Le differenze coltivate sui banchi di scuola- l’Unità 08.10.01

Le differenze coltivate sui banchi di scuola- l’Unità 08.10.01

Ottobre 8, 2001 2001-2010 0

Tra Oriente e Occidente, una petite diffèrence; l’Occidente teme la morte, l’Oriente no. E ciò perché l’Oriente crede nello spirito invisibile, l’Occidente nell’esperienza tangibile dei cinque sensi. Per l’Oriente la vita terrena è un fugace, per lo più spiacevole incidente (ripetibile per centinaia di milioni di induisti e buddhisti), intriso di sofferenza da cui si agogna di uscire al più presto; perl’Occidente cristiano, ebraico o
ateo, un’unica occasione che il denaro può rendere – almeno si spera (o ci si illude)- estremamente piacevole. L’Occidente si è dato eserciti e strumenti di morte altamente tecnologici e sofisticati, ma
temendo di perdere un solo soldato, fa le sue guerre dall’alto, uccidendo civili inermi più che gli eserciti straccioni, meno che mai gli inafferrabili nemici detti «terroristi», che operano e spariscono dentro il suo grande incontrollabile ventre multietnico. L’Occidente esorcizza la morte, rimuovendola dalla sua cultura, compresa quella religiosa, l’Oriente la sublima col suicidio omicida finalizzato alla destabilizzazione emotiva del nemico, reso indifeso malgrado gli ordigni nucleari o gli scudi stellari che possiede, e al trionfo che sarà premiato nell’Aldilà, su quello che ritiene (e dal suo punto di vista è indubbio che è) l’impero del male.
Privato dalla religione dominante della dimensione reincarnazionista, in cui credevano i primi padri
della chiesa, in cambio di un non allettante Purgatorio e di un noiosissimo Paradiso come prospettiva post mortem, nonché di sacri ideali che non siano le imperfette, spesso corrotte, tutto sommato oligarchiche democrazie che non entusiasmano nessuno (per le quali nessun giovane soldato ha voglia di morire), la paura della morte fa dell’opulento Occidente un gigante con i piedi d’argilla, delle cui
truculente ritorsioni i popoli diseredati, affamati e umiliati non hanno paura, dato che la morte appare loro più desiderabile della vita.
Forse un esame di coscienza è la cosa migliore che noi occidentali oggi possiamo fare.
Laura Bergagna

Mi è accaduto per caso, alcuni mesi fa, di entrare in una moschea del Cairo. La guida che ci accompagnava, un egiziano che aveva studiato a lungo in Italia, ha utilizzato l’occasione per spiegare i princìpi della religione islamica vissuta e praticata nel suo paese. Due cose mi hanno colpito in
particolare.
Il clima di una chiesa senza immagini e senza opere d’arte, prima di tutto. Paragonate alle nostre chiese, trasformate in Museo, dai tesori d’arte che le arricchiscono, le Moschee dei musulmani si presentano come un luogo di raccoglimento e di preghiera. La gente prega, effettivamente, con grande serietà e dignità. Senza chiedere grazie particolari ai Santi o alla Madonna. Senza mettere insieme il suo quotidiano e le grandi vicende dello Spirito. Un discorso sui doveri che i più fortunati hanno nei confronti dei poveri, in secondo luogo. Dare a chi non ha è un dovere, per i musulmani praticanti, non il frutto di una scelta.
Spetta, ai poveri, una percentuale ben definita dagli affari conclusi dai negozianti e, in genere, da chi si può permettere di guadagnare dei soldi. Il che significa, in pratica, che l’Islam non considera la carità come una virtù dei ricchi buoni ma come l’espressione obbligata di un vincolo di solidarietà: implicita fra
coloro che si professano fratelli davanti a Dio. Ho ripensato più volte a questi discorsi, com’è naturale, in questi giorni. Giorni in cui il mondo si interroga, inevitabilmente, sulle differenze fra Oriente e Occidente, fra religione islamica e religione cristiana, fra cultura dei paesi moderni e dei paesi arabi. Riflettendo in particolare su quell’idea di «superiorità» dell’Occidente platealmente esplicitata da un uomo modesto ma furbo come Berlusconi e dai poveri idioti di una Lega che manifestava, solo un anno fa, contro la edificazione di una moschea nella Padania oppressa dai romani del centro-sinistra. Quello che viene accarezzato da persone assai meno sciocche di quel che sembra, infatti, è un sentimento diffuso fra la gente, uno stato d’animo che appartiene a molti, costruito pazientemente sui banchi delle scuole, soprattutto quelle private religiose, dove si insegnano ancora ai bambini la bontà eroica dei re cristiani e la ferocia disumana dei sultani arabi. Dove accuratamente si evita di far riferimento alle ragioni politiche ed economiche delle Crociate e delle guerre, in genere, che hanno insanguinato il mondo nel corso dell’ultimo millennio. Dove nulla si insegna, insomma, dell’Islam di cui si parla. Il problema, serio, è quello
di un sentire comune della gente sui valori dell’uomo, profondamente influenzato da tutte le Chiese cristiane, di cui l’idea di una superiorità religiosa e morale dell’Occidente è il frutto naturale. La facilità con cui questo tipo di idee si è collegato all’avanzamento delle tecnologie, la violenza con cui i moderni strumenti di comunicazione di massa sono entrati, portando questa presunzione di superiorità, all’interno di culture, come quella islamica, assai più legate alle loro tradizioni, sono stati probabilmente fattori decisivi nello sviluppo del conflitto cui stiamo assistendo. Perché è sicuramente vero, a mio avviso, che
l’idea degli attentatori suicidi poco si lega a quelle di chi pensa alla fame dei bambini africani e allo sfruttamento dei paesi del terzo mondo. L’idea cui queste persone hanno avuto comunque il coraggio di sacrificare la loro vita è ben collegata, purtroppo, all’arroganza naturale del più forte su temi che attendono ai valori della vita e dell’uomo e al diritto da parte dei più deboli, di praticare e di difendereuna convinzione religiosa: proteggendo se stesso e la sua comunità dall’influenza di altre culture.
Un esame di coscienza, scrive la nostra lettrice, è la cosa migliore che noi occidentali possiamo fare oggi. Io credo che abbia ragione. Proponendoci di ragionare sul modo in cui considerare in termini di bene e di male quello che sta accadendo oggi nel mondo porta a sottovalutare, a non vedere, le ragioni profonde del conflitto in cui siamo comunque coinvolti: portando il mondo in una condizione cronica e drammatica di instabilità. Anche se Bossi e Berlusconi dovessero trarre qualche vantaggio morale o elettorale dai loro stupidi atteggiamenti come forse accadrà perché questo è, forse, il vero problema

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