Morire di traffico follie del nostro tempo- l’Unità 16.06.03

Morire di traffico follie del nostro tempo- l’Unità 16.06.03

Giugno 16, 2003 2001-2010 0

Caro Cancrini,
viviamo tempi in cui è sempre più difficile vivere nelle città «oppresse» dallo smog e dal traffico caotico causato dalla motorizzazione privata. I cittadini, i pedoni, i bambini e i disabili sono le vittime predestinate di una cultura «consumistica» che invade tutto, a partire dai marciapiedi delle città. Tutte le città grandi e piccole del nostro Paese sono in «non sicurezza ambientale». In particolare, in molte città italiane, si riscontra un tasso di incidentalità tra i più alti d’Europa: su 100 incidenti stradali, ben 75 si verificano in aree urbane. Ne deriva che sulle strade, le vie e le piazze delle città si conta oltre il 41% di tutte le vittime ed il 70% di tutti i feriti. Inoltre il fenomeno della pirateria si diffonde a macchia d’olio.
L’incidentalità stradale esercita un impatto devastante sulla salute della società italiana. Tanta aria viene rubata dal traffico ed avanzano inquinamento e smog. Gravi sono le responsabilità delle Istituzioni o i danni provocati dall’anidride solforosa, dall’ossido di carbonio, dagli ossidi di azoto, dal benzene, dagli idrocarburi policiclici aromatici, dalle polveri, dall’ozono e dai radicali perossialchilici prodotti dal traffico veicolare formano delle miscele tossiche che aggrediscono le vie aeree, diffondendosi nel muco, nel liquido alveolare, e, da qui, nel sangue e nei tessuti, con tutte le conseguenze prevedibili.
Si tratta di passare dalla città ostile a quella umana. Ecco allora che ai «divieti negati» bisogna optare per i
«diritti garantiti», salvaguardando la civiltà delle persone umane, per salvare le città, i monumenti e l’ambiente. Chiedere chiarezza di comportamento a tutti ed alle Istituzioni con atti concreti è il minimo che si possa fare.
Sergio Tremul, presidente
Coped-CamminaTrieste

