Il disagio di chi si sente solo e fuori dal coro- l’Unità 29.10.01

Il disagio di chi si sente solo e fuori dal coro- l’Unità 29.10.01

Ottobre 29, 2001 2001-2010 0

Cara Unità, caro Cancrini.
Succede a volte di sentirsi “fuori dal coro”. Ascolti i dibattiti in televisione, leggi i giornali e senti che tutti sono o sembrano d’accordo su qualcosa che tu non riesci ad accettare.
Quand’ero giovane, andavo in sezione a discutere. Con maggiore o minore soddisfazione sui contenuti perché nel ’57 (i fatti di Ungheria, n.d.r.) e nel ’69 (i carri armati a Praga, n.d.r.), ad esempio, la posizione del partito non era facile da accettare.
Con la possibilità di condividere i dubbi, però, e il sollievo di sentire negli altri le stesse perplessità, lo stesso disagio.
Poiché le sezioni non ci sono quasi più e non sono comunque quelle di una volta, scrivo al mio giornale ed è a te, dunque, per capire se c’è qualcosa che così funziona nel mio cervello e nel mio ragionamento di persona anziana nel momento in cui sento di non accettare, dentro di me, i bombardamenti che si stanno facendo in Afghanistan semplicemente perché non riesco a sentirli utili per prendere Bin Laden e i suoi terroristi.
Rutelli e D’Alema dicono che non è così, che qualcosa si deve pur fare.
D’Alema si spinge a dire che su Kabul conquistata deve sventolare anche la bandiera italiana. Il Parlamento europeo o la sua Commissione (non ricordo bene) dicono che noi europei siamo
d’accordo incondizionatamente con gli americani.
Da destra si propongono marce e manifestazioni a favore dell’intervento armato. Io mi guardo intorno e mi sento male perché non sono d’accordo e mi irrito ancora di più quando la moglie di mio figlio mi dice che sono un pacifista o un antiamericano perché non è vero, perché a suo tempo ho fatto le mie battaglie e le rifarei e perché molte volte sono stato d’accordo con gli americani e perché lo sforzo di mettere la mia posizione in una etichetta mi sembra offensivo.
Deciderei, credo, di non parlare più non nessuno: tenendomi il magone che ho dentro e aspettando che arrivi, da qualche parte, un discorso con cui andare d’accordo.
Dallo psichiatra, certo, non andrò. Anche se qualcuno me lo consiglia. Tu che psichiatra sei, cosa ne pensi?
Lettera firmata

Ne penso che hai ragione.
Che nulla ho da dirti in quanto psichiatra e che mi sento assai vicino a te, invece, in quanto essere umano. Che condivido il tuo smarrimento. Che ritengo vi siano argomenti forti per giustificarlo. Che stare “fuori dal coro” è difficile a volte, ma utile, sempre. Anche se non si hanno subito delle soluzioni da proporre.
Sono stato molto colpito, anch’io, dall’idea di un appoggio “incondizionato” alle posizioni americane. Mi sembra strano che non si sia tenuto conto, parlando in questo modo, e della ricchezza del dibattito che si è sviluppato in questi mesi all’interno della stessa amministrazione di Bush. Continuiamo a leggere sui giornali che qualcuno, al suo interno, propone l’uso di armi nucleari. Incondizionato cosa vuol dire, che si sosterrà, se mai dovesse prevalere, anche un’opzione di questo genere? Un’amicizia vera si basa sul confronto e sulla chiarezza delle posizioni, mai sulla approvazione “incondizionata”. Non ci sarebbe nessun male, credo, a dire che l’appoggio viene dato se le caratteristiche dell’ azione che veniva intrapresa fossero rimaste quelle che erano state dichiarate all’inizio.
Un’operazione di polizia internazionale non dovrebbe prevedere
il bombardamento delle zone residenziali di una città o l’ordine di sparare su tutto quello che si
muove in una certa area. Nessuna ha voluto insistere sul fatto che l’operazione di polizia internazionale è diventata una guerra che fa un numero grande di vittime civili nell’immediato e che prepara una catastrofe umanitaria per i prossimi mesi ed io ne sono, come te sconvolto. La paura era, forse, quella di sembrare tiepidi, non sufficientemente entusiasti.
Da parte di D’Alema e di Rutelli, forse, la paura era ed è quella di lasciar immaginare una sinistra italiana fuori dal concerto (coro) delle sinistre europee. Molto al di là delle motivazioni, tuttavia, il problema che tu proponi esiste ed è grave: perché le facce dei bambini afghani scorrono sui teleschermi insieme alle immagini degli ospedali colpiti dalle bombe e perché è veramente difficile per chiunque sostenere
che questo tipo di azioni rende più facile la cattura di Bin Laden. Quello cui ci troviamo di fronte come in tutte le guerre, infatti, è sul piano umano, il venir fuori di un’aggressività molto distruttiva e, sul piano economico, il delinearsi di una strategia che tende ad utilizzare questo tipo di aggressività per gli affari che essa rende possibile. Come ha scritto in prima pagina due settimane fa, sul “Corriere della Sera”, un economista della Bocconi di Milano: sostenendo che la recessione cui l’ economia mondiale e americana stanno andando incontro verrà evitata se Bush avrà il coraggio di utilizzare ciò che è accaduto in America
per fare investimenti militari con l’attivo di bilancio che ha ereditato da Bill Clinton. Anche cose di questo tipo vengo scritte infatti, in questi giorni, per giustificare e sostenere la grande vendetta dell’Occidente buono.
Riproponendo senza pudore e con molto cinismo l’idea pazza di una cultura basata tutta sul valore del denaro.
Sentirsi male mentre si vivono vicende di questo genere sembra a me dunque del tutto naturale.
Essere depressi perché ci si sente fuori del coro, perché non si trova ascolto per le proprie opinioni e per il proprio desiderio di ragionare sui fatti senza riconoscersi negli stati d’animo della maggioranza può essere ed è, a mio avviso, altrettanto naturale.
Non si prova nessun piacere nel momento in cui si pensa che l’apertura di un fronte di guerra e un numero così grande di bombardamenti sempre meno mirati potrebbero aggravare, anziché sanarla, la spaccatura che di divide il mondo occidentale dal resto del mondo provocando disastri peggiori di quelli con cui ci confrontiamo oggi.
Può anche darsi, naturalmente, che non sia così. Può darsi che, sventolando su Kabul, le bandiere dell’Occidente segnino l’inizio di una fase nuova e diversa delle storie del mondo. Se l’esperienza insegna qualcosa, tuttavia, le bandiere servono a poco se quello che si respira sotto di loro non è un’atmosfera di pace e giustizia ed è davvero difficile pensare che pace e giustizia regneranno in Afghanistan e nel resto del mondo se non si porrà riparo, in tempi rapidi, alle violenze della differenza fra Nord e Sud, all’avidità delle multinazionali, alle forme distorte di globalizzazione del costume e dell’economia cui
si è dato finora uno spazio colpevole e interessato.
C’è qualcosa di lugubre per chi guarda le cose in questo modo nelle immagini, diffuse dai televisori di tutto il mondo, in cui Bush si presenta in mezzo ai bambini americani che offrono un dollaro per quelli poveri Afghanistan. Non è sulla elemosina ma sul rispetto dei diritti che dovremmo insistere oggi. Lavorando sul serio per mettere davvero in difficoltà i terroristi di tutto il mondo. Per togliere loro
argomenti ed alleanze. A qualsiasi livello.

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