I finanziamenti negati all’Onu e la legge del più forte- l’Unità 18.08.03
Caro Cancrini,
la notizia relativa alla diminuzione dei finanziamenti destinati alla fame nel mondo, alla lotta contro la droga, ai diritti delle donne e degli uomini che vivono in condizioni di povertà nel sud del mondo da parte del governo Berlusconi-Tremonti-Bossi e Fini non ha trovato alcuna eco sulla stampa italiana. Dei
telegiornali, da Pionati alla Gruber, neanche a parlarne. Soltanto l’Unità ne ha parlato nel modo giusto, in prima pagina. Tu che ne pensi? La ragione vera del fatto per cui la gran parte delle rassegne stampa televisive ignorano l’Unità e le sue prime pagine potrebbe essere questa? Potrebbero aver paura lorsignori (Fortebraccio li avrebbe chiamati ancora così) di far vedere, seppure di sfuggita, la quantità paurosa di notizie «bucate» dei grandi quotidiani e l’immenso «buco» di notizie importanti che esse producono nel cervello dei lettori?
Francesco Luzzi
La notizia della lettera con cui Berlusconi spiega a Kofi Annan le ragione per cui l’Italia «è costretta» a diminuire i suoi finanziamenti per l’Onu, la Fao ed altre organizzazioni di questa natura è stata in effetti ignorata da quasi tutti i giornali e giornalisti italiani.
Se Amadeus la facesse oggetto di un quiz, di conseguenza, molti concorrenti cadrebbero: di quelli che sanno tutto sui goals di Vieri, sulle donne di Schumi e sul nome proprio di Britti. L’Unità da sola, e meritoriamente, ne ha dato notizia in modo adeguato e sono fatti di questo genere, in fondo, quelli che ti fanno sentire orgoglioso di collaborare per un giornale così: un giornale che dice le cose come stanno, senza censure e senza veline, con tutta la passione che meritano le vicende del mondo, le ingiustizie che lo rendono sgradevole, gli slanci di vita e di solidarietà che lo rendono, a volte, straordinariamente bello.
Nel merito, del resto, la notizia è di quelle che meritano una attenzione speciale. Perché l’Italia è sempre stato uno dei Paesi «ricchi» più impegnati su questo fronte da quando l’ispirazione religiosa dei democristiani e la spinta solidaristica dei comunisti trovarono convergenze virtuose, molto al di là dei patteggiamenti o dei compromessi politici, proprio sul tema grande delle organizzazioni sopranazionali e del modo in cui esse potevano far immaginare possibile una qualche forma di governo mondiale dell’economia: non affidata necessariamente alle capacità delle multinazionali e all’immoralità untuosa di un sistema bancario internazionale guidato solo da logiche speculative e di profitto.
Una sorta di contrappeso pubblico all’interesse privato dei grandi gruppi economici, in un paragone non
assurdo con quello che aveva calmierato la violenza della speculazione capitalistica all’interno dei singoli Stati nel secolo scorso: capace di ragionare in termini di sviluppo compatibile e di lotta alla criminalità internazionale, di sostegno intelligente ai Paesi più deboli e di intervento forte nelle zone del mondo in
cui l’instabilità politica e militare copriva (il triangolo d’oro in Asia, parte rilevante dei paesi andini in America del Sud) la produzione e il traffico di droghe con cui le multinazionali del crimine finanziavano tutte le altre loro attività: sulla pelle di chi di droga moriva.
Un punto alto di questa iniziativa italiana si realizzò negli anni ’70 con la nomina di Giuseppe Di Gennaro, un magistrato indipendente, tenace e pieno di vitalità a capo del dipartimento che si occupava dei traffici di droga. Forte del peso che gli era assicurato proprio dal governo italiano e dai suoi finanziamenti, Di Gennaro fece della «guerra alla droga» una priorità reale e dell’intervento multilaterale sotto l’egida dell’Onu la premessa di quelle iniziative di riconversione delle culture che puntavano sullo sviluppo
di alternative economicamente plausibili alla coltivazione di oppio.
