Le incredibilmente inutili «pillole della felicità»- l’Unità 08.03.04

Le incredibilmente inutili «pillole della felicità»- l’Unità 08.03.04

Marzo 8, 2004 2001-2010 0

Caro Luigi,
sfogliando questa mattina uno di quei quotidiani di larga diffusione, che gratuitamente vengono offerti alle stazioni metro, vengo attratto da una pagina (la terza, quella che una volta era la pagina culturale dei grandi giornali) riempita per metà da gigantesche pillole di Prozac.
La foto è sistemata sotto un titolo allucinante: “Un italiano su cinque soffre di depressione. Diagnosi difficili, più colpiti donne e giovani”. Altri due titoli dello stesso tenore affiancano il “pillolone” del Prozac: “E nei bambini i primi sintomi si avvertono sotto i dieci anni”, “Tra gli adolescenti dilaga la sindrome dell’abbuffata”.
Il contenuto degli articoli è sconvolgente, per via delle affermazioni “scientifiche” che vi vengono riportate e che il cronista dice di aver ascoltato al nono congresso della Società italiana di psicoterapia che si sta svolgendo a Roma.
Ti chiedo di fare un po’ di sana e robusta “controinformazione”.
Grazie.
Francesco

La pagina di cui mi hai inviato copia è veramente impressionante. Verrebbe da pensare che sia stata commissionata direttamente dall’industria farmaceutica che produce il Prozac, la cosiddetta pillola della
felicità. Ci si rende poi conto, tuttavia, del fatto che il giornale (City Roma di mercoledì 25 febbraio 2004) altro non ha fatto che stampare delle agenzie sotto cui c’è la firma prestigiosa dell’ Ansa e il problema che sorge a questo punto è per me il seguente: com’è possibile che dei professionisti che lavorano in nome e per conto della più importante delle agenzie giornalistiche italiane lavorino così male? Com’è possibile che prendano per oro colato affermazioni senza riscontro del tipo di quelle che vengono fornite in un congresso i cui costi sono con ogni probabilità tutti a carico delle industrie farmaceutiche che producono un insieme ormai incredibilmente variegato e incredibilmente inutile di “pillole della felicità”?
Tu mi inviti a fare “controinformazione” ed io tenterò di farlo. Dicendo prima di tutto ai sedicenti scienziati ed ai giornalisti che riportano le loro affermazioni che nessun manuale di clinica psichiatrica e
tanto meno il famoso e continuamente citato DSM IV (il manuale diagnostico predisposto a cura dell’associazione degli psichiatri americani tradotto e usato correntemente ormai in tutto il mondo) parla di una malattia chiamata depressione. La depressione malattia è infatti un’invenzione pubblicitaria che non ha niente a che fare con la ricerca scientifica nell’ambito dellapsichiatria e della psicopatologia.
Quelli che esistono sono gli stati depressivi, maggiori o minori che si determinano in rapporto a situazioni
molto diverse fra loro e che da queste situazioni prendono naturalmente il nome. Uno stato depressivo determinato da un lutto (che insorge, cioè, in coincidenza temporale suggestiva con un lutto) prenderà dunque il nome di “depressione reattiva” o di “reazione depressiva” per tutti quei professionisti della salute mentale che si daranno il tempo necessario per ascoltare la storia del loro paziente e verrà diagnosticato e curato come malattia depressiva solo da quei non – professionisti della salute mentale che non si daranno questo tempo e faranno diagnosi e terapie senza aver ascoltato il loro paziente. C’è ricerca su questo punto? Io direi proprio di sì, ci sono ricerche documentate e pubblicate ormai da anni che dimostrano il modo in cui delle diagnosi non accurate di stato depressivo o di depressione malattia si trasformano in diagnosi di depressione reattiva, da curare con strumenti di ordine soltanto psicologico, in percentuali vicine all’80% dei casi quando i ricercatori si mettono ad ascoltare pazienti che gli psichiatri non hanno avuto la voglia o il tempo di ascoltare. I cronisti dell’Ansa e i giornalisti che si rivolgono direttamente al grande pubblico, tuttavia, non sono al corrente di queste ricerche e non hanno molto tempo neanche loro, evidentemente, per andarle a cercare. C’era una volta, caro Francesco, il giornalista curioso, attento, colto che dedicava molta attenzione al compito di informare correttamente i suoi lettori. Adesso, evidentemente, il tempo è poco per tutti: psichiatri e giornalisti.
