Idea antiquata ma porta consensi: la pena di morte è dura a morire- l’Unità 17.11.03

Idea antiquata ma porta consensi: la pena di morte è dura a morire- l’Unità 17.11.03

Novembre 17, 2003 2001-2010 0

Caro Cancrini,
un trafiletto su l’Unità, sabato 8 novembre, informa del fatto per cui, in Texas, una giuria ha deciso di condannare alla pena di morte una persona malata di mente. Sinistramente questa decisione viene presa in coincidenza con quella di Berlusconi che ha dimenticato di associare l’Italia (e per molti versi, in questo momento, l’Europa) alla richiesta di moratoria per la pena di morte nel mondo. Berlusconi, Bush (che dal Texas viene, che come governatore del Texas non si è mai opposto alla pena di morte) ed una giuria popolare in consonanza, dunque, su un punto che urta molte coscienze e che riesce, tuttavia, ad ottenere ancora un consenso importante in mezzo alla gente. Si ottengono davvero molti voti accettando l’idea della pena di morte? Tu, come psichiatra e psicoterapeuta, che cosa ne pensi?
Roberta Merlo

Ne penso che la storia dell’umanità è storia, anche, di progresso delle idee e che questo progresso è molto lontano dal suo compimento anche nelle società apparentemente tanto evolute (tecnologicamente ma non umanamente, forse, tanto evolute) dell’Occidente.
Con differenze importanti, tuttavia, da paese a paese e, all’interno dello stesso paese, fra persone che
appartengono a strati sociali o a blocchi culturali diversi. Il progresso (il cammino) delle idee non è omogeneo, infatti, procede in modi imprevedibili e irregolari. I rivoli su cui le idee più giuste o più evolute si muovono seguendo percorsi differenziati, si riuniscono in un grande fiume impetuoso e sicuro solo dopo un certo tempo. Come è accaduto per l’idea, folle ancora nel 1.600 per cui tutti gli uomini debbono (dovrebbero) essere uguali davanti alla legge o a quella, folle ancora nell’ ‘800, per cui una posizione autenticamente religiosa considera con rispetto i principi su cui si basano le religioni degli altri.
Si tratta di idee difficili da non condividere, oggi, e sicuramente maggioritarie se su di esse si predisponesse un sondaggio o un referendum fra esseri pensanti e si tratta di idee, tuttavia, sicuramente impopolari, ancora oggi, in gruppi ben definiti dal punto di vista economico sociale e/o culturale. Pochi imprenditori di alto livello si sentono tenuti a pagare tutte le tasse, per esempio, e molti sono ancora, e anche da noi, quelli che danno un valore dispregiativo alla parola extracomunitario di cui molti non pensano affatto che debbano davvero essere uguali a noi davanti alla legge.
Nei riguardi della pena di morte le cose stanno più o meno nello stesso modo. La grande maggioranza delle persone (pensanti) pensa, nei paesi occidentali di oggi, che essa vada abolita. Gruppi di persone con menti poco ammobiliate continuano a sentirne il bisogno, tuttavia, per le ragioni più disparate, dalla superficialità all’odio per il diverso, dalla paura delle proprie (negate) angosce criminali al bisogno di dare soddisfazione alle proprie tendenze sadiche. Poiché anche queste persone votano, d’altra parte, i politici pensano di non doverli prendere di petto quando il fanatismo delle loro posizioni fa abbastanza proseliti da renderli utili elettoralmente.
È per questo motivo, credo, che Bush non ha fatto molto, quando era governatore del Texas, per combattere contro gli omicidi di stato e rischierebbe di trovarsi in difficoltà ora se la richiesta di moratoria delle esecuzioni venisse fatta propria da quei governi occidentali della cui solidarietà sente di avere tanto bisogno in Iraq. Quanto a Berlusconi, credo, lui della pena di morte se ne infischia, guarda semplicemente a quello che gli conviene ed ha taciuto, credo, perché il suo “amico” George glielo ha chiesto. Grandi uomini così sono molto emotivi, infatti, e si commuovono facilmente di fronte ad un amico in difficoltà. Di meno si commuovono di fronte alle vittime del boia che non sono loro amici, non vanno a trovarli in Sardegna e contano, alla fine, assai poco. Soprattutto se sono dei minorati. Dando una spiegazione chiara lui (Berlusconi) con il suo comportamento del perché istituti giuridici come la pena di morte possono sopravvivere alle idee che li condannano. Quando le idee vecchie sono utili a trovare consenso (e voti), infatti, la capacità di non vedere e di non capire è sempre tanta.
