Immigrati tutti criminali? Disobbedire è giusto- l’Unità 10.06.02

Immigrati tutti criminali? Disobbedire è giusto- l’Unità 10.06.02

Giugno 10, 2002 2001-2010 0

Gentile Prof. Cancrini,
l’approvazione della nuova legge sull’immigrazione ci spinge a scrivere ad un quotidiano le nostre perplessità ed il senso di disorientamento provato nel dover affrontare un cambiamento legislativo, che modifica profondamente le premesse sulle quali si basa parte del nostro quotidiano lavoro in questo campo. La Fondazione “Silvano Andolfi” infatti si occupa di ricerca e intervento sulla famiglia, con un’attenzione particolare alle famiglie che vivono condizioni di marginalità. Negli ultimi anni i rapidi mutamenti socio-culturali ci hanno portato ad interessarci al fenomeno migratorio, così dal 1995 operiamo sul territorio di Roma con un Servizio di Consulenza a famiglie Straniere gratuito, rivolto a chi
all’interno di un processo migratorio attraversa momenti di difficoltà legati all’emarginazione o all’isolamento sociale che si esprimono attraverso un disagio psicologico. Riceviamo invii da numerose realtà pubbliche e private (Asl, Ufficio Speciale Immigrazione, Servizio Sociale Internazionale, Ambasciate, Sportelli sindacali, Privato Sociale; Comunità Straniere ecc.), segno evidente di un bisogno al quale non si riesce a fare fronte, legato a dinamiche e specificità culturali ancora troppo poco conosciute. Inoltre negli
ultimi anni l’approfondimento e la ricerca di temi riguardanti il fenomeno immigratorio e la multiculturalità si è sviluppata attraverso la formazione e l’inserimento lavorativo di mediatori culturali,
delle figure professionali innovative, in seguito previste nella precedente legge in materia di immigrazione. Il passaggio ad un contesto culturale di «sicurezza», protezione, chiusura, paura, che coinvolge non la sola Italia ma gran parte dell’Europa, sposterà gli obiettivi della mediazione culturale? Si potrà ancora parlare di mediazione culturale e cosa si medierà? La paura? Sì, perché la paura è il nuovo
elemento che accomuna autoctoni e stranieri (non più «nuovi cittadini»), la paura degli italiani è forse quella più strumentalizzata e quindi più pubblicizzata da chi vuol convincerci che dobbiamo difenderci da ciò che non conosciamo, poi però c’è la paura di chi non sa cosa l’aspetta domani, di chi perdendo il posto di lavoro perde la permanenza e la possibilità di una vita diversa, di chi avrà il timore di rivolgersi alle strutture sanitarie o alle istituzioni pubbliche. È vero che le paure non nascono da un giorno all’altro; alcune sono già presenti e nulla hanno a che fare con le impronte digitali, da una nostra recente ricerca sulla qualità della vita delle famiglie immigrate in Italia (la prima in Italia che prende in considerazione l’immigrazione come un fenomeno familiare e ci auguriamo non sia l’ultima) emerge che in una situazione di pericolo il 56,7% chiederebbe aiuto alle forze dell’ordine in particolarealla Polizia, alcuni di quelli che rispondono che chiederebbero aiuto ad amici o vicini di casa lo giustificano dicendo che anche in condizioni di pericolo sentirebbero chiedersi i documenti e quindi la situazione di controllo li farebbe sentire comunque discriminati. Gli stranieri che arrivano al nostro sportello informativo per gli immigrati manifestano sempre maggiori insicurezze su quello che li aspetterà in futuro, su come organizzare la propria vita familiare, i propri affetti, in un contesto di grande incertezza anche quando hanno una situazione di piena regolarità personale e lavorativa, poiché non esistono garanzie sufficienti che permettano delle scelte importanti. Questa nuova legge ci riporta a considerare infatti, l’immigrato principalmente un lavoratore e quindi l’immigrazione come un fenomeno individuale, noi pensiamo invece si tratti di un fenomeno familiare che coinvolge il soggetto non solo come prestatore di servizi, ma come portatore di valori suoi propri, di sentimenti e tradizioni e soprattutto di relazioni, che non possono minacciare il Paese ospitante anzi a ben pensare potrebbero sono arricchirlo. Se due paure non fanno una
sicurezza potremmo far collaborare gli uni con gli altri per trovare insieme un punto di forza?
Il Comitato Scientifico
della Fondazione Silvano Andolfi