La diffusione di notizie “false e tendenziose” si fa ancora più pericolosa, tuttavia, quando insidiosamente psichiatri, agenzie e giornali cominciano ad insinuare nel grande pubblico l’idea per cui “nei bambini i primi sintomi siavvertono sotto i dieci anni”. I primi sintomi di che? Che i bambini siano a volte depressi anche prima dei dieci anni è purtroppo vero abbastanza spesso perché la vita può essere dura con tutti, anche con i bambini al di sotto dei dieci anni e perché è del tutto naturale che quando subisce un trauma un bambino diventi triste e sia giudicato depresso da chi non è capace di aiutarlo a parlare. Nella mia esperienza di lavoro ho visto bambini “gravemente depressi”, inutilmente trattati con le “pillole della felicità” presso servizi prestigiosi e che hanno cominciato a star meglio solo nel momento in cui hanno incontrato persone capaci di ascoltare quello che era successo: bambini che si portavano dentro la ferita di un abuso sessuale o di un maltrattamento subito in famiglia o di cui non avevano avuto il coraggio di parlare in famiglia ma che non avevano la forza (o l’occasione) di dare parole al loro dolore. Più in generale, lavorando in un centro di terapia familiare, ho incontrato un numero davvero enorme di bambini di cui qualcuno aveva detto che erano malati di depressione e che “guarivano”, invece, dopo una o due sedute di terapia familiare: non perché nei centri di terapia familiare agisca normalmente un qualche Padre Pio, ovviamente, ma semplicemente perché la seduta di terapia familiare è sufficiente, se ben condotta, a permettere loro di esprimersi, di dire cose che in precedenza non erano riusciti a dire. Questa è in fondo davvero la depressione, infatti, un ingorgo di emozioni, di sentimenti, di paure che non trova spazio per essere comunicato agli altri ed io forte di queste esperienze mi sono sentito davvero indignato di fronte all’affermazione, firmata anch’essa dall’Ansa per cui la diagnosi di depressione in un bambino “è vissuta con un forte senso di colpa da parte dei genitori” cui si suggerisce non tanto sottilmente di affidarlo ad un medico che gli prescrive dei farmaci ed a cui si dovrebbe suggerire invece, molto più prudentemente, di fare una passeggiata e di chiacchierare un po’ con un figlio che ha bisogno di loro.
C’è un bel film dedicato al mobbing che gira in questo periodo nelle sale cinematografiche. Si chiama “Mi Piace Lavorare”, è firmato da Francesca Comencini e interpretato da Nicoletta Braschi. Lo sviluppo di una vera depressione nell’anima di un’impiegata costretta con la violenza sottile del mobbing ad abbandonare un lavoro indispensabile per lei e per la sua famiglia è descritta con grande vivacità e
ricchezza di particolari. Immaginiamo adesso che qualcuno, avendo letto i resoconti del congresso di psicopatologia, consigliasse a questa donna “depressa” di andare da uno psichiatra che le darà dei farmaci antidepressivi: è spaventosamente probabile che la sua depressione si aggraverà di fronte ad una persona che la tratta come una “malata mentale”. Nel film, per fortuna, la Braschi si rivolge ad uno sportello della Cgil e “guarisce” perché qualcuno le dice come ci si oppone ad un sopruso.
Qualcuno mi ha detto recentemente che questo modo di parlare dei farmaci antidepressivi è un modo di negare il progresso della ricerca. Anche con gli antibiotici, mi è stato detto, l’industria farmaceutica si è arricchita ma questo non vuol dire che gli antibiotici non servano. Il problema tuttavia è che, dopo la scoperta degli antibiotici, c’è stata una diminuzione critica della morbosità e della mortalità per malattie infettive. A quarant’anni ormai dalla introduzione in terapia dei farmaci antidepressivi, invece, la percentuale delle depressioni e la loro tendenza a cronicizzarsi si presenta in continuo aumento. Come dicono gli stessi protagonisti del congresso di psicopatologia dedicato alla promozione delle “pillole della felicità” e come dicono, trascinati nella contraddizione da un entusiasmo non facile da giustificare, anche i cronisti dell’Ansa e i giornali che riprendono testualmente i loro comunicati.

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