L’angoscia degli innocenti I leader la possono vedere?- l’Unità 07.04.03

L’angoscia degli innocenti I leader la possono vedere?- l’Unità 07.04.03

Aprile 7, 2003 2001-2010 0

Caro Luigi,
esiste un’altra guerra, non cruenta, che non sopprime vite umane ma produce lacerazioni nelle menti di chi è distante.
È la guerra osservata e sofferta da chi non riesce a ritrovare quella condizione di equilibrio che, forse, non sapeva di avere prima che questo conflitto scoppiasse. La guerra raccontata dai media è fatta di parole strillate contro le coscienze, di finissime valutazioni tattiche, di opinioni che affogano nel mare delle necessità improrogabili di giustizia. Dietro questa guerra ci sono le immagini. Dietro ogni guerra di questo secolo, ci sono le fotografie che invadono la nostra memoria.
Di ogni guerra ricordiamo le immagini, non riusciamo a cancellarle dalla nostra mente insieme alle emozioni più forti. La nostra memoria salta attraverso le immagini di Robert Capa in terra di Spagna fino alla piccola vietnamita che lascia, fuggendo nuda e dal terrore, la sua casa incendiata dal napalm, passa attraverso gli ospedali di Kandaar ed arriva agli occhi densi di terrore di una piccola irachena.
I volti del terrore e della paura sono uguali, esiste una rappresentazione dell’umanità che ci stupisce nella sua uniformità che supera ogni differenza razziale ed espressiva; è quella della paura e dell’angoscia. Gli sguardi di quelle vittime ci travolgono dentro, con lo stesso fragore di rabbia che cerca di dominare chi vuole continuare a capire e a ragionare.
Le immagini che sento dentro di me di questa guerra e dalle quali non mi libererò perché già fanno parte della mia memoria, non sono quelle cariche di sfarzo tecnologico di aerei invisibili, ma quelle dei superstiti di un bombardamento che cercano le proprie e povere cose tra le macerie. Sono certa che conserverò il ricordo non dell’ostentata sicurezza dei sorrisi che scendono da un elicottero e raggiungono luoghi accoglienti e sorvegliati dove verrà deciso il destino di molti, ma continuerò a sentire dentro di me la ferita di quella linea continua di profughi in fuga, che taglia il deserto.
Voglio sapere tutto delle immagini degli altri. Voglio conoscere e confrontare queste fotografie della memoria, con quelle di chi è vicino e coinvolto in questa guerra. Confrontare queste diverse rappresentazioni della guerra mi aiuterebbe a capire, forse, tutte le emozioni e le angosce di chi la vive, la subisce, la esegue, la osserva come me.
Ti chiedo di aiutarmi a capire se questo mondo può riconoscersi nelle stesse angosce generate dalle stesse immagini, oppure se esiste uno sguardo che può incontrare negli occhi disperati di una piccola irachena, una ragione diversa da una richiesta di pace. Vorrei poter contrapporre quei volti e quella disperazione ad altri volti, quelli della certezza e delle necessità universali.
Vorrei capire quali immagini ci siano nella mente dei signori della guerra, conoscere cosa ne è stato della loro vita dopo avere deciso il primo raid aereo su una città.
I grandi e i potenti di questo pianeta che presiedono alle scelte più importanti e decisive, sino a quella di dichiarare la rovina o la salvezza di quegli sguardi innocenti, quali immagini hanno nella loro mente?
La loro vita può scorrere indifferente nella ritualità della propria quotidianità familiare pur assistendo ad immagini di così sconfinata ferocia?
Ombretta Lizzi

