La paranoia, gli anarchici e l’Impero del male- l’Unità 29.07.02

La paranoia, gli anarchici e l’Impero del male- l’Unità 29.07.02

Luglio 29, 2002 2001-2010 0

Caro Cancrini,
sono rimasto molto colpito da quello che è accaduto intorno alla morte di Valpreda. Un po’ di malinconia nella gente di sinistra, un silenzio sgradevole a destra. Più ci penso più mi convinco del fatto per cui Valpreda e Pinelli sono stati davvero vittime di un sistema sostanzialmente antidemocratico. Le analogie
con la storia di Sacco e Vanzetti, mi pare, sono davvero tante. La cosa più difficile da accettare, per un vecchio compagno come me, è il fatto che gli unici ad aver ragione allora erano, forse, proprio gli anarchici: quelli che non riconoscevano la legittimità di uno Stato tutto raccolto intorno alla difesa di una finta legalità. Sembravano dei pazzi o almeno dei visionari, allora, e forse non lo erano affatto.
Pazzi e visionari erano gli altri, forse, la grande maggioranza più o meno silenziosa che si acquietava la coscienza spiegando tutto con l’idea degli anarchici cattivi che mettevano le bombe.
Guardati da questo punto di vista i concetti di follia e di normalità, di paranoia e di senso della realtà sono
o sembrano molto relativi. Tu che ne pensi?
Franco Gorre, Milano

