La scuola come azienda o come formazione del cittadino- l’Unità 06.05.02

La scuola come azienda o come formazione del cittadino- l’Unità 06.05.02

Maggio 6, 2002 2001-2010 0

Egregio signor Luigi Cancrini,
siamo una famiglia residente nel Comune di Berzo San Fermo (Bg), abbiamo 3 figli: Tommaso, Giovanni e Camilla. Tommaso e Giovanni frequentano la scuola elementare nel Comune di Costa di Mezzate (Bg). Dall’anno scolastico 2001/2002 il Comune di Costa di Mezzate, come vari Comuni compreso Bergamo, ha stabilito di pagare i libri di testo per le scuole elementari solo per gli alunni suoi residenti, che frequentino la locale scuola elementare o altrove. Pertanto ha scritto a tutti i Comuni di residenza degli alunni non residenti a Costa di Mezzate, chiedendo di provvedere al pagamento dei libri di testo. Il Comune di Costa di Mezzate ha chiesto a noi di pagare i libri di testo. Dopo aver effettuato il pagamento direttamente al fornitore dei libri, abbiamo scritto al nostro Comune richiedendo il rimborso della fattura. La risposta è stata negativa. Abbiamo scritto alla Regione Lombardia: ad oggi nessuna risposta! Abbiamo scritto alla Provincia di Bergamo, la quale ha risposto che non ha voce in capitolo poiché la normativa vigente attribuisce competenze solo nel settore della istruzione Secondaria superiore.
Abbiamo inviato la documentazione ad un giornale locale che ha pubblicato quanto successo. Purtroppo la risposta del nostro sindaco è, secondo noi, molto grave. Però la legge non è chiara in quanto non dice espressamente chi deve pagare la fornitura dei libri di testo per le scuole elementari. La nostra è solo questione di principio, però questo piccolo problema, nasconde un grande problema: l’assoluto disinteressamento verso i minori che frequentano la scuola dell’obbligo, verso le famiglie che devono sopperire a questa mancanza, organi dello Stato che si rendono latitanti dai loro doveri. Quello che desideriamo è che si possa iniziare un dibattito a livello nazionale su questi in apparenza piccoli problemi che denotano il grado di reale interessamento da parte degli organi competenti.
La ringraziamo per la sua gentile disponibilità ad ascoltare quanto sopra e nell’attesa di sue notizie, porgiamo distinti saluti.
Rivola Maria, Mocchi Ignazio

