La ricerca addomesticata e le pillole di Dulcamara- l’Unità 20.05.02

La ricerca addomesticata e le pillole di Dulcamara- l’Unità 20.05.02

Maggio 20, 2002 2001-2010 0

Caro Cancrini,
sono rimasto molto colpito da un articolo, firmato da G. Giacomo Giacomini uscito su Il Secolo XIX di Genova del 25 marzo 2002. Te ne trascrivo una sintesi.
Ha suscitato non poco scalpore (dappertutto ma non in Italia, n.d.r.) un articolo-inchiesta uscito, in questi ultimi giorni, sul giornale britannico «The Guardian», sulla spregiudicata politica di commercializzazione degli psicofarmaci, soprattutto antidepressivi. Lo scandalo si riferisce al fatto che taluni ricercatori universitari ricevono rilevanti somme di denaro da importanti ditte farmaceutiche per articoli pubblicati su riviste scientifiche nei quali vengono decantate le proprietà terapeutiche di nuovi psicofarmaci, prodotti dalle ditte stesse.
L’aspetto più sconcertante è che i veri autori di questi articoli non sarebbero, in realtà, i professori universitari che li hanno firmati, bensì gli uffici di propaganda delle stesse ditte produttrici. «The Guardian» ha anche pubblicato una sorta di «tariffario» che viene abitualmente applicato, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, per remunerare i professori che organizzano i congressi e i simposi sponsorizzati dalle case farmaceutiche. Un autorevole rappresentante della ricerca scientifica negli Stati Uniti, il Professor Fuller Tomey, direttore della Dtanley Foundation Research Programmes di Bethesda (Maryland), ha bollato, senza mezzi termini, questa degenerazione del costume del mondo della ricerca accademica definendola testualmente «una forma di prostituzione professionale ad alto livello».
Le rivelazioni del «Guardian» hanno dato ulteriore materia di riflessione su un fenomeno che, in realtà è ormai ben noto, per la sua diffusione e gravità, anche nel nostro paese, tanto da essere stato, a più riprese, dibattuto da diversi giornali e reti televisive. Non è un mistero per nessuno che, anche in Italia, i principali congressi delle Società scientifiche di psichiatria, psicopatologia, neurologia, ecc., dipendenti dalle più importanti cattedre universitarie, sono sponsorizzati da potenti ditte afferenti alle multinazionali del farmaco e vengono celebrati in concomitanza con il lancio commerciale di nuove (e, talora, meno nuove) generazioni di psicofarmaci. È stato a più riprese segnalato come, al fine di agevolare la commercializzazione di taluni psicofarmaci (soprattutto antidepressivi e ansiolitici) si sia arrivati persino ad una sostanziale adulterazione del metodo di classificazione degli stati di sofferenza psichica, che vengono inquadrati secondo categorie grossolane al fine di una più ampia indicazione terapeutica per certi tipi di psicofarmaci (a questoscopo viene utilizzato soprattutto il manuale Dsm).
È ben noto come categorie nosografiche fatiscenti (come le cosiddette «distimie»), siano state oggetto di congressi, simposi e tavole rotonde, dove venivano anche indicati, come terapie specifiche, farmaci prodotti dalle ditte che sponsorizzavano i simposi stessi. Anche nei concorsi universitari è stato denunciato il pesante intervento delle case farmaceutiche, al fine di promuovere quei candidati che si dimostrino più favorevoli all’uso indiscriminato degli psicofarmaci. Molti si sono chiesti e si chiedono, tuttora, se il progresso tecnologico e psicofarmacologico debba essere necessariamente pagato al prezzo di una simile subordinazione del pensiero scientifico, della ricerca clinica e, soprattutto della salute pubblica, al business della produzione industriale e del mercato planetario degli psicofarmaci.
Nino Serio