Al di là delle alchimie parlamentari e della discussione sugli emendamentila legge Bossi-Fini segnala, la vostra lettera lo dice con grande chiarezza, il desiderio di un cambiamento forte di clima nel rapporto fra noi e gli altri, quelli che vengono da altri paesi.
L’atteggiamento cui ci si ispira è del tutto diverso da quello cui si erano ispirati i governi di centrosinistra. Le conseguenze saranno inevitabili ed inevitabilmente odiose.
Ragionare su chi e di chi viene a cercare lavoro e fortuna in Occidente, in un paese come il nostro, in termini di paura di un diverso che entra permettere in crisi il sistema di sicurezze su cui si fonda la società in cui viviamo porta, prima di tutto, ad alimentare un pregiudizio stupido sugli emigrati. Insistere, come hanno fatto in questi giorni gli esponenti della maggioranza, sulla quantità di extracomunitari che si trovano oggi nelle carceri italiane, significa suggerire o sottintendere che ciò non dipende dalla debolezza delle strutture di accoglienza ma dal fatto per cui le persone che arrivano da un altro paese, da un’altra cultura, sono pericolose semplicemente perché non sono nate qui e perché sono state educate all’interno di culture che non condividono il nostro sistema di valori. Come se chi viene dalla Colombia o dalle Filippine, dalla Polonia o dalla Russia fosse cresciuto in un sistema che considerava legale il furto, lo sfruttamento della prostituzione e l’omicidio. Come se chi lascia il suo paese oggi non pensasse al lavoro ma al modo di arricchirsi illecitamente da noi.
Schedarli tutti, prendere a tutti le impronte digitali, è una conseguenza logica di questo modo di pensare (o di sentire: il pensiero è cosa sempre un po’ più complessa).
Vuol dire, in soldoni, considerarli come criminali potenziali e accoglierli segnalando loro con forza questa convinzione di fondo. Mettendoli in contatto da subito con quelli che dovranno essere i loro interlocutori naturali e privilegiati: i poliziotti destinati, prima di tutto, a controllarli. Mettendoli in condizione, soprattutto, di commettere più reati nel momento in cui li si costringerà a nascondersi.
Nessun flusso migratorio è stato mai fermato da una legge, infatti, e la storia sta lì a dimostrarlo. Nel 1970, quando ero un giovane medico, andai in Svizzera con una borsa di studio del ministero della Sanità. Studiavo con ammirazione i servizi psichiatrici di Ginevra (l’ospedale di Bel Air) e di Losanna (l’ospedale di Cery e il policlinico universitario psicoterapeutico) pensando al modo in cui si sarebbe potuto imitarli da noi. Dovetti rendermi conto, però, prima con stupore e poi con rabbia, del fatto che in queste strutture non era prevista la curadegli stranieri (moltissimi, lì e altrove, erano italiani: quelli raccontati da Nino Manfredi in “Pane e Cioccolata”) che andavano ad arricchire con il loro lavoro un paese già molto più ricco del nostro.
Il particolare tipo di permesso che veniva concesso loro per entrare in Svizzera legava strettamente la loro permanenza al lavoro effettivamente svolto. Malati non servivano più e venivano espulsi, particolarmente se la malattia era cronica. Poiché d’altra parte, come sostiene oggi autorevolmente (o stupidamente; o malignamente) il ministro della Sanità Girolamo Sirchia e come hanno sempre presuntuosamente (stupidamente o malignamente) sostenuto i conservatori di tutti i tempi, la malattia psichiatrica è cronica e difficile da curare, allontanarli dalla Svizzera appena davano un qualche segno di squilibrio (dalla follia al mal di vivere, dalla difficoltà di adattamento alla ribellione fuori misura) era sentito come normale e «giusto» da chi faceva allora le leggi in Svizzera.
Come è sentito e proclamato di nuovo oggi normale e «giusto» da Bossi e da Fini: due uomini assai bene assortiti, a mio avviso, per segnalare i risultati micidiali e vergognosi dell’incontro fra la volgarità del demagogo che si fa grande della possibilità di offendere e disprezzare chi non ha la possibilità di reagire e la patologia un po’ sadica di chi è cresciuto comunque nella nostalgia degli eserciti che cantavano “Faccetta Nera” distruggendo, in nome della superiorità di razza, i diversi che non accettavano, contenti, di lavorare gratis per loro.
Poiché su argomenti di questo tipo è difficile non provare emozioni forti, vorrei proporre qui, in risposta alla vostra lettera, l’idea per cui idee e leggi di questo genere mi fanno vergognare del fatto di essere italiano.
Mi propongono con forza la possibilità di trovarmi di fronte a situazioni in cui obbedire alle leggi dello Stato diventa immorale e dove morale diventa, invece, l’idea di disobbedirle. Come accade regolarmente
