Le ingiuste gerarchie tra ricchi e comuni mortali- l’Unità 14.07.03

Le ingiuste gerarchie tra ricchi e comuni mortali- l’Unità 14.07.03

Luglio 14, 2003 2001-2010 0

Caro Cancrini,
qualche giorno fa è apparsa, nelle pagine di economia, una delle tante notizie sulla Telecom di Tronchetti Provera. Questa volta si trattava della denuncia dell’antitrust sui prezzi «predatori» applicati dalla compagnia. Mi veniva così alla mente un altro titolo, di qualche settimana fa, che mi aveva colpito, che riportava un’affermazione di Tronchetti Provera sul caso Olivetti: «È solo speculazione».
I pensieri hanno cominciato ad incrociarsi e a collegarsi in una sorta di «gioco ad incastro»: predatori, speculatori, Tronchetti Provera.
Non è di economia che voglio parlare, ma di diritti negati. Ovviamente. E non si tratta nemmeno di un attacco personale a Tronchetti Provera: sarà senz’altro il finanziere (o «capitano d’industria», come lo ha definito un suo dipendente) più bravo e onesto del mondo. Ci sono tante persone che hanno «sposato» un impero industriale e lo hanno trasformato in un colosso della finanza. Però, visti i risultati del nostro «occidente capitalista», non sarebbe male che i finanzieri d’assalto (che sono molto diversi dagli imprenditori e dai «capitani d’industria») rileggessero Adam Smith e studiassero i testi del premio Nobel
1998 per l’economia Amartya Sen.
La differenza sostanziale tra imprenditori e finanzieri è che i primi (gli imprenditori veri) creano sviluppo (innovazione, tecnologia, lavoro, acculturamento – vogliamo ricordare Adriano Olivetti? -) di cui beneficiano tutti, mentre i secondi producono ricchezza (denaro) a beneficio di pochi.
Ma torniamo al rapporto tra Tronchetti Provera (in questo caso, in quanto Pirelli) e il diritto negato. Il «diritto negato» è quello di poter chiudere la propria esistenza nella casa dove si è svolta tutta la propria vita, tra ricordi e sensazioni vive che mantengono in vita.
Non c’è zona di Milano che presenti grandi cartelli verdi con la scritta «affittasi uffici e appartamenti», «vendesi uffici e appartamenti», «a
ffittasi intero stabile ad uso ufficio» con la grande firma: Pirelli & C. Real Estate.
Cosa c’è dietro quei grandi cartelli verdi che, come una ragnatela, coprono Milano da nord a sud, da est a ovest?

  1. l’acquisizione da parte della Pirelli di una buona partedel patrimonio immobiliare di Società di Assicurazione (Ina, Ras ad esempio). Acquisizione avvenuta non senza qualche interrogativo, anche da parte della stampa estera, e che ha sostanzialmente e radicalmente modificato il mercato della locazione. Le quote da destinare alla locazione, dei grandi patrimoni immobiliari, di enti pubblici e privati, avevano funzionato (a volte con discriminazioni notevoli) come una sorte di «calmiere» del mercato, di bilanciamento. Oggi l’irruzione della Pirelli, nella vendita e nella locazione, produce, invece, un’impennata in un mercato già malato di «bulimia».
  2. decine e decine di sfratti per finita locazione che vanno a aumentare a dismisura lo shock abitativo già presente in una città come Milano. Da una parte, nei casi in cui Pirelli ha proceduto con le vendite frazionate, non tutti gli inquilini hanno potuto valersi del diritto di prelazione, non essendo in grado di affrontare l’acquisto dell’appartamento. Dall’altra parte, in alcune situazioni – immobili
    che l’Azienda non intende vendere – il rinnovo del contratto, è stato superato con la vendita dell’intero immobile ad altra Società (sempre appartenente alla Pirelli) e la destinazione (fittizia) ad uso ufficio. La motivazione è che il rinnovo di un contratto a inquilini che conducono l’appartamento da 20/30 anni, non conviene: meglio dare lo sfratto e stipulare vertiginosi nuovi contratti con nuovi
    soggetti!
  3. persone. Dietro i cartelli della Pirelli & C. Real Estate, ci sono persone. Persone come la Signora G. ha 82 anni. È una bellissima signora, molto in gamba, con il suo «tran-tran» (come dice lei) che vive nella sua casa quasi da 40 anni, e nella stessa strada da subito dopo la guerra. Tutta la sua vita: il marito che non c’è più, le foto, i ricordi. Oppure il signor D. 84 anni, che quando ha ricevuto la lettera di disdetta del contratto per finita locazione, ha avuto la febbre a 38˚. Certo, la finanziaria manterrà il blocco degli sfratti per alcune categorie protette: e avere oltre ottant’anni li fa rientrare in una categoria protetta. Ma la loro vita non è più la stessa. La casa-rifugio è diventata una «non-casa»: sono persone semplici, corrette (da 6 anni la signora G. non fa più i suoi 15 giorni in Liguria nel mese di agosto: non può più permetterselo da quando l’affitto è stato aumentato: è la prima a correre in banca quando arriva l’affitto, da quando la conosco e sono 22 anni).