Ottenendo in Asia i risultati importanti che non fu possibile ottenere in America Latina dove la pratica degli interventi unilaterali continuò ad essere, per gli Stati Uniti, un mezzo importante di controllo politico
dei paesi dove si coltivava la coca. Bombardando simbolicamente un piccolo numero di campi (che non
dovevano, secondo loro essere riconvertiti,) e proteggendo, perché utili politicamente, i gruppi che controllavano i traffici colombiani. Altri tempi. Altri slanci e altre passioni politiche. Quello che sembra
aver trionfato oggi, per scelte soprattutto degli Stati Uniti e della nuova destra, in Italia e altrove, è una linea politica basata sul tentativo di mettere l’Onu nell’angolo delle istituzioni che hanno buone intenzioni e nessun potere reale. Che non contano nulla e non debbono contare nulla in quella lotta al terrorismo su
cui esse potrebbero funzionare molto meglio delle armi americane, inglesi o italiane. Perché il terrorismo,
così come i trafficanti di droga ed armi, si combatte con un’azione di pace. Perché il terrorismo si esalta e
si potenzia, invece, con le azioni di guerra. Perché nessun paese accetta mai di essere pacificato da un altro che a sé lo sottomette. Perché le forze di pace debbono essere per forza multilaterali se vogliono mettersi in grado di stabilire rapporti costruttivi e leali con i paesi in cui di forze di pace c’è bisogno.
Vorrei prendere l’occasione della notizia salvata da un titolo de l’Unità e dalla sua lettera, caro Luzzi, per
proporre qui ancora una volta l’idea per cui al primo posto di una agenda politica ideale della sinistra,
italiana ed europea, dovrebbe esserci la modifica, il rilancio, una nuova valorizzazione dell’Onu e degli organismi sopranazionali voluti in un tempo, quello dell’ultimo dopoguerra, in cui il mondo intero sentì
un bisogno forte, autentico, sincero di pace e di solidarietà. Non ci sono risposte alternative ai bisogni espressi dai no-globals e da tanti movimenti giovanili che segnalano l’assurdità della forbice che nasce fra
Nord e Sud, fra paesi ricchi e paesi poveri del mondo se davvero pensiamo di voler contrastare il modello di sviluppo proposto dalle multinazionali e dai poteri forti dell’economia mondiale.
Dobbiamo renderci conto con tutta la necessaria chiarezza del fatto per cui destra e sinistra dovrebbero confrontarsi oggi, da noi e nel mondo, soprattutto su questo grande tema da cui dipende tutto il nostro futuro per ciò che riguarda sia i problemi dell’emigrazione che quelli del terrorismo e della pace. Il gesto di Berlusconi ha il pregio, da questo punto di vista, di essere un gesto chiaro. Lui, Berlusconi, sta con Bush e con la legge del più forte, in economia ed in politica. Noi, di sinistra, crediamo (dovremmo credere) nella solidarietà e nell’importanza di istituzioni politiche che permettano al più debole (ai più deboli) di rappresentare le loro esigenze e di farle rispettare. Diminuire i finanziamenti per l’Onu e per la Fao, rendere più facile il movimento dei capitali e il riciclaggio del denaro sporco, bloccare le rogatorie internazionali e mandare soldati italiani in Iraq senza la copertura dell’Onu sono comportamenti collegati da una stessa logica. Una logica liberista da capitalismo selvaggio. Una logica trovata d’istinto da un uomo d’affari furbo e senza scrupoli che non ha pensato nulla, probabilmente, di quello che io sto scrivendo qui semplicemente perché non ha alcun bisogno di porsi coscientemente problemi così complessi. Ha bisogno, soltanto, di usare il fiuto, utilissimo per lui e per i suoi, dannosissimo per tutti gli altri, di cui la natura lo ha dotato.
Come dimostra benissimo, in fondo, la bellissima foto pubblicata da l’Unità il 7 agosto: Berlusconi, Previti e rispettive consorti con Stefania Ariosto e un gruppo di amici sullo yacht del grande nocchiere. In maglia con collo alto alla marinara e strisce orizzontali di colore rosso e blu. Ispirate ironicamente, forse, a quelle che Walt Disney e lo zio Paperone ci hanno reso famigliari nella rappresentazione di una strepitosa, straordinaria, allegra e spensierata Banda Bassotti.
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