Il sonno della ragione e il risveglio della retorica- l’Unità 08.12.03

Il sonno della ragione e il risveglio della retorica- l’Unità 08.12.03

Dicembre 8, 2003 2001-2010 0

Caro Cancrini,
i morti danno dolore. Ricordiamoci però che questi morti sono il frutto di una dissennata politica estera dell’Italia, accodatasi nel sedicente dopoguerra iracheno ad un’operazione che non può definirsi di pace, al di là dei meriti di chi vi prende parte e, purtroppo, rischia di morire. Lo stesso stato italiano che minaccia ipocritamente i fumatori con scritte terroristiche sui pacchetti e nulla fa per la devastante piaga dell’alcolismo che sta travolgendo innumerevoli famiglie. Anzi, lo Stato ed i ministri che traggono dalle tasse sugli alcolici i fondi per la ricerca scientifica, con un disvelamento di insipienza micidiale che, pare, suscita lo sdegno di pochi (il che rivela che l’appiattimento delle coscienze è già a buon punto). Poi, di fronte a scenari di delitto senza castigo e totale incertezza per il presente ed il futuro, è psicologicamente comprensibile il moto collettivo di empatia nei confronti di defunti innocenti, dei loro figli piccoli, dei loro parenti zittiti dalla fredda tragedia. Ma non paia cinico il dire che questo ri-trovarsi uniti sotto una bandiera e un’idealità condivisa, benché in conseguenza di un vulnus, è soprattutto il modo che finalmente molte, troppe persone hanno per piangere le loro lacrime, per liberarsi da quell’attitudine all’implosione del dolore, per sentire o legittimamente aspirare ad un senso, o sentimento, che ridefinisca priorità e coscienza di sé.
Stiamo tutti troppo male. Il mondo affoga nelle malattie psichiche, in una molteplice rete di tossicodipendenze e patologicizzazione relazionale: un lutto tanto orrendo quanto ascrivibile ad un nemico, «esterno» e «senza pietà» diventa l’occasione per un dolore che inevitabilmente, pur prendendone le mosse, va oltre il fatto scatenante. Ma piangere è comunque giusto e assolutamente sintonico a quanto ci avviluppa.
Roberto Marani

