Non solo farmaci per gli anziani depressi- l’Unità 06.08.01

Non solo farmaci per gli anziani depressi- l’Unità 06.08.01

Agosto 6, 2001 2001-2010 0

Caro Luigi Cancrini,
mi puoi confermare che l’età di una paziente è determinante nel decidere se sottoporla o no ad un ciclo di psicoterapia breve comportamentale cognitiva? Mia moglie ammalata da 26 anni di depressione (distimia più depressione maggiore), due anni fa, all’età di 72 anni, è stata accettata presso un istituto di Milano, e sottoposta ad un ciclo di 38 colloqui, senza risultato. Ad una mia richiesta di chiarimenti mi è stato risposto che, certo, a quell’età, non si può pretendere troppo, che i colloqui, più che una cura, potevano servire per conforto, aiuto psicologico, niente più. Ciò non mi fu accennato all’inizio della cura, che mi costò 3.800.000 lire. Un anno fa, richiesi uguale trattamento ad uno psichiatra, che non fece obiezioni per l’età. Sfortunatamente la cura durò poche sedute per insoddisfazione della paziente e mia, in merito al comportamento del curante. Quindici giorni fa, mi misi in contatto telefonico con un altro psichiatra, esperto di psicoterapia breve, che però escluse in partenza, al solo sentire l’età, che la cura potesse essere efficace. Dopo 26 anni di psicofarmaci senza aver ottenuto un risultato, cosa devo fare?
Lettera firmata

Storie del tipo di quelle proposte in questa lettera sono purtroppo estremamente comuni.
Propongono un problema cruciale per la medicina e per la psichiatria dei nostri tempi. Vengono affrontate spesso, o abitualmente, con una spaventosa supercialità da parte di professionisti, che sono insieme presuntuosi ed incapaci. Con danni spesso, o abitualmente, molto gravi per chi in esse si trova coinvolto.
Occorre partire, per rendersene conto fino in fondo, dalla denuncia di un errore teorico di base in tema di depressione.
La sindrome depressiva infatti, non è una malattia ma un insieme di situazioni che possono (devono, o meglio, dovrebbero) essere collegati ad una serie di altri dati (o sintomi) da parte di professionisti interessati a porre davvero una diagnosi: più o meno come accade nel caso della febbre che è un sintomo comune di tante diverse malattie. Ve lo immaginate un medico che, dopo aver visitato un paziente vi guarda e dice: «Ha la febbre!», senza aggiungere nulla sul perché sul per come di questa febbre, definendo, sulla base di questo solo dato, il suo progetto di terapia? Ebbene, si comporta in modo molto simile, oggi, lo psichiatra, che diagnostica una depressione, maggiore o minore, limitando la sua osservazione al sintomo ed utilizzando dunque solo il primo dei cinque criteri (gli assi del Dsm IV) la cui esplorazione, attenta e circostanziata sarebbe necessaria per esprimere una diagnosi seria ed un progetto serio di terapia, in pratica, su che tipo di storia e di organizzazione della personalità la sindrome depressiva si è innestata, se vi sono situazioni o fatti di ordine medico o di altro ordine su cui si può
contare per aiutare la persona che manifesta in quel modo la sua difficoltà.
Sembra forse impossibile al profano ma la tendenza in voga oggi, sotto la pressione forte dell’industria farmaceutica, è quella di considerare e curare in modo analogo, prescrivendo le stesse sostanze, la sindrome depressiva di colui che presenta difficoltà serie e ripetute ad affrontare i normali scontri della vita e quella di colui che si confronta con un lutto o con la malattia incurabile. Rinunciando in tal modo, lo psichiatra, ad ogni possibilità di dare senso a ciò che gli viene proposto e prescrivendo farmaci, come in questo caso, per 26 o 30 anni: nell’attesa sempre di un miracolo della chimica ma comportandosi nei fatti, come un medico che dà aspirina e basta a tutti i suoi malati con febbre: di influenza o da tumore, da tifo o da tubercolosi.
Ignorando, nei fatti, quanto sia più utile spesso decisivo, per un grande numero di questi pazienti, un lavoro psicoterapeutico centrato sull’ascolto dei fatti che hanno portato allo sviluppo della sindrome depressiva, sulla ricostruzione e sulla elaborazione delle ferite, lontane e/o recenti, cui essa più o meno apertamente allude e dà accesso.
Che il lavoro psicoterapeutico non sia portato avanti, in molti casi, ad professionisti sufficientemente competenti, d’altra parte, è ugualmente evidente.
Il problema è, qui, quello di una attività professionale regolamentata da poco cui molti hanno avuto accesso per sanatorie più o meno giustificate, che molti (troppi) continuano ad esercitare senza rete, in condizioni estremamente rischiose per loro e per i loro pazienti.
Mi spiego meglio: è un principio fondamentale del lavoro psicoterapeutico quello per cui lo strumento fondamentale di cui si dispone, la propria persona, è soggetto ad una usura continua.
L’analista, scriveva Freud prima di morire, dovrebbe sottoporre sé stesso ad una verifica seria, a volte ad un nuovo trattamento ogni cinque anni. Soprattutto dovrebbe accettare l’idea di discutere i casi che lo mettono in difficoltà con un supervisore.
Osservato da questo punto di vista, il fallimento di tante psicoterapie deve essere considerato, come il risultato di una cattiva pratica della psicoterapia. Il che pone problemi complessi, ovviamente, in tema di protezione dell’utente da parte degli ordini professionali e dalle scuole di terapia prima di tutto e da parte di giudici, in secondo luogo capaci di intervenire in tempi reali successivamente: come comincia da accadere nei paesi in cui una cultura giuridica più moderna comincia a far pesare su chi li commette gli errori collegati al cattivo esercizio di una attività terapeutica.
Per ciò che riguarda l’età, infine, si tratta solo di un problema di scelta del tipo di lavoro terapeutico più adatto all’età più avanzata. Di tipo sistemico e relazionale, attento insieme alla storia e ai contesti attuali, ma soprattutto alle implicazioni soggettive dei cambiamenti cui si deve far fronte aiutando chi sta male ad affrontare la realtà, i limiti cui essa lo costringe, le risorse di cui egli comunque dispone

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