Piero, la normalità difficile di chi vive secondo coscienza-l’Unità 15.10.01

Piero, la normalità difficile di chi vive secondo coscienza-l’Unità 15.10.01

Ottobre 15, 2001 2001-2010 0

Caro Cancrini,
quel che vorrei chiederti, da psichiatra, è un’opinione su quello che sta accadendo. Quelle che scendono in campo nel momento in cui si mettono in moto crisi come questa sono anche delle patologie personali. Kamikaze e talebani, Bin Laden e guerrafondai occidentali sono persone normali? È normale passare ore, giorno dopo giorno,a guardare in Tv le torri che crollano? È normale marcette come colonna sonora per i servizi che spiegano il funzionamento dei missili e delle armi destinate a far vincere la guerra contro il male? La cosa meno normale, forse, è il bisogno di nascondersi e di tacere che provo di fronte a tutto questo. La vita e la storia vanno avanti, far finta di niente non è possibile e non è giusto. Tu che ne pensi?
Maurizio Nelli, Milano

C’ è una canzone di De André, la guerra di Piero, in cui si parla di un uomo che si trova ad andare in querra. Riflette, chiedendosi, perché si trova lì, che cosa sta facendo.
Incontra un altro uomo che aveva «il suo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore».
Non prova odio, il Piero della canzone, non sente la voglia di colpire l’altro. L’altro ha paura di Piero, tuttavia, e spara. E muore Piero «senza un lamento». E mi sono sempre domandato,io, chi è normale dei due, Piero che riflette o l’altro che ha paura. Perché di due concezioni della normalità si tratta, in fondo: legata, l’una, all’idea per cui normale, intelligente è colui che si adatta alle circostanze e legata, l’altra all’idea per cui normale è colui che tenta di adeguare il suo comportamento al suo sentire profondo, alle cose in cui crede e che ritiene giuste: anche se è lui il primo a pagare poi, il suo bisogno di essere coerente.
Dobbiamo partire da qui, credo, per dare una risposta al suo quesito. Perché queste due concezioni della normalità attraversano e dividono, oltre che la coscienza dell’uomo, anche la psichiatria. Proponendoci l’esistenza di due ipotesi diverse (e per molti versi opposte) sulla normalità, e, dunque sulla salute mentale. Perché normale è, per molti psichiatri che fanno coincidere normale con più frequente e meglio adattato al contesto, l’uomo che non presenta sintomi, che si comporta come la maggior parte dei suoi
simili in un insieme dato di circostanze. Normale invece è per altri l’uomo che raggiunge livelli di maturità personale che gli consentono di mantenere un distacco critico dalle situazioni e dalle emozioni che queste suscitano in lui. Sfidando, quanto è necessario, l’opinione comune. Sostenendo, quando è giusto che sia così, il peso della solitudine.
Le vicende dei grandi gruppi di cui l’uomo fa parte, le passioni della storia e le guerre, propagano scenari utili a capire perché la seconda ipotesi sia probabilmente quella giusta. Normale, nella Germania nazista era secondo la prima delle nostre ipotesi la persona che credeva in Hitler e nel primato della razza ariana: in buona fede, spesso, esaltandosi e riconoscendosi nelle parole di quello che la storia avrebbe definito, più tardi, un pazzo criminale. Mentre dobbiamo ricorrere al secondo concetto di normalità per ritenere normale colui che, al tempo, manteneva un distacco critico, riusciva a vedere al di là della propaganda, e riconosceva il suo falso delle argomentazioni a favore di una guerra assurda.
Normali in quanto più frequenti, contenti e bene adattati al loro contesto erano infatti solo i nazisti.
La lunga premessa era necessaria per rispondere alla prima domanda del nostro lettore. Talebani, kamikaze e guerrafondai sono normali, probabilmente se considerati all’interno del gruppo di cui fanno parte. Sono pazzi o, almeno, anormali se valutati col metro di un ragionamento più maturo.
Perché questo ci viene detto oggi da chi si è occupato con serietà di vicende dei grandi gruppi in situazione di crisi. Crisi del grande gruppo e/o dell’istituzione è secondo Kenberg, la fase di rivolgimenti e dimensioni che si determinano quando si diffonde fra i loro membri la percezione di una non rispondenza
alle finalità dichiarate delle azioni concrete del gruppo: quando si aprono contraddizioni evidenti insomma, fra i principi su cui il gruppo si fonda (dichiara di fondarsi) e i fatti che in esso si verificano. Vanno con grande facilità al potere in condizioni di questo tipo, personalità gravemente disturbate, di tipo paranoico (come Hitler e Stalin) narcisistico (Mussolini) o francamente border-line (Sukarno) che catalizzano, attivandoli, processi di pensiero estremamente primitivo in grandi masse di persone.
Sono processi che rinforzano la posizione del capo e che lo condizionano nello stesso tempo, spingendolo verso posizioni sempre più estreme. Tempi di Ss e di arditi, di kamikaze e di uomini comunque pronti a tutto, quelli che vengono sono tempi che propongono nuove gerarchie, nuovi ordini, sociali, nuove idee sulla normalità ed una spaventosa sovrapposizione di follia, più o meno collettiva e partecipata. Propagandosi rapidamente, e forse ineluttabilmente, ai nemici, veri o presunti che tentano di fare le scelte di Piero.
Il sentimento più normale in queste condizioni è probabilmente quello proposto dal lettore. Come il desiderio di nascondersi edi non fare nulla. Qualcun’altro prega. Qualcun’altro tenta nel suo piccolo di agire secondo coscienza. Guardando senza capire e con molta tristezza i movimenti decisivi di chi si sente sicuro di far bene e di pensare giusto.
Normalità, forse, a volte, è lo smarrimento. Ad esso si rivolgeva forse Brecht con la sua ode del dubbio.

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