Il bisogno di interrogarsi sulle radici del Male- l’Unità 05.08.02

Il bisogno di interrogarsi sulle radici del Male- l’Unità 05.08.02

Agosto 5, 2002 2001-2010 0

Caro Luigi Cancrini,
vorrei approfittare della tua pazienza per esprimerti i miei dubbi e le mie modeste convinzioni sulla politica della sinistra.
Per prima cosa va tenuto presente che viviamo in una società che esprime ingiustizia, criminalità e violenze contro i propri simili, quindi una società malata di un male che non si risolve mai e tutte le medicine proposte sono come la coperta troppo corta, che, ovunque la tiri ci rimane sempre uno scoperto. Tutto questo è il risultato prodotto da quei princìpi errati su chi si è costruita la stessa nostra società.
A farne fede è la stessa presenza della destra politica e fascista che in Italia non si è mai data per vinta, ed
è su questi principi errati che la destra politica affonda le sue radici e, per la sinistra necessita la progettazione di una società in cui siano eliminati e sostituiti gli errati ed attuali principi se questo non verrà fatto tutta la nostra attività politica si risolverà a beneficio della destra perchè, la società della sinistra sarà sempre al di là dell’avvenire non potendo costruirne una su valori di destra.
Per prima cosa è indispensabile denunciare quei princìpi in modo deciso e senza riserve, essendo la causa di tutti i nostri mali sociali.
Entrando nel merito del problema sopra detto è necessario porsi una domanda: il pianeta Terra di chi è? È di tutti, come in genere si ritiene, oppure è di chi se ne appropria?
Oggi, con la globalizzazione in atto, il problema è sempre più attuale e dare una risposta giusta è fondamentale. Per esempio: possiamo considerare il pianeta di tutti una merce di scambio, che permette l’accumulo del possesso in mano a poche persone e, poi costringe la maggior parte della popolazione nelle favole metropolitane? Oppure il così detto Diritto Romano che non è altro che lo stravolgimento dello stesso senso comune del diritto che lo vuole uguale per tutti, mentre legalizza il privilegio del potere; il suo esatto contrario.
Poi la proprietà privata del territorio, che da una parte allude ad un possesso aperto all’infinito, ma proprio perché privato e infinito, inglobandovi il mondo intero, finisce per escludere i più.
Se la proprietà privata non dà a tutti la parte di territorio che le aspetta, permettendo così il determinarsi
di una disuguaglianza di possesso del territorio e con esso la disuguaglianza del potere, la negazione del
diritto ed il trionfo del privilegio che il Diritto Romano puntualmente sanziona, che prospettive di sviluppo della democrazia ci possiamo aspettare se non cominciamo a denunciare quei falsi valori che oltre ad essere un ostacolo sono un enorme onere che l’umanità paga continuamente sotto forma di violenza di ogni tipo?
La soluzione del problema – secondo la mia opinione – è quella di indicare una struttura sociale in cui l’uguaglianza del potere si concretizza con l’uguagliana nel possesso e uso del territorio e che, il possesso sia garantito e perpetuo, quindi inalienabile e ottenibile eliminando il commercio dal territorio. Il possesso del territorio è lo strumento del potere che deve essere uguale per tutte le famiglie (mai del singolo), noi siamo dei mammiferi ed è giusto ritenere la famiglia la cellula fondamentale della società.
Maria Sartori