Una delle sortite più interessanti dei pazienti rinchiusi nell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia avvenne ai lati di una strada di grande traffico che passava accanto alle mura dell’ospedale. «Chi sono i matti?» – chiedevano i pazienti di Franco Basaglia – «noi o voi?»: esponendo cartelli, appunto, su cui venivano riportati i dati di allora sulle morti da traffico.
Allora come oggi e, forse, meno di oggi, di traffico si moriva, infatti, in modo incredibilmente facile. Incredibilmente e stupidamente facile. Segnalando quella che è una contraddizione fra le più profonde della società in cui viviamo. Una contraddizione che la attraversa tutta, senza distinzione di livelli socio-economici o di posizione politica.
Vorrei scegliere, per parlarne, uno dei simboli più popolari del nostro tempo, quello legato al mito della Ferrari. Un mito capace di suscitare entusiasmi fra giovani e anziani, adolescenti e uomini o donne più o meno maturi, gente di destra e gente di sinistra. Tutti incollati alla tv o avvolti nelle bandiere rosse di Maranello per tifare Schumi o Barrichello, per esaltare Todt, i tecnici e la genialità degli italiani (o degli emiliani o dei modenesi) che esportano auto leggendarie in tutto il mondo. All’interno di un «come se» che, guardato con un po’ di attenzione, apre interrogativi non da poco sul senso del gioco in cui tutti siamo coinvolti. Si rifletta, per rendersene conto, sulla polemica che ha attraversato, negli ultimi anni il mondo della Formula 1 (un nome che è tutto un programma) sul tema del fumo e della propaganda
al fumo. Impedire la sponsorizzazione delle auto e delle corse alle multinazionali del tabacco è stato probabilmente giusto. Se la velocità produce più morti del fumo, tuttavia, e se l’inquinamento da auto fa danni comunque paragonabili a quelli del fumo, qual è il senso complessivo dell’operazione? Aver voglia di correre e di fare sorpassi pericolosi è quasi inevitabile dopo aver assistito a una corsa di auto. L’illusione di poter comunque dominare la potenza del mezzo è naturalmente contagiosa per chi si entusiasma guardando. Il collegamento che sorge spontaneo fra il bisogno (il sogno) di essere felici e la
possibilità (capacità) di correre su una grande automobile rossa (o sulla piccola automobile che è a disposizione di chi non se la può permettere) ha sicuramente la sua importanza nel determinarsi di tanti (troppi) incidenti. In auto, in moto e in motorino. Montando mezzi, cioè, che sembrano aver perso (che perdono ogni giorno di più) la loro funzione di strumenti destinati a un fine (il trasporto e/o gli spostamenti) trasformandosi in oggetti pregiati, in status symbols degli uomini, e sempre più, delle donne (le gemelle proposte dalla pubblicità di una nuova macchina, la manager che sente rombare il motore dell’auto accelerata dall’altra, la top-qualche cosa che la guida) o, in modo forse ancora più appropriato, in feticci. Di cui si garantisce, accattivando i compratori, la sicurezza. Di cui si nasconde sempre, ipocritamente, la pericolosità. Dobbiamo fare i conti tutti, credo, con le ragioni di questa contraddizione fra la violenza dell’impatto promozionale e il danno sociale che esso alla fine produce. In quanto educatori perché è sempre più difficile immaginare che le cose dette a casa e a scuola siano sufficienti ad arginare la forza di un messaggio che non condividiamo. In quanto politici e politici di sinistra perché è sempre più difficile esprimersi in modo coerente su quella che è una tendenza in atto del mercato globale (la produzione di merci sempre più sofisticate, costose e pericolose, da verificare e cambiare sempre più in fretta) senza tener conto del fatto per cui contestarla significa mettersi contro gli interessi immediati di intere categorie di lavoratori (e dei sindacati che, giustamente, li difendono). Possiamo ironizzare quanto vogliamo sulle teorie economiche in auge ai tempi del Duce ma nei fatti, oggi, l’idea della corporazione intesa come un’alleanza, settore per settore, di padroni (managers) e
operai (tecnici) è una realtà con cui dobbiamo fare i conti. Sapendo che i rischi collegati a una
estensione indiscriminata dei consumi (di alcool e di macchine o di alcool più macchine come così spesso accade) vengono corsi «insieme» da chi lucra sui profitti e da chi deve difendere il suo posto di lavoro. Che gli studi dell’Organizzazione mondiale della sanità ci dicano che gli incidenti d’auto e d’alcool sono diventati le cause più comuni di morte per i giovani europei, per esempio, non determinerà nessun tipo
di ripensamento di cambiamento perché nessuno qui da noi ha oggi coraggio o interesse a combattere sul serio una battaglia di questo tipo. Dicendo con chiarezza che la battaglia contro il fumo è stata condotta contro un interesse pubblico (il monopolio di Stato) e che assai più difficile sarebbe stato condurla se l’avversario avesse avuto dalla sua parte interessi particolari e avvocati capaci.
Quello cui dovremmo iniziare a pensare in queste condizioni, credo, è un modo di fare politica capace di porsi come obiettivo, su tempi ragionevoli, un cambiamento profondo di quelle che sono le regole implicite del nostro vivere insieme. L’idea per cui la libertà della concorrenza, la diffusione dei consumi e la capacità di tenere lo Stato fuori dal mondo della produzione sono espressione diretta e fondamentale dei livelli di democrazia, per esempio, come proposto dai neoconservatori americani o dai berlusconiani rampanti del nostro paese è un’idea che andrebbe combattuta con meno timidezza dalle forze politiche che si richiamano alla sinistra. Dire che un paese va bene o va male ragionando solo in termini di tendenze dell’economia, è comprensibile se colui che parla è un economista ma non è accettabile se quello che parla è un politico che dovrebbe interessarsi anche o soprattutto del livello di soddisfazione
e di riconoscimento di quelli che sono comunque diritti di base della persona. Di tutte le persone. Ragionando sui morti per alcool (la cui produzione è legale e cementa interessi legali) altre che su quelli per droga (che sono, per fortuna, molti di meno di quelli dovuti all’alcool ma che hanno interesse, per guadagnare di più, a restare illegali) e ragionando un po’, seriamente, sul traffico e sui danni che ad esso si collegano. Dall’interno di riti, comunque utili, che ne prevedono la sospensione periodica come accade ormai da tempo in tante città. Ma dall’interno, anche, di un progetto di società capace di guardare con serenità e senza ipocrisie anche al gioco complesso di follie che si sono coagulate, nel tempo, intorno al mito della Ferrari.
I matti di Basaglia avevano ragione, caro Sergio. La follia del nostro tempo si esprime, ancora oggi, in un comportamento diffuso della maggioranza più che negli exploit particolari dei più deboli. Parlare con le voci è assai meno pericoloso, per gli altri e per se stessi, che superare i limiti di velocità e il paziente che crede di essere Napoleone (a proposito: come mai nessuno psichiatra ha segnalato mai il caso di un paziente che abbia pensato di essere Berlusconi? il mito non è ancora abbastanza solido e forte? qualcosa va corretto nel grande nuvolone promozionale che circonda l’uomo che «ci ha salvato dal comunismo»?) è più innocuo del ragazzotto che attraversa senza rallentare i centri abitati con la grazia leggera del raid israeliano.
Per scrivere di tutte queste cose mi dico spesso, ci vorrebbe forse un altro Marx. Quelle cui ci troviamo di fronte sono ancora, infatti, contraddizioni e problemi del capitalismo. Sempre più evoluto, sempre più conservatore, sempre più capace di attirare nella sua orbita gente che ha difficoltà a sviluppare un pensiero proprio.

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