Governanti senza coraggio ed esperti cortigiani- l’Unità 27.10.03

Governanti senza coraggio ed esperti cortigiani- l’Unità 27.10.03

Ottobre 27, 2003 2001-2010 0

Caro Cancrini,
ho letto su l’Unità il suo articolo sui diritti dei minori e la proposta di legge Castelli. Ho letto con attenzione anche perché avevo già seguito l’argomento sulla stampa e in televisione, da anni seguo nei giornali i vari articoli che trattano dei minori, specie dei piccoli, indifesi, non ascoltati, maltrattati, abusati. Nella mia lunga carriera, prima d’insegnante e poi di preside in una scuola media della provincia di Roma,

ho seguito casi di maltrattamenti, di separazioni, di abbandoni, di povertà, di ragazzini traumatizzati per aver assistito ai delitti su uno dei genitori o per tale delitto compiuto da un suo genitore.
Quando seppi per la prima volta che il ministro Castelli aveva presentato una proposta che oso definire «oscena» ho avuto solo espressioni di rivolta, di condanna verso il proponente. Ancora una volta ho capito che dei minori non gliene importa nulla. I politici sono dei teorici, nel senso che annunciano proposte scandalose e ampiamente dannose per i soggetti interessati. Nessuno difende realmente i bisogni dei minori, specie dei più piccoli, dei più vulnerabili. Visto che la sua voce si è levata così chiara, precisa, quanto mai informata, le chiedo di alzarla ancora di più, di convocare una valida conferenza stampa per trattare l’argomento e per far capire che i giudici ordinari, non conoscitori dei problemi dei minori, non potranno mai tutelare la loro posizione. Invece di tante idiozie e trasmissioni diseducative la Tv dovrebbe dare più spazio ad argomenti seri e di vero interesse sociale.
Una giovane lettrice
di quasi 81 anni

