I bambini, la via del Prozac e l’obbligo alla felicità- l’Unità 03.02.03

I bambini, la via del Prozac e l’obbligo alla felicità- l’Unità 03.02.03

Febbraio 3, 2003 2001-2010 0

Sono tra i cittadini italiani che sono rimasti perplessi quando hanno letto qualche giorno fa che in America è stata ufficializzata la somministrazione del Prozac ai bimbi ed ai ragazzi nella fascia di età 7-17 anni. Premetto che non sono né uno psichiatra, né uno psicologo ma un cittadino, appunto, che avverte un senso di brivido quando sente parlare di «tranquillanti», «calmanti» e di compresse della felicità e così via dicendo, perché considera tutto ciò come una istituzionalizzazione, nella società moderna ed «evoluta», della medicina della felicità anche, forse, per limitare ogni altro tipo di compressa o di prodotti che vengono «somministrati» illegalmente seminando morti e amarezze.
Non so se tutto questo può essere annoverato in quelle patologie che Carlo Marx includeva nelle patologie della «alienazione» di massa, nel vero significato del termine, ma so di certo che non è, secondo me, un gran progresso decidere di «somministrare» medicine allo scopo di ridare ai bimbi e ai ragazzi il sorriso o uno stato d’animo fatto di serenità, gioia di vivere e di felicità.
Non credo di diventare, sostenendo e manifestando questa opinione, un adepto dell’antiscienza, un solitario e innocuo protestatario per una secondaria questione che non varrebbe nemmeno la pena di discutere, trattandosi, in fondo di medicine sotto il controllo permanente degli addetti ai lavori. Non lo credo perché essa, a me sembra, finisce per diventare un paravento per una questione sociale più ampia, che investe interessi vasti, riducendo i bisognosi di cura, ed in modo particolare i bimbi ed i ragazzi, a fruitori di farmaci produttori di ricchezza per le società dei «grandi produttori».
Non sarebbe più giusto porci tutti la domanda: «Perché a sette anni di età si può essere tristi, svogliati ed
apatici?». «Da cosa nasce la tristezza delle nuove generazioni, che finisce per diventare vizio suicida alla ricerca del piacere di un attimo, o di un giorno?». Perché all’interno delle famiglie che, come sai certamente meglio di me, Gramsci definiva «la cellula fondamentale della società», sempre più frequentemente accadono fatti che fino ad alcuni anni fa sembravano inauditi e che talvolta, hanno proprio come principali protagonisti i giovani?
Come vedi sono partito da una questione, quella del Prozac per arrivare a quella che a me sembra essere la questione di fondo: una perversione di massa che ci fa perdere di vista, a noi di sinistra, di una sinistra che dovrebbe essere dei valori, i lati veri dei problemi della società fatta di elementi che sfiorano talvolta la barbarie sociale «truccata» con i colori dei mass-media, e della carta stampata, nel rigoroso rispetto di quella morale del vivere civile, secondo la quale ciò che conta è arrivare nella scala alta della società con tanti soldi e tanto consenso e venerazione. Cosa possono apprendere i bimbi e i ragazzi da un martellamento quotidiano di questo genere?
Quali motivi possono avere di sorridere, quando sono costretti a sorbire ciò che forse non riescono a capire, quando vedono un bambino africano morente nelle braccia scheletriche della mamma? Cosa possono pensare i bimbi e i ragazzi che vedono partire per la guerra decine di migliaia di soldati in nome, sentono dire, della pace?
Considero le tue risposte e valutazioni sollecitazioni per guardare alla società con gli occhi non del pessimista disarmato, ma di chi vuole contribuire a modificare e a trasformare la società, la quale possa vedere come espressione alta della sua moralità sorridere i bimbi non soltanto delle società dell’opulenza, ma anche di quei paesi che il sorriso non sanno nemmeno cosa sia.
Luciano Pucciarelli