Molti anni fa, quando ero assessore alla cultura nella Regione Lazio, dedicai molte energie allo sviluppo di un piano, disegnato inizialmente da Tullio De Mauro, per il diritto allo studio. Fornitura gratuita dei libri di testo nelle elementari e, tendenzialmente, in tutta la scuola dell’obbligo, trasporti gratuiti per tutti, da casa a scuola e da scuola a casa, giornali quotidiani in classe per gli studenti di scuola media. Battaglie amministrative di questo tipo erano al centro dell’attenzione, allora, per una «sinistra di lotta e di governo» che si richiamava all’insegnamento di Gramsci per sostenere che una società è realmente democratica quando assicura uguali opportunità a tutti i suoi cittadini. Quando permette a tutti di studiare, in pratica, anche a quelli che non hanno alle spalle una famiglia in grado di pagare. È all’interno del «compromesso storico-sociale» fra Stato borghese e rappresentanze operaie di cui parlava in quegli anni Pietro Ingrao che temi di questo tipo diventano patrimonio comune anche per quelli che erano, allora, i nostri avversari politici (la Dc di Moro e di Andreotti) estendendo scelte amministrative volute inizialmente dalle regioni «rosse» a tutte le altre. Perché sembravano convinti tutti, allora, della necessità di una scuola pubblica forte, saldamente ancorata all’idea per cui una cultura umanistica di base è premessa necessaria allo sviluppo di un cittadino maturo che sceglierà più tardi, al termine dell’adolescenza, le specializzazioni su cui collocare le sue competenze più tecniche.
Elevare la cultura di base di tutti potenziando le istituzioni scolastiche e aumentando di altri quattro o cinque anni l’obbligo scolastico era l’obiettivo comune, allora, di quelli che lottavano per una società più giusta. Molto opportuna arriva la vostra lettera, in questo momento, per riflettere sui cambiamenti che si
sono determinati da allora. Rivelando la realtà di un clima politico nuovo in cui, in una regione fra le più
ricche d’Italia, il problema del libro di testo gratuito per un alunno delle elementari non rappresenta più un problema da risolvere con prontezza e con entusiasmo da amministrazioni che concorrono alla crescita di un Paese ma una pura e semplice seccatura. Su cui amministratori deboli, incapaci di incontrarsi e di ragionare, giocano a scaricabarile. Raccontando a sé stessi, magari, che l’amministratore scrupoloso spende solo se è certo di dover spendere. Dimenticando la finalità reale del suo essere lì, con una responsabilità di governo. Favorito da un orientamento, quello di una Regione fortemente orientata a destra, in cui i diritti da salvaguardare sono soprattutto quelli non tutelati dalle leggi volute, in anni precedenti, da amministrazioni troppo influenzate da un pensiero e da una volontà «di sinistra». Il clima politico più generale in cui fatti di questo genere si verificano, è, in realtà, un clima pesante. L’idea per cui una manager che non si è mai occupata di problemi legati alla scuola possa varare, dopo tre o sei mesi di governo, una riforma complessiva dell’istruzione pubblica che affossa senza prenderle neppure in considerazione le idee meditate dagli uomini di studio e di scuola che l’hanno preceduta non pone soltanto il problema dei guasti che possono essere prodotti nel sistema scolastico da una dilettante allo sbaraglio. Pone il problema, più grave, di una situazione in cui si dice che, per prendere decisioni importanti, non serve studiare, non serve essere colti. Basta essere decisi nel mettersi contro «i cattivi della sinistra». Autorevolmente affermando, con la forza dell’esempio, che le competenze specifiche non servono a nulla. Che per il semplice fatto di essere stati uomini della sinistra Di Mauro e Berlinguer non possono aver detto cose giuste. Non possono aver detto, di più, cose su cui valga ancora oggi la pena di discutere. Vale, invece, la pena di riflettere molto seriamente, a mio avviso, sugli effetti concreti di questo imbarbarimento progressivo della cultura politica in cui il governo guidato da Silvio Berlusconi ci sta portando. Affidate a persone modeste, di livello culturale paurosamente basso, le istituzioni politiche ed amministrative sono destinate ad entrare inevitabilmente nel caos. Lo slogan “meno Stato e più mercato” rischia di realizzarsi soprattutto attraverso una decadenza progressiva delle strutture con cui lo stato segnala la sua presenza. Dalla magistratura indipendente al fisco capace di tassare in modo proporzionale al reddito,dalla sanità pubblica alla scuola di tutti. Se tocca ad uno Stato costruito nel rispetto della Costituzione, d’altra parte, il compito di equilibrare le risorse e le occasioni, quello che si determinerà nel momento in cui lo Stato ci sarà di meno o non ci sarà quasi più affatto, è un estendersi dell’area del privilegio e dell’arbitrio: una condizione adatta ai più forti, ai più furbi, a quelli che hanno meno scrupoli degli altri; una condizione che piace a chi, come Berlusconi e la Moratti, si è formato culturalmente (è una cultura anche questa) sul mito dell’impresa e della competizione, sull’idea del successo personale e di gruppo piuttosto che su quella solidaristica del progresso di tutti.
Una scuola pubblica dotata di livelli alti di cultura e di accessibilità, una scuola pubblica in cui si lavora con entusiasmo per costruire il senso di una società in cui tutti sono eguali è il nemico mortale di questo tipo di politiche. Facile evitare che essa contagi i propri figli che possono sempre essere educati al rispetto dei propri privilegi in ambienti privati e ben protetti. Un po’ più difficile, ma in fondo non impossibile, evitare che essa influenzi troppo i figli degli altri, di quelli che non possono scegliere, pagando, scuole privilegiate e che debbono mandare i loro figli nella scuola pubblica. Cui bisogna solo impedire di funzionare bene. Spendendo meno soldi per renderla davvero scuola di tutti e insegnando, soprattutto, meno cose astratte, di quelle che aiutano l’uomo a pensare. Poiché la società è un’impresa, secondo Berlusconi e Moratti, quello che deve essere insegnato è soprattutto l’impresa. Insieme all’inglese, semmai, ed all’informatica. Sempre istillando nell’anima dei ragazzi, però, l’idea per cui la misura del bello non va cercata sulla linea dell’estetica ma su quella dell’utilità e che la misura del giusto non va cercata sulla linea della solidarietà e dell’uguaglianza ma su quella della competitività e del successo. Come loro, splendidamente, insegnano ogni giorno.

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