Il seme della violenza e l’educazione dei nostri figli- l’Unità 19.11.01

Il seme della violenza e l’educazione dei nostri figli- l’Unità 19.11.01

Novembre 19, 2001 2001-2010 0

Che cosa possiamo imparare dagli errori e dalle tragedie del secolo appena trascorso? Come può trovare pace – una pace giusta e duratura – l’umanità? Quali responsabilità deve assumersi il politico di fronte
alla storia, e quali sono gli esempi da imitare e quelli da evitare per dare vita ad una moderna comunità internazionale?
Dopo la crisi delle ideologie e dei principi dell’umanesimo socialista rivelatosi pieno di contraddizioni, dopo le atrocità di guerre spesso assurde e il vuoto spaventoso lasciato dal crollo di totalitarismi spietati che cosa possiamo salvare del nostro passato più recente e che cosa dobbiamo ancora comprendere per garantire l’uguaglianza a tutti gli uomini realizzando finalmente il diritto inalienabile alla felicità e alla dignità?
In un libro Michail Gorbaciov, l’ultimo illuminato segretario generale del Pcus e Daisaku Ikeda una delle più significative personalità del Sol levante (buddista) in un dialogo serrato e denso di rivelazioni sconcertanti si mettono alla ricerca di una nuova civiltà per l’umanità del XXI secolo. Non è un caso che due rappresentanti di culture così differenti attivi in campi così diversi come la politica e la religione abbiano deciso di intraprendere questa conversazione intrisa di saggezza e pietà in cui si incontrano politica e filosofia, il pensiero dell’età contemporanea e l’antica sapienza dell’oriente.
L’esito del loro confronto è una discussione ampia e globale sugli insegnamenti del XX secolo, sulla
possibilità di creare un rinnovato sistema di valori che aiuti l’umanità a difendersi da nuove tentazioni e catastrofi e a plasmare una società che sia davvero fondata inderogabilmente sulla libertà e sulla dignità della persona.
Un dibattito capace di addentrarsi con semplicità e puntualità straordinaria nelle questioni più urgenti del nuovo millennio senza eludere i problemi dell’uomo comune. È una sfida che viene lanciata al nuovo secolo per non dimenticare il passato e per costruire con consapevolezza e coscienza il futuro. È uno spunto di riflessione per potere comprendere quale è la strada che dobbiamo percorrere.
Ritengo che particolarmente i politici debbano inderogabilmente decidere di finire dibattiti e discussioni, espressione unica di conflitti di potere ed intraprendere un dialogo chiaro e preciso senza preconcetti per trovare le linee concrete ed operative per la pace.
Segni significativi recentissimi li abbiamo avuti anche dal Parlamento dove la maggioranza e l’opposizione si sono incontrati per un dialogo costruttivo. È veramente sincero e proiettato nel futuro come una nuova via da percorrere? L’uomo della strada attende con ansia solo questo.
don Ulisse Frascali
Fondazione Nuovo Villaggio del Fanciullo
Ravenna

