Il male di chi non può vedere i danni che ha prodotto- l’Unità 26.04.04

Il male di chi non può vedere i danni che ha prodotto- l’Unità 26.04.04

Aprile 4, 2004 2001-2010 0

Caro professor Cancrini,
lavoro come consulente psicologo nel penitenziario dall’82. Nel tempo questa realtà è cambiata, non solo per la psicologia e le scienze umane, ma soprattutto per i detenuti. Credo che le due cose siano connesse: lo scarso investimento sulle scienze umane è comprensibile se debole è l’interesse per la soggettività, che si perde dietro e dentro le numerose etichette: bassa, media, medio-alta, alta, massima pericolosità. Esse privano la persona del suo carattere dinamico riducendola a struttura statica, rinforzano le parti negative dell’identità, imbrigliano l’individuo e le persone che affettivamente gli sono legate nella spirale della rabbia e dell’emarginazione, dove attinge e si replica la criminalità organizzata. L’equazione persona = reato è una lente miope: espone al rischio di porre il controllo sopra ogni cosa, anche a diritti primari come dignità e salute, di dimenticare che dietro il comportamento deviante – anche il più distruttivo – vi è una persona in grado di crescere, se posta nelle condizioni di elaborare la propria esperienza. Anche in una situazione al limite come la detenzione. I criteri di assegnazione e permanenza nei vari regimi detentivi sono esclusiva competenza dell’autorità giudiziaria e prescindono da un’osservazione approfondita della personalità, nel qui ed ora. Essi sono:

  • pericolosità presunta in base al reato e all’organizzazione criminale, anche in fase di imputazione;
  • atteggiamento processuale relativo alla collaborazione con la giustizia.

Nei circuiti improntati sulla sicurezza è svalutata la finalità rieducativa della pena, proprio laddove un’azione di contenimento del potenziale distruttivo della persona e di prevenzione secondaria sarebbe più necessaria. Questa logica ripropone la scissione tra funzioni di controllo e trattamento che la riforma del ’75 aveva tentato di superare. Non vi è dimostrazione che la rottura di questo equilibrio comporti una riduzione della recidiva; si può viceversa affermare che uno spostamento verso l’afflittività ostacoli la capacità di pensiero e porti alla fuga in meccanismi di difesa (es. vittimismo) che alimentano la istruttività. O solleciti un uso strumentale dei vantaggi che implicitamente la legge fa intravedere a chi collabora. Sono chiari in ogni caso gli effetti negativi sulla persona, cui non vengono date possibilità di cambiamento reale. La selettiva attenzione alla soggettività si traduce in un peggioramento della qualità di vita e di trattamento penitenziario nonché della salute, soprattutto psichica, di molti detenuti influenzando la prognosi di recupero sociale. Questo rende, a mio parere, l’Istituzione Penitenziaria un contenitore inadeguato ad arginare e canalizzare l’aggressività umana e quindi non rispondente alle esigenze di sicurezza della collettività.
Paola Giannelli
Psicologo Penitenziario-Psicoterapeuta

