I superuomini convinti d’avere più diritti e meno doveri degli altri- l’Unità 18.03.02

I superuomini convinti d’avere più diritti e meno doveri degli altri- l’Unità 18.03.02

Marzo 18, 2002 2001-2010 0

Caro Cancrini,
sono una delle insegnanti che ha tentato di insegnare educazione artistica nelle scuole medie e che
ha dedicato una parte importante del suo tempo ad organizzare delle visite nei musei e nelle città d’arte. Apprendo ora da un articolo su l’Unità che Vittorio Sgarbi, sottosegretario ai Beni culturali nel nuovo governo di Berlusconi, definisce inutile il mio insegnamento e insulta, usando parole che non mi va di ripetere, quelli che organizzano questo tipo di attività esterne alla scuola.
La domanda che vorrei porre ad una rubrica intitolata «Diritti negati» è la seguente: perché mi debbo tenere questo tipo di insulti? Perché un parlamentare può insultare chi cerca di fare il suo lavoro, sicuro di non doverne rendere conto in nessuna sede? L’avvocato con cui mi sono consultata dice che Sgarbi è un onorevole e protetto dall’immunità parlamentare anche quando si esprime in un modo così volgare e ingiustificato.
Per quello che ne so io, la vecchia immunità parlamentare serviva ad evitare che i rappresentanti del popolo, glieletti, venissero messi in difficoltà nell’esercizio delle loro funzioni, da accuse strumentali come accadeva, a volte, nei tempi della dittatura.
Il fatto che oggi l’immunità parlamentare venga usata da persone del tipo di Sgarbi o di Bossi come un privilegio che consenta loro di dire qualsiasi cosa a chiunque mi sembra molto diverso.
La cosiddetta Casa delle libertà, mi sembra, a volte, un grande casino. La parola libertà viene proposta come sinonimo di licenza. Essere maleducati, in quel contesto, sembra un titolo di merito. Per fortuna, mi sono detta, Sgarbi (non ce la faccio proprio a chiamarlo «onorevole») non ha figli né alunni da rovinare con il suo esempio.
In quella casa lì, mi sono detta, si incontra con gente (per esempio con Bossi) che si muove più o meno sullo
stesso suo livello. Finirà questo incubo? Dovremo subire lungo questa violenza e questa maleducazione? Dicono in molti che il fascismo era un’altra cosa, che le garanzie democratiche esistono ancora. Quello
che io sento, tuttavia, è un clima in cui di queste garanzie molti dei nostri governanti di oggi se ne infischiano altamente.
Lettera firmata