Tornando a quello che è il punto di partenza della tua lettera, cara Roberta, quello che mi viene da dirti è che mi sono sorpreso a pensare, mentre tornavo da uno dei viaggi che faccio da quasi un anno all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, che la gran parte dei casi detenuti lì per omicidio e curati, lì, per le loro sempre gravi patologie personali verrebbero tranquillamente giustiziati in Texas o in altri Stati americani in cui la pena di morte c’è ancora. Le loro storie sono del tutto sovrapponibili, infatti, a quella che ci viene raccontata delle persone che vengono condannate laggiù senza tener conto del fatto, evidente per chi in queste situazioni lavora, per cui chi uccide è inevitabilmente e quasi per definizione una persona che sta molto male e del cui star male occorrerebbe sempre sapersi far carico.
La chiave di lettura più interessante per affrontare in termini il più possibile scientifici una moderna psicopatologica dell’omicidio è quella legata allo studio dei disturbi di personalità. Alla verifica cioè di un modello abituale di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto a quelle che sono le aspettative naturali nel contesto socio culturale cui un certo individuo appartiene e che regolarmente si manifesta a livello di cognitività (dal modo di percepire, cioè, e di interpretare sé stessi e gli altri), di affettività (sulla qualità, cioè, delle reazioni affettive), di qualità dei rapporti interpersonali e di controllo degli impulsi.
È solo quando un modello di questo tipo invade gran parte delle situazioni personali e sociali che si può parlare di disturbo grave della personalità. È proprio questo tipo di disturbo quello con cui ci confrontiamo regolarmente, tuttavia, quando lavoriamo con persone che hanno commesso degli omicidi. Perché l’omicidio si inquadra naturalmente, per chi ha tempo e voglia di studiarlo, all’interno di storie segnate dal disagio di chi arriverà a commetterlo. Storie di criminali mafiosi o, all’altro estremo, di persone che uccidono nel momento in cui il mondo crolla loro addosso, di cui possiamo solo dire, credo, che dobbiamo tener conto prima di dare giudizi. Come insegnava Gesù quando fermava la lapidazione delle donne adultere.
Come dovrebbe insegnare oggi il buonsenso di chi si sforza di capire il funzionamento della mente umana.
Posizioni di questo tipo, vorrei sgombrare subito il campo da ogni equivoco, non significano affatto che l’omicidio debba essere perdonato. La pena è importante, spesso, proprio per aiutare la persona a rendersi conto dell’assurdità di ciò che ha fatto e la detenzione è importante, spesso, per consentire il confronto con la realtà: uscendo dalle fantasie megalomaniche o persecutorie in cui ci si rifugia quando troppo grande è il dolore di chi si guarda dentro senza poter dare un senso a quello che gli è accaduto. Purché la pena sia accompagnata, però, da una capacità di ascolto e di accoglimento della persona e delle sue difficoltà.
Purché essa sia orientata, voglio dire, sul tentativo di aiutare una persona che è stata male, che sta male
e che male dovrà stare ancora parecchio quando di più capirà di sé, della sua storia e della sua vita: incontrando sé stesso e la parte di sé cui ha rinunciato (che ha ucciso) con il suo gesto estremo.
Squisitamente psicoterapeutico, il lavoro orientato in questa direzione insiste insieme sul valore rieducativo della pena e sul diritto alle cure di chi sta male. Chiede un contrasto netto, tuttavia, a quella
tendenza alla mostrificazione dei criminali e dei diversi che tanto piace a chi fa cinema e giornalismo di basso livello e su cui si basa, in fondo, il movimento emotivo della giuria popolare che ha mandato a morte un povero ragazzo americano. Una giuria fatta di persone di cui possiamo dire semplicemente che non sapevano quello che facevano (come disse Gesù di quelli che uccisero lui) e che importante sarebbe per noi che qualcosa di più abbiamo la fortuna di sapere, di aiutarle a capire quello che, per ragioni legate anch’ esse alla loro storia, non hanno ancora capito

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