È vero, i morti danno dolore. Quello che si dovrebbe fare anche nel momento del dolore, tuttavia, è un tentativo di ragionare su quello che è accaduto e di valutare, ragionando, le possibilità che non ve ne siano degli altri. Mettendo insieme i fatti per capire quello che sta accadendo: evitando, prima di tutto, l’ipocrisia.
Riassumiamo, partendo dall’11 settembre. L’idea per cui il terrorismo possa e debba essere combattuto utilizzando strategie di guerra preventiva nasce e si fa strada nei giorni immediatamente successivi alla caduta delle torri gemelle. Sono in molti allora (siamo in molti allora) a dire che una strategia basata sulla guerra aiuterà soprattutto i terroristi costruendo scenari in cui isolarli, politicamente e culturalmente, sarà impossibile e situazioni concrete in cui diventerà facilissimo, per loro, procurarsi soldi, armi, complicità di ogni genere. Sono (siamo) in molti allora a dire che le guerre preventive sono, per Bin Laden e i suoi, lo scopo fondamentale dell’atto terroristico compiuto nel Paese guida dell’occidente. Che Bush e i suoi stanno cadendo in una trappola destinata a coinvolgere anche noi.
Non fa per niente piacere, in situazioni come queste, aver avuto ragione. I fatti sono fatti, tuttavia, e i fatti dicono che la minaccia del terrorismo è più drammatica e più forte ora di due anni fa e ci costringe tutti ad uno stato di allarme continuo. Che viviamo di fatto, in occidente, in una condizione di libertà limitata. Che la sfida portata dal terrorismo è in grado di incidere oggi, come mai aveva fatto in precedenza, sulla organizzazione e sulla qualità della nostra vita di tutti i giorni. Nonostante le guerre o a causa delle guerre di Bush? Nonostante le guerre, dicono quelli che hanno creduto nella necessità di farle e che verificano oggi l’inutilità dei loro sforzi. A causa soprattutto delle guerre, sostengono quelli che ragionano sui fatti che si sono determinati in seguito alle due disastrose iniziative militari in Afghanistan e in Iraq.
Quella che si sta saldando in Iraq, prima di tutto, di fronte alla follia di chi ha annunciato di portare libertà ed ha portato invece una occupazione militare, è un’alleanza solida e profonda fra il terrorismo estremista di pochi e il desiderio, che già ora è di molti, di liberarsi da un giogo imposto da stati stranieri di cui tutti dicono ormai che se ne debbono soltanto andare. Quante adesioni ad Al Qaeda ed alle sue strategie in termini di finanziamenti, di simpatie o di aspiranti kamikaze siano arrivate fino ad oggi come reazione alla guerra di Bush è difficile dire o calcolare. Quello che è certo, tuttavia, è che assai difficile sarebbe stato, per un gruppo estremista diretto da un miliardario sovversivo, mettere in opera con mezzi propri uno sforzo di reclutamento così potente e così ben riuscito in un tempo così breve se Bush e i suoi non avessero dato loro un aiuto così importante. Al modo in cui assai improbabile mi sembra che questo flusso di simpatie, di denaro e di uomini disposti a tutto si fermi ora, di fronte allutto che colpisce chi dalla parte di Bush si è schierato: quello che accade in guerra (e questa è ancora oggi una guerra),
purtroppo, è che ci si entusiasma e non ci si deprime quando si vedono morire dei nemici. Il dolore che proviamo noi di fronte ai morti a Nassyria non è diverso da quello che provano gli iracheni di fronte a quelli di loro che sono morti e muoiono in tutto l’Iraq. Il risultato di quello che sta accadendo è quello di aver regalato alle organizzazioni terroristiche, di cui ci si voleva liberare per sempre, un serbatoio apparentemente inesauribile di consensi e di adesioni: rinforzandole, nei fatti, così come era stato
previsto con un ragionamento di semplice buon senso prima che gli entusiasmi guerrieri dei Bush, dei Blair e dei vari Ferrara dell’occidente arrivassero a fare i danni irreparabili che hanno fatto.
Sull’altro versante, in Afghanistan, le cose sono andate, del resto, ancora peggio.
Quella che si è determinato lì, infatti, come testimoniato da Pino Arlacchi su questo giornale, da Andreotti in Senato e ufficialmente in questi giorni dal responsabile cileno della commissione Onu che si occupa di ricostruzione in Afghanistan, è una situazione in cui, venuto meno il controllo comunque esercitato dai talebani (che le sanzioni dell’Onu avevano costretto alla collaborazione), le colture di oppio si sono di
nuovo diffuse in tutto il paese. Il governo di Kabul non ha capacità di opporsi, i contingenti militari stranieri hanno altre preoccupazioni e la produzione di eroina è ripresa alla grande. Aumentato di centinaia di volte in due anni, il fatturato di questa industria illegale non rappresenta oggi solo la fonte più facile e più sicura di reddito per la gran parte di una popolazione stremata dalla fame e dalla guerra, ma anche, e soprattutto, una fonte di finanziamento semplicemente strepitosa per le organizzazioni che fanno capo ad Al Qaeda. Che intelligentemente e con una buona dose di cinismo hanno utilizzato e continuano ad utilizzare questo secondo straordinario regalo fatto loro dalla guerra di Bush: un presidente di cui diremo forse un giorno che è stato il più brillante dei sostenitori delle organizzazioni terroristiche contro cui con tanta rabbia ha tuonato nei suoi discorsi. E di cui diremo forse un giorno che è stato uno dei responsabili principali dell’ondata di terrore che si spargerà in tutto l’Occidente quando l’eroina, una droga di cui con grande fatica si era riusciti a mettere sotto controllo la produzione, arriverà di nuovo fra i nostri giovani. Come già sta accadendo, se vogliamo ancora una volta ragionare sui fatti e
sui dati proposti dal mercato della droga e dai sequestri (i più massicci degli ultimi dieci anni) effettuati in questa settimana dalla nostra guardia di finanza.
Difficile dire, davvero, perché tutto questo accada. Ragionando in termini di economia politica (come avrebbe fatto Marx) le guerre preventive contro gli «Stati canaglia» sono dovute probabilmente, più che al fanatismo di Bush e dei suoi, al prevalere di quel meccanismo cinico dell’accumulazione di profitti proprio del capitalismo senza regole che tanto piace ai nuovi conservatori: un meccanismo che privilegia, in questa fase, soprattutto gli interessi delle industrie di guerra americane che tanto hanno contribuito alla elezione di Bush e che tanto contribuiscono oggi alla speranza di dare fiato e vigore ad una ripresa economica degli Stati Uniti e di tutto l’occidente. Quello che è certo, tuttavia, è che lasciare campo libero alla cecità di un capitalismo non temperato dalla capacità di utilizzare la forza della democrazia e il potere di chi, in quanto leader politico, dovrebbe avere a cuore il destino reale di tutti ci sta portando tutti verso una situazione disastrosa di cui le guerre perpetue e la ripresa dei traffici di droga saranno ancora a lungo le manifestazioni più vistose. Di cui sarebbe importante rendersi conto, per cambiare politica, prima che sia possibile. Su cui stampa e televisioni sembrano avere steso un velo di silenzio mentre ipocritamente e stoltamente i nostri governanti cianciano di punizioni per le vittime della droga e di bandiere da non ammainare di fronte ai «cattivi» che minacciano la loro pace e i nostri soldati «buoni».

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