Di ritorno da un viaggio di lavoro, lo scorso inverno, raccontavo ad un collega inglese, della signora G. e del suo dramma. Parlando, capitammo proprio, davanti (caso vuole) ad un grande manifesto pubblicitario della Pirelli: l’immagine delle Piramidi d’Egitto e una scritta (non ricordo bene) che diceva qualcosa circa il «valore del tempo». Commentammo il cattivo gusto di quella immagine riferita ad una Società immobiliare: ma forse i creativi non sapevano che le Piramidi erano delle tombe, delle tombe per ricchi e potenti, dei mausolei, ma sempre tombe! Così il mio amico suggerì: se vogliono farsi pubblicità come immobiliare, dovrebbero prendere la foto della signora G sorridente con la scritta «da quarant’anni è una nostra inquilina». Sì una bella idea, ma è un’idea che ha a che vedere con la creazione di sviluppo e non con la mera produzione di ricchezza, con la speculazione, con un atteggiamento «predatorio». Cosa ne pensa?
Rosanna Celestino

Vorrei ringraziarti, prima di tutto, per la tua bella lettera. La signora G. e il diritto che le viene negato di trascorrere in pace, nella sua casa, gli ultimi anni della sua vita propongono un contrasto che i lettori si porteranno nel cuore con il mondo dell’alta finanza e del nuovo capitalismo che decide del suo destino: al
modo in cui lo facevano in altri tempi i re e gli imperatori. Difficile, sarà, in particolare, non associare l’immagine del Tronchetti Provera che assiste alle partite della sua Inter, che prende il sole seminudo con a fianco la sua ultima (top) conquista sulle spiagge della Costa Smeralda o che sorseggia un drink sul ponte del suo yacht, con quella delle persone, come la signora G., che finanziano, con il sacrificio cui sono costrette, i privilegi di cui lui gode.
Viviamo un tempo in cui l’esistenza di un gruppo ristretto di persone ricchissime cui tutto è permesso e che trasmettono ai figli quel loro privilegio (come accadeva un tempo agli Dei scesi in terra dall’Olimpo), è diventata naturale. Straripa dalle pagine dei settimanali e dalle rubriche televisive in cui si fa soprattutto gossip invadendo l’immaginario collettivo delle casalinghe, dei ragazzini, degli uomini costretti ad un destino umile e degli anziani. Proponendo ai più semplici l’idea che sia un loro privilegio quello di spiare
la vita dei nuovi idoli. Proponendo come giusto e perfino rassicurante, per questa via, l’idea del paese ricco in cui abbiamo comunque la fortuna di convivere con loro.
Lo storico Eric Hobsbawm parla, in un libro intervista dedicato agli anni 2000, degli scenari che si aprono intorno a questo nuovo tipo di separazione fra caste. Quella verso cui si va, a suo ed a mio avviso, è una società politica caratterizzata dal tentativo, progressivamente più obbligato e più forte, che i miliardari faranno di «comprare» la politica, piegandola ai loro interessi (prima) e programmandola su questi (dopo). Il caso Berlusconi altro non sarebbe, secondo Hobsbawm, che l’esempio più clamoroso e più sfacciato di un processo che si sta sviluppando un po’ dappertutto.
La cui difficoltà è ben sintetizzata, mi pare, proprio dalla tua lettera.
Il problema dei ricchi, cara Rosanna, sta infatti oggi proprio nel riuscire ad esercitare un dominio o una pressione sufficiente sui media da rendere

  1. inesistente per l’opinione pubblica il caso della signora G.;
  2. simpatica e gradevole l’immagine del Tronchetti Provera di turno;
  3. impossibile da evocare e , quindi, da «pensare» il nesso che lega il diritto negato dell’una al privilegio inaccettabile dell’altro.

Il cerchio si chiude, però, solo nel momento in cui gruppi di avvocati rapaci e capaci difendono i
nuovi semidei dall’intervento dei giudici. Che vanno asserviti anch’essi, dunque, al potere politico. La fine della democrazia corrisponderebbe, in questa prospettiva, alla unificazione, nelle mani dei nuovi semidei (del gruppo di persone eccezionalmente potenti che arrivano a governare tutti e dei loro cortigiani) di tutte le forme del potere: quello legislativo (le leggi ad hoc), quello giudiziario, quello di governo e quello
dell’informazione.
Una storia esemplare di quello che ci aspetta tutti se non saremo molto attenti è quella del processo in cui si discuteva della censura operata da una grande catena televisiva su un reportage con cui due giornalisti avevano documentato, su richiesta della stessa catena, la pericolosità per i consumatori (soprattutto bambini) di un latte prodotto in quantità enorme da vacche trattate con un ormone della crescita. Licenziati in tronco perché non avevano edulcorato il loro rapporto nel momento in cui i produttori del latte e i produttori dell’ormone avevano minacciato di adire le vie legali e di ritirare le loro
commesse pubblicitarie, i giornalisti avevano fatto appello alla magistratura e vinto (parzialmente) in primo grado. Senza entrare nel merito del rischio di tumore corso da chi si nutriva con questo latte o con i suoi derivati, la Corte d’Appello della Florida (dove i giudici sono di nomina soprattutto politica) ha stabilito testualmente invece che «non esiste alcuna legge che obbliga una televisione a dire la verità». I giornalisti che avevano preteso di farla dire erano stati licenziati, dunque, giustamente. Dovevano pagare le spese del processo e rinunciare alla emissione del loro reportage.
La sentenza, datata 2003, la dice lunga, mi pare, sul perché dell’accanimento con cui un governo guidato da un miliardario attacca la magistratura arrivando a proporre che essa dipenda, sempre di più, dal potere politico. Essere padroni dei media potrebbe non bastare, infatti, se la magistratura restasse libera e il cerchio va chiuso, comunque, se quello cui si vuole tornare è un esercizio pieno del potere da parte di quelli (pochi) che nascono o arrivano dalla parte giusta. Ristabilendo opportune gerarchie fra semidei immortalati dal gossip (che hanno tutti i diritti) e gente comune (che ne ha molti di meno). Come la tua lettera dimostra in modo che non potrebbe essere più chiaro.

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