Caro Don Ulisse,
ho letto con vero piacere la tua lettera. Riflettere è particolarmente necessario in tempi di guerra perché la guerra, qualsiasi guerra ci mette inevitabilmente di fronte al problema dì ciò che ci è di peggio nell’uomo, al modo in cui, criticamente le esigenze alla base di conflitti che andrebbero affrontati discutendo si traducono in comportamenti violenti di cui si tenta sempre di attribuire la colpa agli altri.. Come se qualcosa potesse sempre scattare, nella mente dell’uomo, di naturalmente collegato all’aggressività e come se i tempi di guerra fossero, anche qui in qualche modo naturalmente, tempi in cui a prendere il sopravvento, a diventare leader a condizionare le grandi scelte, sono uomini caratterizzati proprio da una aggressività particolarmente violenta. Il che merita, credo, una riflessione anche dal mio punto di vista, quello di uno psichiatra che si occupa (vorrebbe occuparsi, sogna di occuparsi) di funzionamento normale e patologico della mente umana.
Vorrei iniziare questa mia riflessione proponendo all’attenzione tua e dei lettori una piccola scoperta che ho fatto un mese fa, leggendo una biografia di Stalin scritta di recente da uno storico francese che ha avuto modo di consultare gli archivi del Cremlino nella parte che ad oggi è disponibile. Una scoperta che
riguarda l’infanzia di Stalin e che mi ha molto colpito per la somiglianza veramente straordinaria, che la vita di Stalin bambino ha con quella di un altro grande e tragico personaggio del Ventesimo secolo come Hitler. Perché Adolph e «Sosso» nascono da una madre che ha perso due bambini prima della loro nascita e che è perciò, nella mia mente, una madre depressa e tendenzialmente portata a cercare alti livelli di consolazione, potenzialmente confusiva a livello del figlio. Ma soprattutto perché nascono tutti e due in una famiglia dominata dalla violenza cieca di un padre alcolista che picchia loro, la loro madre e di nuovo loro se si intromettono fra lui e la madre e perché Adolph e «Sosso» sono a tutti gli effetti, da questo punto di vista, dei bambini maltrattati. Duramente ed a lungo. C’è un rapporto, mi chiedo, tra queste storie infantili e la loro follia adulta, fra le violenze subite in un contesto e in un tempo in cui questo doveva sembrare loro naturale semplicemente perché non c’era nessuno che lo mettesse in discussione e quelle inflitte ad altri esseri umani, in altri tempi e in altri contesti, con una naturalezza che diventava cinismo?
Il problema, caro Ulisse, è quello di chi si pone domande sulla moralità e sui valori in termini di genesi della moralità e dei valori all’interno di un individuo. Perché tradizionalmente noi attribuiamo la moralità del figlio ed il suo livello all’ insegnamento che ha avuto, alle parole che gli sono state dette, alla gerarchia di valori che gli è stata presentata. Mentre l’esperienza dichi lavora con bambini maltrattati e con famiglie maltrattanti oltre che con persone che hanno commesso reati in rapporto ad una patologia grave del senso morale propone l’idea per cui l’origine del senso morale sta nella qualità della relazione vissuta con gli adulti significativi invece che nella tipologia dei valori che vengono trasmessi all’interno di quella relazione. La base del senso morale si costituisce, infatti, intorno all’equilibrio di una relazione costruttiva e rispettosa dei confini reciproci fra il bambino e gli adulti importanti per lui nella misura in cui il comportamento morale è il comportamento di chi è in grado di percepire e rispettare sé stesso, l’altro e la relazione che ha con lui e perché questo tipo di competenza e di possibilità la si può acquisire solo se le si è vissute (apprese) in anni decisivi del proprio sviluppo.
L’idea che il senso morale dell’adulto e la sua eventuale patologia si definiscano in rapporto alle vicende effettive del bambino fra i 18 mesi e i 10-12 anni non è facile da ammettere, ovviamente, per chi crede di conoscere e pretende di insegnare agli altri i valori «giusti».
L’evidenza scientifica, tuttavia, lo propone con forza. Anche se nessuno ne parla e anche se nessuno lo
divulga, un punto di riflessione importante per chi si pone come fai tu, il problema della pace nel mondo di domani è quello che riguarda il modo in cui i cuccioli umani vengono allevati oggi. Sapendo, per
tornare alla guerra, che chi si oppone alle bombe e alla violenza lo fa anche in nome di un dato relativo
ai bambini: un certo numero di quelli che subiscono violenze oggi, infatti, corrono un rischio alto di
diventare uomini violenti (o terroristi) domani.
Dobbiamo confrontarci fino in fondo con l’osservazione per cui la capacità di prendere decisioni sagge non dipende solo dalla buona volontà di chi è chiamato a prenderle. Dipende anche, e probabilmente soprattutto, dal livello della sua maturità affettiva. Costruiremo la democrazia ed avremo la pace quando una maggioranza grande di uomini e di donne raggiungeranno alti livelli di questa maturità.
Non prevarranno né pace né democrazia per il futuro dei nostri figli finchè accetteremo che ci siano sottoposti a privazioni, violenze, ingiustizie capaci di deformare lo sviluppo della loro moralità.
È su questo terreno, credo, che torna a noi occidentali, oggi, la responsabilità di pensare e di attuare politiche davvero nuove: perché per la prima volta nella storia dell’umanità siamo davvero in grado, di considerare prioritaria la protezione dei bambini.

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