Il senso della vita nella città-formicaio- l’Unità 28.01.02

Il senso della vita nella città-formicaio- l’Unità 28.01.02

Gennaio 28, 2002 2001-2010 0

Caro Cancrini,
viviamo tempi in cui è sempre più difficile vivere nelle città «oppresse» dallo smog e dal traffico caotico
causato dalla motorizzazione privata. I cittadini, i pedoni, i bambini e i disabili sono vittime predestinate di una cultura «consumistica» che invade tutto, a partire dai marciapiedi delle città. Tutte le città grandi e piccole del nostro paese sono in «non sicurezza ambientale».
In particolare, in molte città italiane, si riscontra un tasso di incidentalità tra i più alti d’Europa.
Su 100 incidenti stradali, ben 75 si verificano in aree urbane. Ne deriva che sulle strade, le vie e le piazze delle città si conta oltre il 41 per cento di tutte le vittime ed il 70 per cento di tutti i feriti. Inoltre il fenomeno della pirateria stradale si diffonde a macchia d’olio.
Dunque l’incidentalità stradale esercita un impatto devastante sulla salute della società italiana. Tanta aria viene rubata dal traffico ed avanzano inquinamento e smog. Gravi sono le responsabilità delle istituzioni e i danni provocati dall’ anidride solforosa, dall’ossido di carbonio, dagli ossidi di azoto, dal benzene, dagli idrocarburi policiclici aromatici, dalle polveri, dall’ozono e dai radicali perossialchilici prodotti dal traffico veicolare formano delle miscele tossiche che aggrediscono le vie aeree, diffondendosi nel muco, nel liquido alveolare e, da qui, nel sangue e nei tessuti, con tutte le conseguenze prevedibili.
Si tratta di passare dalla città ostile a quella umana.
Ecco allora che ai «divieti negati» bisogna optare per i «diritti garantiti», salvaguardando la civiltà delle persone umane, per salvare le città, i monumenti e l’ambiente.
Chiedere chiarezza di comportamento a tutti ed alle Istituzioni con atti concreti è il minimo che si possa fare.

