La religione di Don Picchi: dalla parte di chi ha bisogno- l’Unità 01.06.10
Io comunista, lui prete: così negli anni settanta cominciammo ad occuparci dei ragazzi drogati
Un “compromesso storico”, il nostro, nato e cresciuto sul campo. Con un ambulatorio all’aperto
Ho conosciuto Don Mario Picchi nel 1969. Io lavoravo nel Centro Tossicosi da Stupefacenti dell’Università, lui dirigeva un ente morale della pubblica istruzione e insieme cominciammo ad affrontare il problema dei nuovi drogati, ragazzi italiani e non che confondevano protesta e disperazione vivendo per strada e sciamando da Amsterdam, dove passavano l’estate, verso Roma: quando lassù faceva troppo freddo. L’ambulatorio di piazza Navona io lo facevo (con due medici, Paolo e Piero, e tre tirocinanti di servizio sociale, Giuseppe, Salvatore e Maura) appoggiato sui bordi della fontana del Bernini, dalle 10 di sera a mezzanotte, e salivo poi nell’appartamento di via dell’Anima, tenuto da un padre francese, George, ma messo in piedi da Mario e dalla Caritas.
Drogarsi era un reato, allora, la detenzione “a qualsiasi titolo” era punita con due anni di carcere ed era un modo, il nostro, di aiutare i ragazzi terrorizzati dal contatto con le istituzioni: sotto gli occhi complici dei carabinieri che ponevano come condizione il fatto che di giorno i ragazzi non rimanessero lì, altrimenti sarebbero intervenuti, perquisendoli e chiedendo i documenti.
La nostra amicizia nacque così, i discorsi e le confidenze vennero dopo, l’incontro fra il giovane comunista che ero io e il prete “curiale” che era lui fu naturale e senza difficoltà nel tempo che preparava le convergenze parallele di Moro e il compromesso storico di Berlinguer. Con una serie di conseguenze importanti perché alle convergenze parallele nel campo delle tossicomanie noi lavorammo forte da allora e fino al momento in cui, cinque anni dopo, i senatori del Pci e della Dc trovarono l’accordo su una legge che sanciva quello che noi avevamo tentato di riconoscere fin da allora, il diritto alle cure di tutti i tossicodipendenti. Un tempo fertile costruendo, insieme ancora anche se su fronti opposti, in Regione Lazio prima e nel Paese poi, per quello sviluppo di una integrazione fra strutture pubbliche (i Sert) e privato sociale delle Comunità che quel diritto avrebbe reso davvero possibile per tanti di loro.
Giocata tutta su questa intesa profonda a proposito degli obiettivi da raggiungere, la nostra amicizia non è venuta mai meno anche se io non era più religioso da tempo e Mario non era un prete di quelli che ti ritrovi accanto nelle manifestazioni per il diritto al lavoro o alla casa.
Quello che ci univa, credo, era il rispetto: per la persona che proponeva a lui ed ai suoi di arricchire con degli strumenti di cura (la psicoterapia e la terapia della famiglia) la solidarietà del Cristiano da parte sua. Per il cristiano, da parte mia, che riesce a vivere la Chiesa come una istituzione centrata sull’uomo e sui suoi bisogni invece che sulla liturgia. Progetto uomo si chiamava il suo, del resto, ed era davvero così: in Italia ed in tanti altri Paesi dove questo sue idee sono arrivate per iniziativa del Centro Italiano di Solidarietà, in Spagna ed in Argentina, in Belgio e in Colombia cercando ovunque l’uomo, la persona che
soffre dietro la maschera dolorosa della tossicodipendenza.
È per questo motivo che mi è sembrato naturale, dieci anni fa, chiedergli di battezzare il mio ultimo figlio pensando che se mai da grande avesse avuto voglia di religione, quello che mi sarebbe piaciuto è che la cercasse partendo da lì, dal prete che crede nella possibilità di farsi pastore di anime incontrando quelli che hanno bisogno di aiuto, non quelli da cui si aspetta un obolo o una complicità: sapendo che i più vicini alla Parola di Gesù sono quelli che stanno male quando perdono la coscienza di essere la cosa
straordinaria che tutti siamo.
Ora se ne è andato, Mario, dopo una lunghissima malattia, sopportata sempre con grande dignità e pazienza. Mi mancherà molto e mancherà molto a tanti.❖
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