Un tempo in cui le grandi discussioni di principio non usano più è un tempo in cui ci si sente isolati se si ragiona di utopia. Di utopia invece, io sono d’accordo con te, bisogna ragionare. Soprattutto a sinistra. Mantenendo ben salda, tuttavia, la capacità di confrontare il proprio ragionamento sui fatti concreti, sullo scorrere reale della storia.
È importante tenere conto, facendo così, del modo in cui la situazione di oggi si presenta notevolmente diversa e migliore di quella con cui si confrontavano i nostri padri e i nostri nonni. Basta andare indietro di un secolo, molto al di là delle follie prodotte dal nazismo e dal fascismo, perritrovare un mondo in cui l’idea di una razza bianca colta, progredita, forte e benedetta da Dio aveva il diritto e, per molti, il dovere di conquistare e di dominare il mondo. “Età degli imperi” è il titolo del libro dedicato da Hobsbawn al periodo che va dal 1870 al 1914 raccontando una fase della storia cosiddetta moderna in cui il pregiudizio razziale, religioso e politico è così diffuso in Europa ed in America da ispirare, nei fatti, le decisioni dei leader e le convinzioni della stragrande maggioranza dei cittadini. Una storia per noi «gloriosa», quella del Risorgimento e dell’unificazione d’Italia, quella che dà i nomi alle vie e alle piazze della nostra città
è una storia fatta di imposte sul macinato e di oppressione dei poveri all’ interno, di avventure e di guerre coloniali più o meno patteggiate con le altre grandi potenze del tempo all’ estero. Gli ebrei, a Roma, furono liberi di uscire dal Ghetto (dove fascisti ed SS avrebbero dato loro la caccia settanta anni dopo) solo nel 1870, quando Roma fu conquistata da un re scomunicato e un Papa lanciò i suoi anatemi in quegli anni contro un governo che parlava di istruzione elementare obbligatoria. Fascismo e nazismo non avrebbero mai potuto scatenare una guerra mondiale se i sogni imperiali di Hitler e di Mussolini non fossero stati diffusi in modo così naturale ed ampio nelle popolazioni che, comunque, aderirono al loro progetto. L’idea di una superiorità naturale della razza bianca e quella, ad essa subito coerente, di una
superiorità naturale ed ugualmente benedetta da Dio dei ricchi (borghesi o nobili latifondisti) sui poveri (contadini e operai) erano idee correnti contro cui cominciavano ad organizzarsi, da una posizione minoritaria e comunque rivoluzionaria («se abbiamo ragione, l’intero assetto della storia deve cambiare»), i primi partiti socialisti. Esasperazione violenta di sentimenti e convinzioni diffuse («se si continua ad essere democratici vinceranno quelli che sono comunque di più») le dittature di Hitler e di Mussolini non sarebbero mai state possibili se questi sentimenti e queste convinzioni non le avessero in qualche modo provocate e legittimate. Che il trionfo della borghesia da cui esse nascono e che ha le sue origini nella Rivoluzione francese corrispondessero ad un progresso nei confronti del precedente ordine feudale
e teocratico, d’altra parte, era ed è fuori di dubbio per i borghesi come per i socialisti: nessuno dei quali ha pensato, da Marx in poi, alla possibilità di un ritorno all’antico.
Quello di cui dobbiamo prendere atto tutti insieme, riflettendo su tutte queste cose, è che il mondo in cui
viviamo oggi, il mondo che così poco ci piace e che tanto ci fa paura, è un mondo incredibilmente più vicino all’utopia socialista e comunista di tutti quelli che ci hanno preceduto. Accettato e riconosciuto come discorso moralmente, politicamente e religiosamente corretto fino a sessant’anni fa, un discorso apertamente basato sul pregiudizio razziale può essere pronunciato e portato avanti solo da frange estremistiche, da gruppi di persone malate che si costituiscono in sette sostanzialmente incapaci di aprire un dialogo con la società civile. La necessità di stendere veli di ipocrisia sui poveri immigrati che hanno diritto alla casa ed al lavoro e che non possono essere accettati quando arrivano da clandestini da parte dei sostenitori di una legge violenta e sbagliata come quella voluta da Bossi e da Fini dimostra con chiarezza l’impossibilità di presentare degli argomenti ispirati al pregiudizio razziale fuori da ambiti ristretti (le feste della Lega padana o le adunate dei camerati). Un leader politico che non usasse questo tipo di prudenza oggi (quelli che ci hanno provato sono Haider e Le Pen) si troverebbe rapidamente fuori dalla scena politica e dai luoghi in cui si prendono decisioni semplicemente perché una maggioranza grande dell’opinione pubblica informata non condivide più, o si vergogna di condividere, il pregiudizio razziale e una cultura (incultura) basata sul razzismo.
