Il vero problema sono gli ultras che abitano nelle istituzioni- l’Unità 29.03.04

Il vero problema sono gli ultras che abitano nelle istituzioni- l’Unità 29.03.04

Marzo 29, 2004 2001-2010 0

Caro Cancrini,
sono anni che andiamo insieme allo stadio a tifare la nostra Lazio e non c’era mai capitato di trovarci in una situazione così. Incredulità, disorientamento, rabbia ma soprattutto paura sono i sentimenti che tutti hanno provato. Ripensandoci, ora, mi tornano in mente Musatti ed il suo bel libro «Chi ha paura del lupo cattivo?». Ricorda che le paure degli individui possono essere di tre tipi: fobica, ossessiva e paranoica.
Nella prima forma la persona teme di fare qualcosa di vietato, ha paura di sé e proietta questa paura su
situazioni (banali) che simbolicamente lo mettono di fronte a ciò che non deve fare. Nel secondo caso
mette in opera una serie di comportamenti precauzionali per il timore di fare qualcosa di proibito: ha paura di sé, della parte di sé che giudica cattiva. Nella terza situazione il male è sentito distaccato da sé ed interferisce come venendo da fuori: tutti lo vogliono avvelenare e perseguitare. La persona vive un senso di grandezza: se tutto il mondo gli è ostile lui è potente. Per questo motivo non vuole venire privato della sofferenza e della persecuzione. Vi è tuttavia una paura originaria, dalla quale prendono corpo e forma le altre: «abbiamo sempre paura di noi stessi». Questo è il punto vero.
Penso che la cultura della psiche possa aiutarci a capire cosa è accaduto l’altra sera. Gli 80.000 all’Olimpico, i giocatori, le forze dell’ordine, i dirigenti sportivi forse si sono mossi come un solo corpo, come un gigantesco individuo angosciato ed impaurito. Forse la paura con la quale ha dovuto confrontarsi è dentro di sé. Se fosse così, chi ci governa, chi governa i popoli avrebbe avuto un’indicazione importante. Dovrebbe cogliere il segnale di un passaggio critico, il rischio di una destabilizzazione psicologica di masse intere. Va apprezzata la maturità di tanta gente, che ha cercato
di gestire al meglio le proprie paure.
Francesco Colacicco

