando, come lei fa con questa lettera, la distanza ancora troppo forte che c’è fra coscienza e storia dei detenuti da una parte, coscienza e storia della società civile dall’altra. Quello che mi sembra chiaro, guardando a tutto ciò da un punto di vista molto generale, è che il movimento operaio ha costruito, con le sue lotte e con la sua capacità di fare cultura, dal tempo di Marx e fino ad oggi, una società in cui i diritti dei lavoratori sono tutelati in modo così largo e diffuso da suggerire anche ad un Berlusconi l’idea di presentarsi in campagna elettorale come un
«presidente operaio». Quelli che assai debolmente sono stati sostenuti anche a sinistra, purtroppo, e ancora oggi, sono i diritti elementari di quelli che sono «gli ultimi degli ultimi», la colonna infame dei detenuti e delle persone che non mantengono il controllo dei loro comportamenti. Una realizzazione compiuta dei principi costituzionali e della passione democratica che li ispirò non è possibile, tuttavia, se a questa grande mancanza non si riuscirà a porre riparo. Cominciando dai problemi più urgenti (l’affollamento inutile e pericoloso del carcere, l’insufficienza drammatica, qualitativamente e quantitativamente, del personale e delle strutture) e impostando da subito quelli di più ampio respiro; sintetizzati dalla domanda semplice che può fare un bambino: «papà, a che cosa serve, a che cosa può servire ancora oggi un carcere?»

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