Sergio Tremul
Presidente COPED-Cammina
Trieste

Caro Tremul,
la tua lettera arriva quanto mai opportuna in una situazione caratterizzata dall’aumento oltre il livello di soglia di molti dei gas che inquinano le nostre città. I giorni alterni per le targhe, la diminuzione del traffico nei quartieri del centro storico non sono altro, purtroppo, che tentativi di limitare i danni. Che
esistono, che incidono pesantemente su noi e sui nostri figli. Che sono strettamente e inevitabilmente legati all’uso distorto che facciamo tutti della comodità offerte da motorini e dalle auto. Di cui abbiamo un bisogno sempre più forte.
Alcuni anni fa, un amico americano mi diceva, a Los Angeles, che l’evoluzione prossima del bipede umano, se Darwin aveva davvero ragione, era la trasformazione dei piedi in ruote e lo sviluppo di un
piccolo motore incorporato. L’uomo auto come evoluzione, insomma, dell’Homo Sapiens nel momento in cui la possibilità di ottenere soddisfazione per i bisogni sentiti come naturali dagli individui della nostra specie non può essere affidata più al sistema datato delle gambe e all’uso che se ne fa per camminare o per correre. E sta qui a mio avviso, nello scherzo del mio amico americano, il problema vero dell’inquinamento, un problema che non è solo un problema di macchine, di motorini o di benzine ma che è prima di tutto un grande problema culturale.
Organizzando la vita, lavoro e tempo libero, scelte degli amici, dei divertimenti, e dei bisogni da soddisfare in via prioritaria intorno all’idea per cui la macchina c’è ed è indispensabile, quello che noi condizioniamo è l’insieme degli arredi urbani, la forma e la percorribilità a piedi delle strade, lo sviluppo e il consolidamento delle iniziative industriali ed urbanistiche, il mantenimento di un numero adeguato di posti di lavoro.
Cresce, sulla base di questa crescita, la pressione che si esercita sulle persone nel momento in cui l’industria affida alla pozione magica della promozione pubblicitaria l’idea per cui un uomo (una donna) che non ha una macchina non è (sostanzialmente non è e non può essere) un uomo (una donna) all’altezza dei tempi in cui vive.
Nel tentativo di darmi una ragione di questa apparente assurdità mi sono ricordato, e te ne vorrei qui parlare, del modo in cui, studiando la vita delle formiche, gli etologi hanno scoperto, ormai da molti anni, che il tentativo di ricostruire le leggi del loro comportamento (di capire o di immaginare come pensano le formiche) non ha in effetti alcun senso se non si studia il comportamento complessivo del formicaio. Se una colonna di formiche che sta andando alla ricerca di cibo incontra un ostacolo, il formicaio può lanciare nuove colonne in altra direzione o elaborare strategie per superare l’ostacolo. Comportamenti
complessi di questo tipo non sono immaginabili, tuttavia, come il risultato di un pensiero della singola formica perché il sistema nervoso della formica è troppo piccolo e troppo semplicemente organizzato per costruire risposte così complesse. Le cose vanno meglio, per gli etologi, quando provano ad immaginare che il cervello della formica singola si comporta, nel rapporto con i cervelli delle altre formiche, come un neurone all’interno di cervelli più grandi e più complessi. Ragionando in termini di mente del formicaio, gli etologi sono riusciti a mettere in piedi, così, veri e propri dialoghi (con il formicaio) che la singola formica non sarebbe mai stata in grado di sostenere. L’immagine può essere utile, credo, per dare il
senso di quello che sta accadendo (forse) alla specie di cui facciamoparte. Consideriamo l’umanità come un insieme di grandi formicai, ognuno dei quali ha la sua terra, i suoi problemi, le sue abitudini di vita. Ebbene, vi è un divario crescente fra il pensiero intelligente di un uomo libero che utilizza il suo cervello individuale (siamo, in questo, assai differenti dalle formiche perchè siamo dotati ognuno di un cervello in grado di pensare) e il pensiero del formicaio (pardon: del grande gruppo) di cui facciamo parte. Primitivo ed estremamente semplificato, il ragionamento del formicaio umano è un ragionamento molto simile a
quello di un vero formicaio di formiche: basato, come quello, sulla accumulazione delle risorse (in rivalità con gli altri formicai) e sulla moltiplicazione dei consumi individuali cui queste risorse sono destinate. Automobili, motorini e inquinamenti, che fanno parte di questo tipo di strategia da formicaio, creano un problema evidente di illogicità alla mente pensante dell’individuo. Che molti di noi abbiamo chiara in mente questa illogicità, tuttavia, non significa che siamo in grado di fare davvero qualcosa per contrastarla. La mente del formicaio, infatti, è assai più forte della nostra. Vale la pena di pensare forse, scrivendo su un giornale fondato da Antonio Gramsci, che il marxismo sia stato, fra tutte le teorie elaborate dalle formiche singole, la più intelligente e la più efficace nello svelare le logiche dei formicai umani.
Il problema concreto con cui si sono scontrati coloro che hanno pensato di poter usare il pensiero così prodotto da menti individuali per cambiare il funzionamento della società (della mente propria, cioè, del loro formicaio) è stato proprio quello, però, con cui si scontrano gli ecologisti di oggi. Essere comunisti è stato, da sempre, essere all’avanguardia: rappresentanti, cioè, di una minoranza qualificata (dal punto di vista del pensiero individuale) ma priva di potere nei confronti di un formicaio capace di far pensare in modo elementare, influenzando direttamente il loro comportamento, una maggioranza enorme di formiche (persone) che ascoltavano con curiosità e, a volte, con interesse (ma più spesso con un senso
intimo di fastidio), discorsi di avanguardia destinati a rimanere tali. Come ben dimostrato, in fondo, dal modo in cui la bandiera del socialismo è stata ammainata, nel breve volgere di alcuni anni, in Stati che erano partiti da una critica del capitalismo e che sono approdati poi tristemente ad una forma rozza (l’espressione è di Marx) di capitalismo di stato.
Il modo in cui ha funzionato la mente dei formicai socialisti è stato estremamente simile, infatti, a quello proprio dei formicai capitalisti: proponendo il valore supremo dell’accumulazione delle risorse, e considerando secondari quelli della pace e del rispetto della natura. Logiche tutte, dicevo, da formicaio. E orgogliosa certezza, per chi può permetterselo, di essere una formica libera di pensare che il mondo o il formicaio in cui si trova a vivere non è l’unico possibile (o il migliore di quelli possibili) e di poter trasmettere il proprio pensiero ad altre formiche.
In attesa del giorno, se mai ne verrà uno, in cui davvero saranno moltissime le formiche che vogliono ottenere una modificazione evolutiva nel funzionamento della mente del formicaio.
Gli ultimi rivoluzionari del mondo occidentale (dei formicai occidentali), mi dico spesso, sono gli
ecologisti. Anche se accade a volte, mi dico, che loro non si rendono conto fino in fondo di quanto
difficile e frustrante sia l’essere, appunto, dei rivoluzionari.

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