L’onorevole non onorevole Sgarbi ispira da molti anni la sua condotta pubblica e privata al mito del Superuomo.
Dell’uomo, cioè, cui sono permesse cose non permesse ai comuni mortali. Quando lavorava per la
Pubblica amministrazione, di cui era funzionario, riteneva obbligatorio prendere il suo stipendio ma non si sentiva obbligato a lavorare. Da quello che dichiarò in varie interviste quando per questo motivo fu sottoposto ad un processo, si capiva che, per lui, la Pubblica amministrazione doveva sentirsi onorata di poter usare il suo nome e il suo talento. Nei modi e nei tempi decisi da lui.
Quando entrò in politica, ugualmente, il suo grandioso sentimento di superiorità si manifestò in modo molto evidente. Quelle che contavano per Sgarbi, infatti, non erano le idee politiche ma il modo in cui le organizzazioni politiche potevano essere utili a dare il giusto riconoscimento alla sua persona. Il che è ben provato, mi pare, dalla rapidità e dalla tranquillità dei suoi «trasferimenti» dal partito comunista a quello socialista, a Forza Italia e l’approdo, infine, ad un partito o movimento intitolato direttamente a lui (a
Lui). Passaggi avvenuti tutti senza crisi e senza spiegazioni perché nessuna spiegazione deve agli altri il genio che può, dall’alto della sua sicurezza, permettersi di esibire un sovrano disprezzo per le idee delle persone normali: persone che non sono e che non saranno mai alla sua altezza.
Il problema proposto da Sgarbi, onorevole o no che sia il suo nome e il suo personaggio, non è tuttavia un problema da attribuire in particolare a lui. Di un uomo così vanaglorioso e in fondo ridicolo si potrebbe dire con Dante «non ti curar di lor ma guarda e passa» lasciando cadere nel vuoto di un silenzio infastidito le dichiarazioni più stupide del tipo di quelle da lei citate.
Il problema grave, infatti, è un altro, quello legato al suo successo mediatico e al ruolo che esso può svolgere all’interno di una fase politica come questa. Presentandosi come un intellettuale raffinato, Sgarbi sta infatti alla Casa delle Libertà un po’ come Gabriele D’Annunzio stava al fascismo di Mussolini. Regalando al regime prossimo venturo (o, più esattamente, al gruppo che sta tentando di mettere su un regime) una rispettabilità culturale che la gran parte dei nuovi leader non hanno. Con la sua capacità di parlare bene l’italiano e di parlare d’arte, Sgarbi è in grado di correggere l’impressione destata da governanti di cui si stenta a credere, quando parlano, che abbiano mai letto un libro.
La verità è che dobbiamo riflettere seriamente oggi, a sinistra, sulle questioni relative al successo e alla sua importanza nello sviluppo di una battaglia politica. Accettando l’idea per cui il terreno su cui questa viene combattuta oggi non è quello della conversazione intelligente ma quello dello slogan più efficace. Stretto da tempi che non sono quelli della dimostrazione o del ragionamento, il messaggio televisivo cui sempre di più la ricerca di consenso politico è portata (costretta) ad affidarsi richiede rapidità estrema ed
estrema semplicità di concetti. Richiede facce cui l’emozione (maggioritaria) degli spettatori senta di potersi affidare condividendone le posizioni prima che il giudizio. Facce che ispirino sicurezza, ottimismo, voglia di starsene in pace senza drammatizzare troppo i problemi. Facce che favoriscano, per il loro costituirsi come facce da Super Uomo gaudente e trasgressivo processi massicci di identificazione proiettiva. Facce che agitino, senza argomentare, spettri del tipo tasse, toghe, terroristi ed extracomunitari, accompagnandoli con un messaggio rassicurante sulla loro capacità di renderli inoffensivi con ricette di cui viene sottolineata con forza la semplicità. Permettendo a chi ascolta di incanalare l’aggressività suscitata da tutto quello che non si riesce ad esorcizzare da soli contro i nemici comunisti di quelli che risolveranno i loro problemi: le facce, appunto, il sui successo è assunto come garanzia fondamentale del fatto che si trovino dalla parte giusta.
Che tutto ciò sia l’espressione di un vero e proprio regime che si sta instaurando nel nostro paese,
come lei suggerisce o teme, è difficile dire. Che tutti noi godiamo ancora delle fondamentali libertà democratiche, per esempio, mi sembra fuori di dubbio. I regimi diventano tali nel tempo, tuttavia, non si presentano come tali fin dall’inizio. Nascono, molto spesso, da una volontà e da un voto popolare, nel rispetto di regole che vengono poi «superate» con una certa lentezza. Scriveva una volta Bareson che una rana immersa nell’acqua può morire bollita senza accorgersene se l’aumento della temperatura avviene
piano piano, senza sbalzi e così è probabilmente per i cambi non violenti di regime o di regole culturali. Quello che mi sembra certo, però, è che posizioni come quelle assunte da Sgarbi nei confronti dell’arte, degli insegnanti e degli alunni siano qualificabili solo come posizioni (cretine e) fasciste. Non smentite da lui, non contraddette da nessuno dei suoi amici di Casa delle libertà, esse sono espressioni, infatti, di un clima pesante, sgradevole, povero di cultura, di idee e di buona educazione.
Ricordarsi del ventennio, in queste condizioni, diventa quasi obbligatorio anche se io so benissimo (e lei sa sicuramente benissimo) che l’opposizione, in Italia, è divisa proprio su questo punto.
Quella di cui ci sarebbe bisogno, oggi, è un’analisi accurata delle sovrastrutture politiche, normative e culturali che più naturalmente si collegano a forme di produzione come quelle su cui si basa l’economia del nostro tempo. Venuti meno i limiti proposti al conflitto sociale e alla prepotenza dei vecchi padroni dalle legislazioni nazionali, quella che si sta sviluppando nel mondo è una gigantesca operazione di deregulation. Il pericolo che singoli stati non possano mantenere al loro interno regimi troppo democratici se non vogliono rischiare in termini di benessere e di competitività potrebbe essere percepito come reale da un numero crescente di persone.
Lo slittamento verso una politica di destra reazionaria e sorda alla voce dei più deboli potrebbe corrispondere allo sviluppo di situazioni politiche in cui un certo numero di diritti vengono sospesi.
Come si minaccia di far accadere oggi per quelli, sacrosanti, difesi dall’articolo 18 dello Statuto dei
lavoratori. Persone che pensano di avere più diritti e meno doveri degli altri, superuomini alla Sgarbi sono utili come il pane in situazioni di questo genere. Anche perché sono troppo vanagloriosi per accorgersi del modo in cui, alla fine, altro non sono che pedine: mosse da giocatori molto più abili di loro

PDF

About the author

admin:

0 Comments

Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Lascia un commento