In una riflessione su quelli che potrebbero essere i problemi del ventunesimo secolo, Eric Hobsbawm
parla della richiesta forte di orientare le politiche sanitarie dei paesi ricchi dell’Occidente su linee che possono anche non aver nulla a che fare con il bisogno di salute della popolazione.
Su linee che non discendono, cioè, da una valutazione accurata e tendenzialmente «scientifica» della distribuzione e della frequenza delle patologie e delle strategie migliori per arginarne la diffusione, ma della rilevazione di richieste che possono essere suscitate, a volte in modo del tutto artificiale, da gruppi di interesse in grado di sostenere efficacemente tali richieste.
La storia del Prozac e degli altri antidepressivi di cui così rapidamente si diffonde l’uso fra adulti e bambini è, da questo punto di vista, una storia esemplare.
La considerazione fondamentale da cui si può partire per rendersene conto è appena un po’ diversa da quella che proponi tu nella tua lettera e suona presso a poco così. «Perché non dovrebbero i bambini, a cinque, a sette, a undici o a tredici anni di età avere il diritto di vivere delle difficoltà, di sentirsi tristi e di dimostrarlo con la svogliatezza, con l’inquietudine o con l’apatia? Perché a quell’età dovrebbero essere sempre sereni, scattanti, felici per quello che il mondo propone loro? Che diritto hanno gli adulti, con
camice o senza camice, di considerare sintomo quello che è e dovrebbe sempre poter essere considerato come un tentativo di parlare di quello che sta accadendo dentro di loro e intorno a loro?».
Molti anni fa, agli inizi degli anni ‘70, l’Università della Pensylvania, a Philadelphia, costruì un grande centro clinico per i bambini. Ne affidò una parte ad un pediatra famoso ed un’altra parte a un neuropsichiatria infantile esperto in terapia familiare, Salvador Minuchin. Lavorando a livelli alti con
una schiera di terapeuti bravi, Minuchin diede vita, in quel periodo, ad una esperienza destinata a restare nella storia della psicoterapia per la efficacia straordinaria degli interventi che vennero messi a punto a favore dei bambini e delle loro famiglie. Psichiatri, psicologi e neuropsichiatri infantili di tutto il mondo consideravano fondamentale per la loro formazione un contatto con la Child Guidance Clinic di Philadelphia e i libri nati da quell’esperienza, tradotti ovunque, sono ancora oggi il fondamento della formazione dei terapeuti familiari in Italia e in Giappone, in Francia e in Inghilterra, in Israele ed in Argentina.
Poiché il principio su cui quei terapeuti si muovevano, tuttavia, era quello per cui il sintomo del bambino va compreso, interpretato e curato all’interno del contesto familiare e/o scolastico di provenienza, l’efficacia degli interventi finì per dipendere dalla competenza e dalla creatività dei terapeuti più che dalla prescrizione dei farmaci e, soprattutto, portò a ridurre al minimo la quantità e la durata dei ricoveri. Quello che accadde in queste condizioni è che gli amministratori cominciarono a considerare fallimentare la gestione di Minuchin e lo licenziarono. Senza tenere conto dei risultati ottenuti a vantaggio dei bambini e delle famiglie e basando tutto il loro ragionamento sulle entrate che la clinica avrebbe potuto assicurare se chi la dirigeva tornava a metodi più tradizionali: farmaci e sovvenzioni per la ricerca da parte di chi li produceva (le Università sono, per i farmaci, testimonials di grande valore), cioè, e ricoveri.
Il che alla fine vuol dire, caro Luciano, che nel campo specifico della salute mentale dove più incerte e contraddittorie sono le posizioni dei cosiddetti «scienziati», e dove difficile e comunque mai obbligatoria è la valutazione d’efficacia fatta nell’interesse di colui che sta o che è stato male, la cabina di regia delle politiche sanitarie può restare di fatto, e abbastanza spesso, nelle mani di chi nella sanità investe dei soldi. Costruendo strutture o inventando e vendendo dei farmaci. Come accade oggi, scandalosamente, con il
Prozac.
Il disegno complessivo è semplice e ricalca, senza una originalità particolare, quello su cui si basa il lancio di un prodotto commerciale. Partendo dall’idea, propagandata da medici e giornalisti ben addestrati e ben remunerati, per cui l’infelicità, la tristezza e l’inquietudine sono il frutto di un «male oscuro» che non ha alcun rapporto reale con le circostanze della vita, il messaggio di base che viene proposto è quello per cui la felicità è un diritto, una condizione naturale dell’essere umano. Da recuperare ad ogni costo nel caso, sfortunato, in cui qualcuno dei meccanismi che la sostengono si rompa. Con un intervento semplice
(«basta un poco di zucchero e la pillola va giù» cantava Mary Poppins ai suoi bambini) centrato sull’uso di quella che i giornali hanno accettato di chiamare la «pillola della felicità».
Senza interrogarsi mai troppo sulle circostanze concrete della vita del bambino ed assolvendo così, senza ascoltarlo, madre e padre, insegnanti ed amici da qualsiasi loro eventuale responsabilità (versione accusatoria) o impedendo comunque a tutti questi adulti (versione terapeutica) di fare qualcosa di diretto, di nuovo, di intelligente, di costruttivo nei confronti del bambino in difficoltà. «Vorresti tu, non specialista, occuparti di cose che solo la scienza sa e può affrontare?».
Quello cui non si pensa o si fa finta di non pensare è quello che succede dopo. Possiamo davvero considerare non pericoloso, per il ragazzo che affronterà il pianeta delle droghe illecite, l’idea cui lo abbiamo educato noi stessi per cui «la pillola della felicità esiste e si compra in farmacia?». Dire a un ragazzo che la sua felicità dipende da una pillola non è un modo di prepararlo ad una carriera di devianza?
Troppo facile, persino troppo facile ricordare le somiglianze documentate di azione farmacologica e di metaboliti attivi del Prozac e dell’extasi. Mai come oggi, mai come in questi tempi, la fuga dei cervelli dai luoghi poveri della ricerca di base a quelli ricchi e prestigiosi della ricerca a pagamento ha abbassato a livelli vergognosi l’attività un tempo utopica e disinteressata di troppi scienziati con la «s» minuscola. Mai come oggi, le attività sanitarie si sono trovate irretite all’interno di logiche da comitati d’affari. Anche se
questo alla fine può essere considerato con una certa semplicità il risultato della applicazione, alla ricerca scientifica e alle attività sanitarie, di quello che è il paradosso del liberismo senza regole, dell’interesse economico come motore della vita e della storia di un uomo spinto inesorabilmente da sé stesso a diventare schiavo di bisogni indotti dallo sviluppo senza limiti di una produzione che deve solo carpirgli denaro. Come segnalava lucidamente tanti anni fa, nei suoi Manoscritti, Carlo Marx. Che aveva ragione allora e che avrebbe ragione ancora adesso: su questa e su tante altre questioni.

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