Nello stesso modo, del resto, la necessità di giustificare, con un presunto riarmo dell’Iraq e con la presunta corsa al nucleare dell’Iran, il ricorso ad una guerra mirante soprattutto al controllo dei pozzi di petrolio del Golfo dimostra con chiarezza l’impossibilità di usare pubblicamente argomenti del tipo «dobbiamo farlo perché siamo geneticamente superiori, perché Dio lo vuole o perché dobbiamo portare lì le nostre idee superiori e più giuste». Che alcuni o molti lo pensino ancora in privato, che alcuni o molti si preparino a godere dei vantaggi possibili di quella che è comunque un’operazione di guerra è senz’altro vero. Vero è anche però che la propaganda dovrà tenere conto della necessità di nascondere tutto quello che si può nascondere in termini di «effetti collaterali» semplicemente perché l’opinione pubblica non accetta l’idea che gli altri, quelli che erano un tempo i barbari, i miscredenti o i selvaggi muoiano per mano dei suoi «valorosi soldati».
Tutto questo non vuol dire, certo, che il mondo così com’è oggi va bene e che le tue osservazioni critiche non siano giuste. Se ci mettiamo in una prospettiva storica, tuttavia, quello che viene da dire, a me che le condivido, è che esse propongono una forma di impazienza per il progresso dell’umanità che tanto importante è stata, nel secolo scorso, nel tentativo di promuoverlo. L’idea per cui l’uomo dovrebbe andare verso una forma di vita in cui, definitivamente abolita ogni forma, implicita o esplicita, di pregiudizio razziale, tutti possano aspirare al riconoscimento dei loro diritti fondamentali è un’idea ancora assai difficile da realizzare.
Che essa sia presente in un numero ormai enorme di persone (in forma di desiderio più o meno partecipato o di parametro su cui ci si basa per giudicare la moralità di un individuo, di una nazione o di una società) è tuttavia fondamentale, a mio avviso, per ragionare sul tempo in cui viviamo con una qualche forma di ragionevole ottimismo. Il fatto che la Chiesa cattolica abbia chiesto scusa agli ebrei e iniziato, d’intesa con altri, un difficile processo di riconoscimento della legittimità di tutte le scelte religiose, il fatto che, dopo Norimberga, si sia arrivati ad istituire un Tribunale Mondiale, il fatto che i problemi dello sviluppo ineguale, della fame nel mondo e degli attentati alla salute del pianeta siano arrivati ad occupare le prime pagine dei giornali e le agende dei rappresentanti politici, il fatto che, impetuosamente, il movimento dei no-global o new-global abbia riportato all’azione politica tante
coscienze giovanili costituisce un insieme di fatti che sono la naturale conseguenza, a mio avviso, di quello che si è delineato, nella seconda metà del secolo scorso, come un mutamento forte dei riferimenti e dei princìpi su cui si costruisce la moralità di un individuo. Che tende a non essere centrata oggi, come tu giustamente dici, sul diritto di proprietà della persona ma sul possesso e sull’uso misurato delle risorse di beni che appartengono comunque alla comunità.
Che tutto ciò crei tensioni e resistenze forti in quelli che detengono le proprietà ed il potere, cara Maria, è fuori di dubbio. Che quello che aspetta noi ed i nostri figli sia, per questo motivo, un periodo altamente conflittuale, una fase di scontri forti dal punto di vista politico è del tutto naturale. Che l’azione politica dei compagni che si sono ispirati ai canti dell’Internazionale sia servita a portare lo scontro sociale su un terreno molto più avanzato, tuttavia, è altrettanto fuori di dubbio. Come fuori di dubbio è, o mi pare, che noi tutti abbiamo ancora una favola da raccontare e un obiettivo da indicare ai nostri figli: a quelli che sono già grandi e a quelli che stanno aprendo adesso i loro occhi su un mondo che è il risultato di tutto quello che le generazioni precedenti hanno fatto o non fatto.

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