Il problema proposto dall’articolo del Guardian è oggi il problema della psichiatria e dei suoi sviluppi. I
condizionamenti economici cui è sottoposta la ricerca in questo settore sono diventati determinanti nella scelta dei modelli di interpretazione e delle pratiche terapeutiche all’interno di una situazione caratterizzata da quella che il Guardian definisce, a ragione, una forma di «prostituzione professionale ad alto livello» dei titolari di cattedre universitarie. In Italia ed altrove.
L’esercizio di questa attività mercenaria si muove, nella pratica, su due strade. In termini formativi, lo sforzo è quello di boicottare, nelle università e nelle scuole di specializzazione, la cultura psicoterapeutica, l’importanza che essa dà al costituirsi di una relazione terapeutica con la persona che sta male e la capacità su cui essa si fonda di lavorare sulle risorse della persona e dei suoi sistemi di relazione. In termini promozionali, lo sforzo è quello di scrivere e pubblicare lavori addomesticati che propongano la possibilità di associare i «sintomi» ad una serie di complicate e fantasiose spiegazioni di ordine «chimico».
Lasciando al rappresentante dell’industria farmaceutica il compito di presentare, a un medico che non è stato preparato a curare i disturbi psichici in nessun momento della sua frequenza universitaria, il prodotto commerciale, il farmaco, in grado di toglierlo dai pasticci: seguendo, con una ricetta, l’indicazione che viene da quelle università che di tutto avevano fatto, in precedenza, per evitare che lui imparasse davvero qualcosa. L’esempio più drammatico di questo stato di cose è quello legato alla costruzione ed alla promozione massiccia di una teoria, scientificamente inaccettabile, sulla depressione come «malattia».
Ignorando due secoli di ricerca psichiatrica che avevano definito con chiarezza l’idea per cui l’abbassamento del tono dell’umore è il sintomo di condizioni psicopatologiche assai diverse fra loro.
Raggiungendo, senza vergogna, in una famosa università italiana, l’onore dell’ Ignobel, il premio attribuito alla ricerca più cretina pubblicata annualmente nel mondo. Prescrivendo farmaci a chi è depresso perché ha perso una persona cara o ha scoperto i tradimenti di sua moglie, a chi è depresso perché vive una condizione esistenziale di sradicamento o perché deve adattarsi a convivere con una diagnosi pesante, a chi è depresso perché non vorrebbe diventare vecchio e a chi è depresso perché non riesce a diventare adulto. Rinnovando i fasti di Dulcamara, insomma, l’imbroglione immortalato da Donizetti che guariva, con il suo elisir, le pene degli artritici e delle zitelle, i mal di pancia e i raffreddori, le convulsioni e gli isterismi, le pene d’amore e il mal di fegato. Misterioso fino ad un certo punto, il problema della diffusione massiccia degli antidepressivi sul mercato del farmaco, deve essere giudicata e affrontata oggi proprio così: come un gigantesco imbroglio, che va incontro alle attese soddisfatte un tempo da quelli che erano gli epato-protettori che nessuno più prescrive oggi e tanti altri «farmaci di conforto». Promettendo benessere a chi vagamente si sente male. Aiutandolo con un effetto di ordine soprattutto psicologico (placebo). Impedendogli di orientare il suo interesse, prendendone consapevolezza, sulle ragioni reali (personali, interpersonali, lavorative, scolastiche) del suo disagio.
Il ruolo svolto dai professori universitari italiani nell’appoggio di questa operazione è stato insieme enorme e vergognoso. Articoli, libri, dichiarazioni alla stampa e alla televisione hanno costruito nella gente l’idea della depressione che prende il posto dell’Aids come «malattia del secolo». L’industria farmaceutica ha risposto con il denaro delle «fondazioni», dei convegni e dei finanziamenti per la «ricerca»: finanziamenti che consentono essenzialmente, al direttore di cattedra, di reclutare personale sottoposto, di organizzare viaggi, di acquistare macchinari fantascientifici. I funzionari ministeriali e gli organi di vigilanza, sottoposti allo stesso tipo di pressione e/o o di incoraggiamento, hanno chiuso il cerchio, dando un appoggio decisivo, ben coperto dalle «ricerche» dei clinici universitari: estendendo la possibilità di prescrivere gli antidepressivi al medico di base e facendo rientrare la gran parte degli antidepressivi nella categoria dei farmaci a carico del servizio sanitario nazionale.
Un secondo esempio, per molti versi ancora più drammatico, dell’asservimento della ricerca universitaria alle aspettative dell’industria farmaceutica riguarda i cosiddetti neurolettici di seconda generazione. Farmaci il cui pregio maggiore è quello di costare da cinquanta a cento volte di più dei neurolettici di prima generazione e che sono stati introdotti in psichiatria da una serie di «ricerche» eseguite dai soliti noti professori di università in cui si sosteneva che essi erano in grado di modificare, a volte in modo «decisivo», il destino dei pazienti schizofrenici. Farmaci che hanno sostituito lentamente i loro predecessori (prudentemente ritirati, nel frattempo, dal mercato) senza mantenere, neppure in parte, le promesse formulate da chi li aveva «studiati». Pesantemente incidendo, però, sui bilanci delle famiglie e dei dipartimenti di salute mentale, molti dei quali hanno dovuto limitare gli interventi non farmacologici con i loro utenti proprio in rapporto a questa nuova disgrazia. E pesantemente incidendo, per giunta, sulla salute fisica dei poveri pazienti schizofrenici.
Ce n’è abbastanza, mi pare, per essere d’accordo con l’affermazione per cui molte ricerche universitarie di oggi sugli psicofarmaci sono una forma di prostituzione ad alto livello. Da noi ed altrove. Quella su cui dovremmo cominciare a riflettere seriamente, tuttavia, è la necessità di attivare, a livello europeo prima e più che a livello italiano, una autorità di controllo sui problemi della ricerca e sulla autonomia reale delle fonti di finanziamento che la sostengono: nell’ interesse primario della verità scientifica e della salute dei cittadini. Autorità di controllo che dovrebbe occuparsi prima di tutto, quando si parla di ricerca sui i farmaci, di definire standards minimi che ne garantiscano il livello. Tenendo conto realisticamente delle situazioni concrete, cliniche, in cui i farmaci vengono usati, della durata dei trattamenti, del cost-benefit delle diverse possibilità di curare. Tenendo conto realisticamente, cioè, della possibilità di utilizzare
strumenti alternativi, di ordine psicoterapeutico e/o di sostegno sociale, e obbligando i «ricercatori» a misurare l’efficacia di una nuova sostanza non solo e non tanto nel confronto con un altro farmaco o con l’assenza di terapia ma nel confronto, seriamente impostato e meticolosamente controllato, con i risultati che possono essere ottenuti con questi altri tipi di intervento terapeutico.
Concludo con due notazioni concise ma pertinenti. La prima riguarda il fatto che le scuole di psicoterapia riconosciute sono nate ed agiscono tutte, oggi, fuori dall’università che le ha boicottate e rifiutate. La seconda riguarda il fatto che gli «imbrogli» di cui ho parlato preparati e consumati in gran parte mentre governava il centro-sinistra: il che vuol dire, credo, che molte cose vanno riviste, con apporti culturali forti, se vogliamo adeguare ai tempi di oggi le strategie politiche dei governi e delle opposizioni. Se vogliamo lavorare sul serio alla costruzione di una alternativa politica capace di collegare sul serio il progresso della conoscenza al diritto di tutti.

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