Vorrei partire, per rispondere a questa tua domanda, da Freud e dalle sue osservazioni sulla
psicologia delle grandi masse.
In situazioni drammatiche di vario genere, legate alle epidemie o alle guerre, ai disastri naturali o alle grandi paure millenaristiche, i grandi gruppi umani possono esibire dei comportamenti apparentemente ancora abbastanza organizzati ma animati, di fatto, da spinte del tutto irrazionali. Quando quello che si mette in moto è un comportamento di questo tipo, primitivo, irriflessivo e dominato dalle emozioni delle folle, scrive Kernberg, “il senso di immediata vicinanza o intimità fra un individuo e l’altro nelle folle deriva dalla proiezione dell’ideale dell’Io sul capo, e dall’identificazione con lui oltre che l’uno con l’altro. La proiezione dell’ideale dell’Io sul capo idealizzato elimina i freni morali individuali, oltre che le funzioni superiori di autocritica e responsabilità. Le reciproche identificazioni fra i membri della folla provocano un senso di unità e appartenenza che li protegge dal perdere il loro senso di identità ma è accompagnato da una grave riduzione del funzionamento dell’Io. Di conseguenza, bisogni primitivi normalmente inconsci prendono il sopravvento, e la folla agisce sotto il dominio di pulsioni e affetti, eccitamento e collera stimolati e diretti dal capo”.
Un progresso importante nella conoscenza sulle tipologie delle emozioni intorno a cui si coagulano i processi caratteristici di un gruppo che va incontro a questo tipo di processo regressivo è dovuto a Bion. Gli assunti affettivi di base da lui descritti nei piccoli gruppi si presentano, in forme disordinate e spesso esplosive, anche a livello delle folle. Determinando una oscillazione drammatica di bisogni legati alla dipendenza (il leader o un gruppo di leader vengono percepiti e vissuti come onnipotenti ed onniscienti; i membri del gruppo, i singoli individui, si sentono smarriti, impotenti, incapaci di prendere posizioni autonome) all’unione contro un nemico esterno (il capo deve dirigere la lotta contro i nemici e proteggere il gruppo da qualsiasi tipo di manovra interna: la psicosi del sabotaggio o del traditore) ed all’aspettativa messianica, infine, di una redenzione che salverà il gruppo da tutti i suoi conflitti, esterni o interni (il capo è, in questo caso, la guida illuminata). Fondamentale in tutte e tre le situazioni, l’idealizzazione del capo costituisce un meccanismo formidabile di difesa dall’ angoscia dei singoli e del gruppo e propone insidie forti per l’organizzazione di personalità del leader che si trova a dover controllare passaggi di questo tipo. Processi regressivi di tipo paranoide possono essere messi in moto, infatti, proprio da una pressione di questo tipo anche in persone che non avevano presentato, in precedenza, comportamenti e tratti del carattere collegati a questo tipo di funzionamento patologico.
Una osservazione importante da fare a questo punto, dal punto di vista metodologico, riguarda la prospettiva da cui questo tipo di patologia dei grandi gruppi umani può essere studiata. Nei casi in cui il grande gruppo ha dei limiti riconoscibili (nel caso dell’azienda, cioè, o della struttura amministrativa) l’idea di rivolgersi ad un consulente esterno può essere suggerita dal venir meno dei risultati o dalla presa di coscienza di un degradarsi progressivo della moralità dei comportamenti.
Quello che sarà possibile, in questi casi, sarà anche uno studio approfondito della personalità di un leader che funziona in modo patologico e la valutazione attenta del contributo dato a questo funzionamento patologico da quelle che sono le caratteristiche proprie della sua personalità. Nei casi in cui ci si occupa di masse e di un insieme non facilmente delimitabile di individui, la possibilità di proporre ad un esterno il
problema del funzionamento del gruppo, invece, non esiste. Proiettando sul leader e sulle persone che immediatamente lo circondano tutte le funzioni proprie del Super-Io, il gruppo chiede e affida a loro il compito di valutare il funzionamento e di indicare le linee che separano ciò che è lecito (morale) da ciò che non lo è. La difesa dalle critiche che potrebbero mettere in discussione la leadership diventa essenziale in queste condizioni e impedisce di per sé la formulazione di una richiesta di aiuto esterno. Sul piano metodologico, il giudizio psicopatologico e la valutazione dei funzionamenti diventano compito oggi del testimone (il giornalista), domani dello storico.
Fatta questa premessa, l’idea per cui Bush figlio e la sua struttura di personalità stiano dando oggi un contributo importante ad uno sviluppo pericoloso e sostanzialmente privo di senso di questa avventura di guerra può essere trattata sostanzialmente come un’ipotesi di lavoro. Suggerimenti in questa direzione vengono proprio dai giornalisti che parlano di delirio di onnipotenza o di fatti solo apparentemente minori. Il fatto che il Presidente degli Stati Uniti dedichi un’ora del suo tempo ogni mattina alla lettura della Bibbia, per esempio, fa veramente paura nel momento in cui il rischio più grande che si sta correndo in questa fase è quello di una guerra che si trasforma in una guerra di religione dove una delle parti in conflitto si richiama al Corano e l’altra alla Bibbia. Quando un uomo che crede nella Bibbia la legge da solo ed evita il confronto con gli uomini di quella che dovrebbe essere la sua Chiesa (i metodisti ricevuti di recente dal Papa e d’accordo con lui nel condannare il ricorso alla guerra) l’impressione che dà è quella di aver virato alla grande il capo che separa il mare protetto dello spirito religioso basato sull’umiltà della condivisione da quello assai più tempestoso della convinzione messianica. “Siamo solo in due, io e Dio che mi parla attraverso la Bibbia, a sapere ciò che è giusto”, potrebbe voler dire un comportamento di questo tipo. Segnalando la gravità di una solitudine in cui quello che manca a Bush è il riscontro spontaneo e privo di condizionamenti di persone liberi di dirgli in faccia quello che pensano e il carico di angoscia legata alla portata delle decisioni che sta prendendo (che sente da dentro violentemente, irresistibilmente, di dover prendere). Il mistero cui ci troviamo di fronte, cara Ombretta, è quello del modo in cui i processi psicopatologici del leader e quelli del grande gruppo possono esaltarsi reciprocamente uscendo lentamente fuori da ogni possibilità di controllo. L’equilibrio instabile in cui un sistema umano complesso (il popolo americano e l’insieme della sua dirigenza politica) è stato gettato da un evento
traumatico inatteso (l’attacco alle Torri Gemelle e al suo sentimento di sicurezza) corrisponde ad una situazione in cui, per un certo tempo, fattori incapaci di determinare effetti rilevanti in altre fasi, possono determinare effetti, invece, decisivi. Fra questi fattori, è importante sicuramente considerare i tratti di personalità, le tendenze naturali di quello che è il leader che guida quel popolo in quel momento.

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