La sua lettera propone un problema reale e di grandissima importanza. Affrontarlo sul serio, tuttavia, richiederebbe un cambiamento radicale della cultura su cui si reggono, infatti, il sistema giudiziario ed il regime carcerario che da esso dipende. Innovare su questi terreni non è soltanto difficile dal punto di vista organizzativo, propone complesse questioni di ordine culturale e politico.
La prima questione, la più importante, è quella che attiene alle ragioni per cui le persone commettono reati. Lasciamo da parte per un attimo i piccoli reati, quelli che possono essere commessi all’interno di uno stato di bisogno e occupiamoci soltanto di quelli che hanno un importanza reale per la loro gravità (gli omicidio, le rapine, gli stupri o le attività collegate alla criminalità mafiosa) o per la loro sistematicità (la gran parte dei crimini finanziari). Dire che questi reati possono essere commessi soltanto o quasi soltanto da individui che presentano un’alterazione importante della loro organizzazione personale (in termini psicopatologici un disturbo di personalità) è ormai sicuramente possibile sulla base della ricerca che viene portata avanti in questo campo un po’ in tutto il mondo. Ragionando degli omicidi, ad esempio, i problemi collegati al controllo degli impulsi e/o alla utilizzazione di meccanismi basati sulla
negazione (il dolore e la morte dell’ altro non esistono) o sulla rilettura delirante della loro situazione personale (non potevo fare altrimenti, era necessario che io lo facessi) sono la premessa necessaria di quella particolare alterazione dello stato di coscienza che rende possibile il più crudele e il più assurdo degli atti criminosi. Lavorando con persone dedite alla criminalità finanziaria, non si può non restare colpiti, ugualmente, dal modo in cui l’avidità di guadagno e di potere riesce a far perdere loro ogni contatto con la realtà: rendendole incapaci di godere quello che hanno e schiave di una competizione senza fine con dei nemici immaginari. Siamo di fronte anche qui con ogni evidenza a persone la cui
incapacità di vedere i danni che provocano (la criminalità finanziaria si collega “naturalmente” ai traffici di droga e di persone, d’armi e di organi) è pari soltanto alla loro incapacità di guardarsi dentro, di rendersi
conto del disturbo psicopatologico che anima le loro condotte. Anche questo tipo di disturbo nasconde,
del resto, ferite antiche: alla base di quella che si manifesta come un’avidità senza fine proprio perché incapace di colmare, con i frutti delle prepotenze e degli imbrogli, il vuoto profondo della loro esperienza personale.
L’impatto che le attuali misure carcerarie hanno su questo insieme di strutture di personalità è abitualmente del tutto controproducente. La pena detentiva non accompagnata da un lavoro psicologico capace di riorganizzare l’esperienza vissuta aiutando la persona a mettersi in crisi di fronte ai reati che ha commesso sortisce inevitabilmente un effetto opposto a quello desiderato. Colui che ha difficoltà a mantenere il controllo della propria aggressività tenderà a nasconderla dietro comportamenti da detenuto “perfetto” rinviando al dopo, al momento dell’uscita dal carcere la ripresa di una condizione psicologica “normale”. In modo altrettanto e a volte assai più drammatico, il carcere non sostenuto da un lavoro psicologico può aggravare la condizione dei detenuti che presentano un disturbo di personalità centrato su un vissuto persecutorio (che accumuleranno odio contro i loro “persecutori”) e di quelli che presentano invece un grave problema narcisistico (che si sentono, cioè, al di sopra delle leggi che regolano la vita dei comuni mortali e che giudicano furbo o intelligente il comportamento di chi riesce a soddisfare la propria avidità senza fare i passi falsi che a loro è capitato di fare). L’ adeguamento alle regole del carcere è espressione infatti, in tutti questi casi, più della gravità del loro disturbo (e quindi della loro tendenza alla dissimulazione e alla recidiva) che della loro capacità di valutare criticamente i loro reati.
È da qui, cara Paola, che dovremmo partire per dire che è quasi ovvio, sulla base delle cose che sappiamo
oggi sui disturbi di personalità, che la detenzione in carcere non accompagnata da un adeguato lavoro d’ordine psicologico peggiora e non migliora la condizione di chi vive condannato. Proponendo accanto a questa l’idea per cui la presenza diffusa di competenze psicologiche e psicoterapeutiche all’interno delle carceripotrebbe portare dei cambiamenti importanti in una situazione che sta diventando sempre più difficile daaccettare o giustificare. L’esperienza portata avanti in questi anni con i detenuti tossicodipendenti nelle carceri “attrezzate” che per essi sono state istituite e nelle comunità terapeutiche che li hanno accolti per programmi residenziali alternativi alla pena dimostra con chiarezza che una percentuale davvero importante di detenuti trattati sul piano psicologico riescono ad andare incontro a
cambiamenti radicali della loro organizzazione di personalità: ad utilizzare cioè in modo costruttivo l’esperienza di crisi messa in moto dalla condanna, dalla detenzione o dalla misura di sicurezza. In modo analogo, questa almeno è la mia esperienza, vanno a volte le cose negli ospedali psichiatrici giudiziari quando un gruppo di professionisti capaci ed attenti affronta in termini di trattamento il problema del recupero della persona che ha commesso dei reati: aiutandola a rendersene conto fino in fondo, ad elaborare il lutto relativo al riconoscimento dei loro errori, a ricostruirne le origini e il significato. Il che ovviamente non avviene sempre soprattutto perché tante sono le persone che stanno male e pochi gli operatori che si occupano di loro. Il che può avvenire tuttavia e dovrebbe avvenire per il maggior numero possibile di persone se avessimo il coraggio di immaginare una riforma vera del sistema giudiziario e carcerario.

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