Per chi non ha dimenticato che si può dire «I care»- l’Unità 11.11.02

Per chi non ha dimenticato che si può dire «I care»- l’Unità 11.11.02

Novembre 11, 2002 2001-2010 0

Certo che l’impegno politico-sociale oggi appare coperto da quel disincanto che la sinistra sudamericana tanto conosce; d’altra parte, invece, circolano dati confortanti sulle associazioni di volontariato. Sembra quindi che in crisi sia la politica, e nella politica una politica di sinistra.
La sinistra sembra parcellizzare gli impegni quasi a copiare la struttura del volontariato, solo che non ha la militanza sufficiente ad essere compiutamente presente in tanti settori. Ed allora come si fa a delineare una politica per tanti settori, si consimili, ma tanti? Pensiamo solo a quelli che interessano questa rubrica, carceri, droga, riabilitazione, psichiatria, adozioni, affidamento, scuola, ospedali, etc. La sinistra deve avere una visione di fondo, un tappeto, un bordone, che sia comprensibile a tutti, semplice, condivisibile, e che affronti anche i grandi temi della vita, della morte, della felicità, pur non straripando nei campi della filosofia e della spiritualità.
Chiedo il suo parere sulla piccola stagione dell’«I care» ripreso da Veltroni all’epoca del suo impegno con la segreteria dei Ds. Che fine ha fatto quella proposta, quella riflessione? Fu davvero solamente uno slogan? Eppure ci si arrivò dopo un grande impegno in Africa, con l’adesione di tanta gente. Perché le masse dei diessini non si sono entusiasmati da una proposta che avrebbe finalmente contribuito a dare una linea antisegregazionista unitaria al più grande partito della sinistra (in grado così di rapportarsi più
semplicemente con la societàed il mondo cattolico?) Era davvero solo una grande idea di Veltroni?
Rolando Proietti Mancini,
Roma