Sono rimasto molto colpito anch’io da quel che è successo allo stadio l’altra sera e dal modo in cui, su quel che è successo, si è ragionato nei giorni successivi. C’è una vigliaccheria sostanziale nel modo in cui tanti commentatori e tanti uomini di potere hanno preteso di giudicare dall’alto di sentimenti del tutto ingiustificati, di superiorità, il comportamento di chi quella sera ha provato paura e rabbia. Restando solo alla più evidente di queste contraddizioni, un uomo che, come Maroni, partecipa alle riunioni in verde della Lega Nord entusiasmandosi agli slogan su «Roma ladrona», ha davvero qualcosa da dire sugli ultràs di Roma e Lazio senza cadere nel più ridicolo dei paradossi? Ma al di là della Lega Nord e dei suoi ultràs più o meno ridicoli e pericolosi, mi sembra opportuno riflettere sull’utilità di un metodo che, gettando la
colpa sull’emotività non controllata di una o di due curve piene di tifosi, assolve tutti gli altri.
La decisione di mettere fine all’incontro, prima di tutto è una decisione di quelle che mette davvero paura. Far uscire tranquillamente dallo stadio 80.000 persone in un clima come quello che si era creato in quel momento, senza usare gli altoparlanti per dare una qualsiasi spiegazione, dopo aver tentato inutilmente di dire che non era successo niente, è stato avventato e pericoloso. Un gesto, se ci si riflette bene, destinato ad aumentare la tensione e a fare rischiare incidenti assai più gravi di quelli che si sono poi in effetti determinati. Il fatto che questa decisione sia stata presa a Milano da Galliani, presidente della Lega e del Milan (ahi, l’incompatibilità!) senza sentire il parere del Prefetto e del Questore che erano sul posto, è stato criticato ma non più di tanto.
La gran parte degli incidenti si è determinata dopo la sospensione e in ragione della sospensione, ma Roma, Lazio e tifosi vengono sommersi di critiche e additati alla vergogna nazionale, rischiano la squalifica e danni economici gravi, mentre Galliani ha dovuto sì affrontare qualche polemica a distanza, ma se l’è cavata bene in termini d’immagine (la televisione e i giornali sono sempre molto attenti quando si parla dei Vip di questo livello) e nulla ha rischiato, sul piano personale o del potere.
Dare la colpa ai “tifosi”, inventare complotti fra ultràs di diverse tendenze, attribuire le colpe di una strategia della tensione a chi non può difendersi, alla massa indifferenziata degli scemi che come noi pensano ancora di potersi divertire andando allo stadio, è sempre stato, in fondo, il più semplice degli sport: quello che si fa inventando prima dei diversi e poi dei nemici. Che ad essere colpiti siano gli ebrei (al tempo del fascismo) o i comunisti (in tempi più recenti) il gioco alla fine porta sempre, a chi lo fa, il vantaggio certo dell’effetto d’immagine. Come ben sa Berlusconi, prontissimo ad attribuire oggi le difficoltà del governo sul decreto “spalmadebiti” agli ultràs dell’Olimpico: «avrei salvato sicuramente Roma e Lazio dal fallimento economico, tenta di dire oggi l’unto del Signore allargando le braccia, sono
stati loro a rendere difficile la cosa ad uno, come me, che vuole sempre e solo il bene degli altri». E così sia. Vigliaccheria, dunque, e abilità nello sfruttare le situazioni a proprio vantaggio. Ma soprattutto, come tu dici, sottovalutazione grave del clima più generale in cui questi eventi si sono determinati. Rivisti in televisione, del tutto autentici erano lo smarrimento e l’angoscia dei tifosi e dei giocatori, inconsapevolmente turbati, forse, dall’idea che qualcosa di terribile potesse accadere da un momento all’altro.
Siamo in guerra tutti, purtroppo, come l’attentato di Madrid ci ha duramente confermato e tante sono, in guerra, le vittime innocenti di cui era diventato forse simbolo, in quel momento, il bambino morto negli scontri con la polizia. Simbolo di tutti i bambini coinvolti senza sapere perché in questa grande follia in cui continuiamo a vivere come se niente fosse. Facendo finta di non sapere che il rischio è anche su di noi, che Roma è uno dei bersagli possibili, che è assolutamente incredibile il modo in cui il gioco degli interessi contrapposti e la mancanza di lucidità e/o di serietà di tante persone che hanno in mano i destini del mondo abbiano allargato in modo drammatico e imprevedibile i focolai d’instabilità e di violenza localizzati, fino a qualche anno fa, in alcune zone del Medio Oriente. Ci penso ogni volta chesento Bush che parla vestito da militare (o travestito da militare: risulta che quando doveva farlo non l’ha fatto) sulla necessità di combattere. In nome di chi? Sulla pelle di chi?
Ben venga davvero, come tu auspichi, la diffusione di una cultura psicologica in quanto capace di considerare quello che accade di più strano, di più incomprensibile, come il sintomo di qualche cosa più importante che accade “dietro la facciata”. C’è un problema serio di distribuzione dei poteri nel nostro Paese se il nostro è un Paese in cui le decisioni sull’ordine pubblico vengono prese tranquillamente e impunemente da Galliani che prende il posto del Prefetto. Ma c’è soprattutto un problema serio di condizioni in cui si vive tutti se quella in cui si vive è una situazione di guerra non dichiarata e ufficialmente smentita.
La paura di quello che si conosce è utile, a volte, per affrontare i problemi. La paura di quello che non si
conosce è assai più pericolosa e difficile da controllare: negli stadi e fuori dagli stadi.

PDF

About the author

admin:

0 Comments

Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Lascia un commento