Ricordo la sera in cui si parlò per la prima volta dell’arresto di Valpreda. Ero al Jolly, un teatro di Roma vicino a San Lorenzo dove Dario Fo e Franca Rame presentavano e discutevano con il pubblico (seduti sul palcoscenico, le gambe penzoloni, la gente che gridava e ragionava di politica nel modo in cui sembrava così bello farlo allora) quel miracolo di comicità e di cultura cui avevano dato il titolo di Mistero Buffo. Gli animi erano infiammati intorno al mistero di una strage, quella di PiazzaFontana, di cui tutti, a sinistra, sentivano che sarebbe stata usata contro di loro e la notizia dell’arresto «con prove sicure» di un ballerino anarchico sembrava perfetta per dare forza, invece, alle polemiche di chi, da destra e da quello che allora era il centro, sentiva di dover sporcare a tutti i costi le idee del Sessantotto e le lotte dell’autunno caldo. Determinando uno smarrimento ed un senso diffuso di disagio che si sarebbe trasformato in rabbia impotente di lì a pochi giorni di fronte alla morte del povero Pinelli: «il tuo amico Valpreda ha parlato» gli avevano detto nella Questura di Milano prima che lui si gettasse (versione della polizia, del commissario Calabresi e del prefetto Guida) o venisse gettato (versione dei compagni) da una finestra di un quarto piano al termine di un interrogatorio o di una contestazione particolarmente accesa.
Parto da qui per rispondere alla tua lettera perché il ricordo vivo di quei giorni e delle emozioni provate allora mi sembra particolarmente pertinente di fronte a una domanda come la tua. Quella che veniva
ufficialmente definita paranoia allora era la percezione acuta, dolorosa, convinta del fatto che Valpreda e
Pinelli non avevano niente a che fare con le bombe di Piazza Fontana e che quella messa in atto dalla polizia (o dai servizi segreti che della polizia si servivano) era una manovra ben collegata alle intenzioni di chi aveva messo le bombe, utilizzando strumenti della destra. Calmate le acque, superato o esorcizzato il pericolo di una sinistra che rischiava di andare al potere, quelli che si sarebbero messi in moto erano indagini prima e processi poi che avrebbero restituito dignità agli anarchici e riconosciuto con chiarezza la responsabilità di persone collegate a gruppi dell’estrema destra: persone che si erano nel frattempo prudentemente e intelligentemente (l’intelligenza del piano percepito e immaginato allora da quelli che erano in paranoia) trasferite all’estero dove erano riuscite a «rifarsi una vita».
I paranoici avevano ragione, dunque, in quel caso come in molti altri, semplicemente perché la regìa
delle cose del mondo, dei fatti che devono accadere e di quelli che non devono accadere era tenuta, allora e in molti altri casi, da persone e da gruppi che non rendevano conto a nessuno delle loro azioni ed obbedivano a logiche molto diverse da quelle proposte in pubblico: logiche stabilite a Yalta, in quel caso, logiche di spartizione e\ di guerra fredda, logiche che facevano dell’Ungheria e della Cecoslovacchia un feudo russo, dell’Italia e del Cile un feudo americano. Logiche di democrazia limitata in cui i sistemi elettorali basati sulla presenza di più partiti (le convergenze parallele di Moro e Berlinguer) o di persone che si confrontano all’interno dello stesso partito (Dubcek e la primavera di Praga) si scontravano con le regole non scritte della soggezione alle due grandi potenze in lotta fra di loro per il dominio del mondo, gelose dei rispettivi spazi di influenza, paranoicamente (stavolta sì!) convinte del fatto che un qualsiasi cedimento avrebbe significato la fine degli equilibri, lo sviluppo di una guerra nucleare voluta dall’altro, la possibilità di un mondo dominato senza limitazioni da un nemico che incarnava il Male.
Il gioco di specchi fra la paranoia segreta e reale (cioè veramente paranoica) di chi ha in mano le leve del potere e quella pubblica e irreale (cioè non paranoica)di quelli che di potere hanno solo quello del loro
libero pensiero è un gioco che si è ripetuto molte volte nella nostra storia recente. Sciascia votò da solo in
un isolamento splendido ed apparentemente paranoico una relazione di minoranza sul caso Moro che il resto del Parlamento non volle prendere in considerazione e che costituisce, riletta oggi, nel momento in cui le verità ufficiali di allora hanno dimostrato tutta la loro fragile inconsistenza, un documento fondamentale per capire quello che davvero accadde allora: quando la gestione delle indagini venne affidata, dall’allora ministro degli Interni Francesco Cossiga, ad un Comitato ristretto guidato con notevole impudenza (me lo raccontò in punto di morte, con la consapevolezza dolorosa di chi capisce le assurdità in cui si è lasciato coinvolgere, un criminologo famoso che ne aveva fatto parte) da due uomini della Cia. Un Comitato di cui non è difficile oggi ricostruire il ruolo nel definirsi della soluzione indicata nella ricostruzione di Sciascia, la morte necessaria di Moro e la chiusura definitiva di un discorso che poteva (avrebbe potuto) portare ad un cambiamento politico inaccettabile, allora, per gli Stati Uniti e per l’Unione Sovietica. «The fact I’m paranoid, it doesn’t mind they are not after me» (il fatto che io sono paranoico non significa che gli altri non ce l’abbiano con me) dice il gioco di parole alle origini di una interpretazione moderna della schizofrenia. E noi potremmo partire da qui, forse, per riflettere in modo un po’ innovativo sul problema proposto nella tua lettera. Dicendo con chiarezza che spesso, nella vita e nella politica, accade di sentirsi fuori del coro, in una melanconica ed arrabbiata condizione di minoranza. L’accusa di essere dei paranoici è quasi scontata in queste condizioni e la capacità di mantenere le proprie posizioni può risultarne assai indebolita. Quello che dovremmo sempre tenere a mente, tuttavia, in queste situazioni, è che l’uomo deve diffidare soprattutto delle favole, delle spiegazioni troppo semplici, enunciate o gridate con troppa enfasi. Il fatto che vi siano luoghi del mondo in cui si ricomincia a parlare di «Impero del male», per esempio, potrebbe essere preso come una buona ragione per pensare che il nostro sta per essere di nuovo un tempo di paranoia sana, di sforzi dolorosi dell’intelligenza che non crede alle verità ufficiali. Sono le semplificazioni dei giudizi e dei messaggi quelle che indicano la ripresa delle paranoie vere, terribili e segrete, dei luoghi in cui si ha una possibilità di decidere tagliata fuori da ogni forma di controllo democratico. Da noi e nel mondo. Sono le semplificazioni dei giudizi e dei messaggi, voglio dire, quelle da cui dobbiamo soprattutto difenderci: lottando per una informazione pluralista e ben documentata prima di tutto; rassegnandoci all’accusa di essere paranoici, in secondo luogo, nei casi in cui quel tipo di battaglia non riesce a produrre i risultati che in un Paese davvero democratico dovrebbe sempre essere permesso di raggiungere.

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