quando una legge introduce elementi di discriminazione fra quelli che dovrebbero considerarsi ed essere considerati prima di tutto esseri umani. Davvero è possibile, mi chiedo, che sia ritenuta costituzionale, in una Repubblica «fondata sul lavoro», una norma per cui nel momento in cui non serve più il lavoratore straniero deve essere espulso come clandestino? È in previsione del tentativo di ribellarsi a questo sopruso (lo faceva Manfredi in “Pane e Cioccolato”) che gli emigranti vanno schedati nella misura in cui questo tipo di tentativo basterebbe a renderli dei criminali?
Molte delle discussioni che si fanno oggi sul fatto che quello che si sviluppa con questo governo sia o no un regime diventano del tutto inutili dopo l’approvazione di una legge come questa. Nei confronti dei lavoratori extracomunitari, questo è da oggi ufficialmente un regime. Che si arricchirà sul loro sudore e sul loro sangue. Che li getterà via dopo averli sfruttati. Senza farsi carico in alcun modo, senza sentirsi responsabili in alcun modo di quello che accadrà successivamente a loro e dai loro familiari. Con conseguenze incalcolabili sulla salute, fisica e mentale, degli uni e degli altri.
Iniziative come la vostra, direttamente centrate sulle conseguenze sociali di un movimento migratorio e sul tentativo di favorire l’accoglienza e l’integrazione delle persone che in esso sono coinvolte, sono destinate evidentemente a lavorare, con questa legge, in condizioni del tutto nuove. I ricongiungimenti familiari saranno impossibili per questo tipo di lavoratori e di permessi di soggiorno e il tentativo di farsi raggiungere dalle proprie mogli o dai propri figli diventerà, a tutti gli effetti, un reato su cui Bossi e Fini vigileranno con impazienza da sceriffo.
L’attività dei mediatori culturali chiamati a facilitare l’integrazione degli stranieri appena arrivati negli usi e nei costumi del nostro Paese verrà considerata con sospetto più che con simpatia. Finito il tempo in cui si credeva che gli uomini fossero tutti degni dello stesso rispetto, quello cui si va incontro è un tempo in cui il lavoro degli psicologi o degli psicoterapeuti e di tutti gli operatori sanitari deve riconsiderare molte delle sue premesse. Degno di cura, per Bossi, Fini e il governo italiano, non è più, infatti, l’essere umano in quanto tale ma l’essere umano indigeno, di razza possibilmente simile a quella di coloro che fanno le leggi.
Una parola soltanto, prima di concludere, sulle affermazioni con cui il Grande comunicatore padrone di tutte le televisioni e tutore supremo dei cervelli di tutti noi («la pensate diversa da me? Siete male informati,come la signora Ada…») ha tentato di giustificare l’orrore di questa sua prima performance razzista. Accogliere bene gli stranieri, ha detto, vuol dire far entrare solo quelli cui si può offrire un lavoro e una casa. Ributtare a mare gli altri, quelli cui non si può offrire un lavoro e una casa, ha ammiccato, è un modo illuminato di rispettarli e di volergli bene, combattendo la debolezza sinistra della sinistra e la disonestà di chi organizza i loro viaggi. Combattere le illusioni e le malignità dei male informati, ha gridato, è un dovere di tutti gli italiani. Chiarendo bene, però, da ora e per tutti, ha sussurrato poi a microfoni spenti, che il lavoro e la casa offerti da noi non sono per sempre, vengono dati (concessi) solo per il tempo in cui le loro braccia ci servono e ce li rendono utili: un particolare quest’ultimo su cui voi giornalisti, ovviamente, cercherete di non insistere troppo, se mi volete bene, quando spiegate la legge agli italiani…
Resistere, ha detto per tre volte Borrelli.
Disobbedire, viene fatto ora di dire a me e forse a voi. Con calma. Sommessamente. Dicendo chiaro che noi intendiamo continuare a lavorare con le persone in difficoltà. Che riteniamo sbagliato e controproducente denunciare o far scoprire persone che vengono considerate come «clandestine». Sforzandoci di far capire a tutti, anche a quei parlamentari del centrosinistra che sono arrivati a giustificare l’idea della schedatura con le impronte digitali, che esiste un gran numero di persone in questo Paese che non è disposto a tradire la sua coscienza e la sua professione solo perché una maggioranza ha la possibilità di imporre leggi come queste. Vi sono situazioni in cui l’uomo e i principi su cui si fonda il suo senso morale sono più importanti delle regole proposte dalla volontà di un governo. Anche se legittimamente eletto.

PDF

About the author

admin:

0 Comments

Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Lascia un commento