Una dimostrazione evidente di quello che scrivi mi pare si sia avuta in questi giorni a Firenze. Una marea di persone che dice cose giuste, di senso comune, una cultura politica che dà del terrorista a chi le dice (da destra) o approva con timidezza (da sinistra), senza riuscire a dare sbocchi concreti a quello che viene detto.
Un dibattito, sui media, che si occupa quasi soltanto di una presunta illegittimità (la Fallaci che chiama i
fiorentini ad opporsi ai manifestanti nel modo in cui si opposero nel 1922 al fascismo) o pericolosità (il
Presidente del Consiglio, i suoi ministri, la sua maggioranza e molti altri, a destra e, purtroppo, anche a
sinistra, che continuano a definire Firenze una sede «non adatta», o «ad alto rischio») del Social Forum.
Senza sentire il bisogno, mai o quasi mai, di entrare in un dibattito sui contenuti: sulle cose, a mio avviso
in gran parte giuste, che vengono dette.
Quella che sembra chiara, in questa incapacità complessiva di accettare una discussione seria sui contenuti intorno a cui la manifestazione di Firenze ha tentato di strutturarsi, è la difficoltà grave, per gli uomini politici di oggi, di proporre alla gente (e, dunque, ai loro elettori) il rapporto che c’è fra i grandi temi della politica mondiale e il teatrino quotidiano della politica. Fra le votazioni sulla finanziaria e la fame nel mondo, fra la guerra ai giudici e l’avidità distruttiva delle multinazionali, fra la guerra che incombe su tutti noi e l’invio degli alpini in Afghanistan.
Scegliendo il motto «I care» per la sua iniziativa politica, tu lo segnali giustamente, Veltroni aveva fatto uno sforzo serio in questa direzione. La facilità con cui di questo motto e di questa tematica ci si è dimenticati, tuttavia, significa che il passo in avanti di allora è stato seguito, anche a sinistra, dal passo indietro di oggi. Riproponendo il grande quesito di chi vive male, oggi, perfino la possibilità (o il dovere) di esprimere con un voto la sua esigenza di cambiamento, il suo desiderio
di un mondo più giusto: come ben dimostrato, mi pare, dalle cifre relative all’astensionismo.
Ha scritto giovedì 7 novembre su questo giornale Furio Colombo che lo scontro alla base di quello che sta accadendo nel mondo è, alla fine, uno scontro di idee. Celebrando «la razionalità dell’interesse personale contro l’impulso delle tendenze altruistiche» l’Occidente ricco e la pratica delle sue iniziative politiche quotidiane sostengono che lo sviluppo capitalistico ha coinciso con un progresso enorme dell’intero pianeta. Chi si pone sull’altro fronte angosciosamente si chiede tuttavia, nel momento in cui queste idee vengono espresse, quale sia il loro rapporto con la democrazia e la libertà dell’individuo. Perché quello che risulta comunque, da Marx in poi, è che lo sviluppo fondato su logiche solo economiche, non trattenuto e orientato da vincoli di tipo solidaristico, uccide e stritola milioni (e oggi, forse, miliardi) di persone che non faranno in tempo a vederne, se mai ci saranno, i risultati o a goderne, se mai ci saranno, i frutti. Trascinando con loro, nella loro catastrofe personale, le generazioni che vengono dopo perché uno dei pochi dati certi della ricerca psicologica e psichiatrica di oggi è quella per cui la trasmissione ai figli del dolore, delle emozioni e della follia non è legata tanto ai geni quanto alla capacità di star bene con noi stessi, di amare e di rispettare, con noi, le persone che amiamo. Come è assai difficile che facciano, purtroppo, persone stritolate ed uccise da un meccanismo che si basa tutto sulla razionalità dell’interesse personale di un altro. Sulla logica, cioè, di colui che è semplicemente più forte.
Credo sia interessante riflettere, da questo punto di vista, sul modo in cui le due grandi forze che hanno segnato la storia dell’umanità nel corso degli ultimi duecento anni, quella legata allo sviluppo del capitale e della libera iniziativa e quella legata alla crescita delle aspirazioni alla libertà personale di tutti, alla solidarietà e alla democrazia, siano in campo, ancora oggi, su fronti sostanzialmente opposti. Proponendo esigenze difficilmente conciliabili. Continuando ad alimentare, come un grande fiume sotterraneo, il
dibattito politico sul futuro che ci aspetta tutti. Riportandoci alla necessità di condividere tutta la complessità del problema alla base, oggi, di una difficoltà solo in parte nuova della sinistra.
Eravamo nel 1969, l’anno che seguì l’utopia del maggio francese e della primavera di Praga. Lavoravo, con un collettivo di medici, in una borgata romana che oggi non c’è più, Prato Rotondo, alla periferia orientale della città, nella zona del Tufello. Una cerchia di case in muratura e, al suo interno, baracche in lamiera. Mancanza di acqua e di fogne, poca energia elettrica, una spaventosa miseria materiale e morale di immigrati recenti che venivano, allora, dal Sud del nostro stesso paese.
Un lavoro con i bambini, sulla salute dei bambini che ci faceva toccare con mano la gravità inaccessibile e,
alla fine, misteriosa del divario fra la ricchezza della città cresciuta intorno al boom economico, celebrata dai films di Fellini, e la disumanità sciatta delle sue periferie. E la delusione, su cui tanto spesso ho riflettuto da allora, cui mi trovai esposto quando il direttivo della sezione Pci del Tufello rifiutò di partecipare alle iniziative del gruppo «in cui c’erano, diceva, troppi estremisti e che si occupava di problemi propri non del proletariato ma del sottoproletariato e che non erano oggetto di interesse attivo, dunque, da parte della sezione». Su una linea di dibattito simile, in fondo, a quella che tanti disastri ha provocato nella Russia rivoluzionaria di Lenin o di Stalin o a quella su cui ancora tanto ci si divide oggi, nel momento in cui gli immigrati non parlano più la nostra lingua e vengono da paesi lontani. Ha ancora un senso, a sinistra, l’idea per cui quelli che debbono unirsi sono i proletari di tutto il mondo? Ha ancora senso per noi, orgogliosi oggi di essere cittadini europei, l’idea per cui la solidarietà, religiosa o politica, postula e chiede di praticare prima di tutto l’internazionalismo? Non è questo forse, oggi, il punto nodale su cui continuano a dividersi due anime della sinistra, quella legata alla proposta del Social Forum di Firenze e quella legata allo sviluppo di una opposizione a Berlusconi e alla cosiddetta Casa delle Libertà?
Se questo è il punto, tuttavia, quello che dovremmo riuscire a cercare e ad utilizzare politicamente è il legame che va ristabilito fra queste due anime. Accettando l’idea per cui persone che credono tutte in un mondo migliore basato sulla solidarietà e sull’«I care» di Veltroni possono muoversi su linee che sono
diverse ma, nel tempo, convergenti e reciprocamente necessarie. Perché i governi di sinistra o di centro-sinistra sono comunque più vicini alle esigenze prospettate oggi, in piazza, del Social Forum e perché le sinistre non arriveranno o non torneranno mai davvero al governo se non saranno capaci di dare ascolto sul serio a queste esigenze. L’esito dello scontro politico in atto tra Ulivo e Casa delle Libertà non è e non
può essere irrilevante per i manifestanti di Firenze e per le loro idee, voglio dire, al modo in cui i manifestanti di Firenze e le loro idee sono fondamentali per la costruzione di quel blocco politico, culturale e sociale su cui il centro-sinistra può fondare la sua speranza di vincere le elezioni e di governare bene. Meglio, magari, di quello che ha fatto in passato quando con troppa diffidenza guardava (come la sezione del Tufello nel 1969) ai movimenti e allo spontaneismo del volontariato.
Tornando all’«I care» di Veltroni, labrevità del tempo in cui se ne è parlato dipende dal fatto per cui, quando Veltroni ne parlò, i tempi non erano maturi: né da una parte, né dall’altra. Auspicio di qualcosa
che a un certo punto dovrà pur accadere se riusciremo, tutti insieme, a far sì che ciò accada, una battaglia
politica basata sull’«I care» presuppone un dialogo ed un’alleanza che allora non c’erano. Di cui tanti come te avvertono oggi l’esigenza. Da costruire con un lavoro umile, paziente, difficile di mediazione e di
ragionamento. Cominciando, magari, proprio da qui, da un Social Forum che si è tenuto a Firenze sulla base di una scelta (coraggiosa) di uomini politici che credono ancora nel futuro della sinistra.

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