La sua lettera mi ha molto colpito. La sincerità e la naturalezza della sua indignazione aprono il problema di un contrasto sempre più evidente, nell’Italia di oggi, fra il paese reale della gente che studia, lavora e soprattutto pensa e quello asfittico di coloro che dovrebbero rappresentarlo.
Fra la cultura degli esperti e quella di chi ci governa, fra i progressi della ricerca e l’insipienza dei provvedimenti amministrativi. Come accade in tanti, troppi, settori di attività.
Vorrei citarle, a puro titolo di esempio, l’articolo di fondo con cui il giornale di Confindustria, “Il sole – 24 ore,” è intervenuto il giorno dello sciopero generale sul tema delle pensioni. Pur scegliendo di tenersi fuori, com’è in fondo naturale, dalle posizioni dei sindacati e pur criticando le forme di lotta che questi
hanno deciso (pur dichiarandosi contrario, quindi, allo sciopero generale) l’articolo in questione portava delle critiche così chiare, argomentate e precise al progetto di riforma proposto dal governo da porre con forza un problema di fondo: quello degli “esperti” di cui il governo si serve quando scrive le sue proposte di legge o quando articola i suoi ragionamenti e le sue proposte economiche. Approvare senza averne discusso con nessuno il testo di una riforma così importante e trovarsi di fronte ad un muro così compatto di posizioni critiche corrisponde alla scelta di un atteggiamento in cui chi decide pretende di esser libero non solo dalla necessità di un dialogo costruttivo con l’opposizione parlamentare ma anche e soprattutto da quello con chi su quella materia avrebbe qualcosa da dire. L’idea che ne risulta è quella di persone dalle risorse intellettuali limitate che non hanno il coraggio del confronto, che hanno paura di un qualunque contraddittorio, che tentano continuamente (e alla fine stupidamente) di demonizzare tutti quelli che non si adeguano in modo servile alle loro proposte. Com’è accaduto in questi ultimi anni a proposito dei provvedimenti sulla giustizia (contro i magistrati e i loro pareri; più recentemente contro le associazioni e gli ordini degli avvocati e i loro pareri) nel campo della sanità e dell’assistenza (dove la voce del padrone ha gridato soprattutto per ridurre al silenzio quelle di chi nella sanità e nell’assistenza lavora e produce), in economia e in politica estera dove, regolarmente, quelli che hanno imposto il loro punto di vista sono i rappresentanti o i tromboni politici e dove sempre inascoltato è rimasto il parere delle persone che avevano la possibilità di aggiungere qualcosa di serio alle argomentazioni povere di chi diceva di rappresentare tutti.
Il ruolo giocato dalla stampa e dalle televisioni nello sviluppo di una situazione di questo genere è tuttavia assai più importante di quello che lei, nella sua lettera, sembra pensare. Quando il giornale della Confindustria critica le posizioni del governo sulla riforma delle pensioni lo fa sulla base di una riflessione di merito ma lo fa anche per dire che Confindustria esiste, che ha il suo giornale e la sua radio, che tiene alla sua possibilità di tenersi “fuori del coro”. Quanti sono tuttavia i gruppi sociali in grado di esprimersi a questo livello? I cittadini normali, le associazioni professionali, i gruppi che si riuniscono intorno a problemi particolari nel campo della ricerca e dello studio o sul territorio si misurano sempre più spesso, mentre passano gli anni, con la difficoltà di farsi sentire fuori del loro contesto di provenienza. Una proposta di legge sulla introduzione della psicoterapia nei servizi pubblici, forte di cinquantamila firme raccolte in tutta Italia e dell’appoggio di tutti gli ordini professionali, una proposta contro cui nessuno, dico nessuno, aveva fatto obiezioni significative e che era stata vista con favore dai rappresentanti di tutti i gruppi politici in Parlamento se ne sta lì da anni, e nessuno ne parla, semplicemente perché non ha ancora trovato uno sponsor politico significativo. Prive di sponsors, infatti, le notizie non interessano nessuno come ben dimostrato, di recente, dall’idea di dare il voto agli immigrati: sostenuta da Fini la proposta è rimbalzata sulle pagine di tutti i giornali e di tutti i telegiornali, lanciata dai parlamentari dell’Ulivo alcuni mesi prima non ha trovato alcuno spazio.
Quando Mussolini istituì il gran consiglio, nel 1925, la sua preoccupazione maggiore fu quella di riempirlo di giornalisti. A lui come alla maggioranza che ci governa oggi non importava e non importa assolutamente nulla degli esperti e dei loro pareri, quello che contava e che conta è la visibilità per sé, per i propri argomenti, per le proprie decisioni. La concentrazione delle proprietà giornalistiche e televisive
alla base del più evidente fra i conflitti di interessi che mai si sono determinati nella storia delle democrazie occidentali e l’insieme di pressioni esercitate in questi anni per piegare alla volontà della maggioranza le opinioni dei giornalisti televisivi e di tutti quelli che pensano di poter far carriera nei giornali saltando sul carro del padrone rappresentano il vero punto di forza per quello che, nell’opinione di molti, sta diventando un regime.
Si devono in fondo a questo strapotere della maggioranza, dei mass media e dei salotti televisivi che ad
essa tentano di piacere e/o che da essa prendono gli ordini, l’impossibilità concreta di convocare la conferenza stampa che lei suggerisce e la strana popolarità di quella che il ministro Castelli ha presentato come una riforma del Tribunale dei minori e che in effetti è una pura e semplice soppressione dello stesso.
Dall’interno di una posizione culturale retriva ( di cui certo è strano che un giornalista del livello di Vespa non si renda conto e non dia modo a nessuno di dar conto) per cui quello che va difeso non è l’interesse del minore ma quello dell’istituto familiare: come succedeva ai tempi del fascismo quando perfino l’abuso sessuale su un minore poteva essere perseguito solo se l’azione penale non metteva in crisi la sua famiglia.
È per questo motivo, credo, che il Tribunale dei minori fa ancora paura a qualcuno. Perché esso si pone come tribunale centrato sulla tutela dei diritti del più debole mentre quella che va di moda oggi, nella casa delle libertà, è soprattutto la tutela dell’ avidità e della prepotenza dei più forti.

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