Quando la guerra non entusiasma i popoli- l’Unità 24.02.03

Quando la guerra non entusiasma i popoli- l’Unità 24.02.03

Febbraio 24, 2003 2001-2010 0

Caro Cancrini,
sono molti quelli che insistono, in questi giorni, sul rischio di una divisione fra Usa ed Europa. Mario Pirani su La Repubblica ha scritto che l’Europa non ha vissuto l’11 settembre e che è difficile non capire il dramma di chi invece lo ha vissuto. La grandiosità delle manifestazioni per la pace che si sono avute in questi giorni soprattutto in Europa chiede, mi pare, una riflessione un po’ più accurata.
Tu che ne pensi?
Carla Bianchi

Le ragioni per cui si fa una guerra sono sempre state di due ordini: di facciata, utili per giustificarla, volte soprattutto a creare lo stato d’animo necessario per sostenere il peso o la vergogna e di sostanza, difficili da capire al momento e chiare soprattutto dopo, allo storico che le ricostruisce. Così accadeva al tempo delle crociate quando la causa apparente era religiosa (il nemico orrendo vestiva i panni del turco infedele) e la causa reale riguardava il controllo dei commerci. Così accadeva al tempo dei re e delle conquiste quando la causa apparente era ancora di tipo religioso (protestanti e cattolici, quaccheri e calvinisti) e quella reale riguardava la distribuzione del potere in Europa. Così è accaduto ancora a lungo nel corso degli ultimi due secoli quando le nazioni forti dell’Occidente parlavano di una diffusione delle (loro) civiltà e si disputavano mercati e risorse di quelle che un tempo erano le colonie. Così è stato ancora chiaro e testimoniato con chiarezza dagli strateghi del Fuhrer e di Mussolini che utilizzavano la
«propaganda» come strumento di mobilitazione delle masse. In Abissinia ed in Europa, in Grecia e in
Russia. All’interno di uno scontro con quelli che erano i pacifisti di allora (i socialisti più che i cattolici nel corso del ventesimo secolo) palesemente impari per la debolezza relativa di chi cercava di parlare, allora, la voce della ragione e del dialogo. Perché l’atteggiamento più diffuso tra la gente era ancora, allora, quello favorevole alla soluzione dei conflitti attraverso l’uso della forza e perché le idealizzazioni su cui si strutturava il processo di crescita del bambino e dell’adolescente erano ancora in prevalenza (ero bambino anch’io negli anni ’40) il soldato e l’eroe, la patria e la capacità di combattere.
Sta in questo tipo di atteggiamento, caratteristico delle culture chiuse che possono sempre vedere con facilità il nemico nell’altro di cui non conoscono e non capiscono i discorsi e le scelte, la ragione più semplice, a mio avviso, della facilità con cui questo tipo di imbroglio ha funzionato. Il fatto che la gente, o una maggioranza comunque consistente delle persone, abbia sempre creduto al fatto che una certa guerra era giusta e che i pacifisti siano sempre stati, in un modo o nell’altro, minoranza dipendeva dal modo in cui la guerra era considerata naturale inevitabile e perfino bella. Anche se c’erano le madri e le donne in genere a piangere il dolore che le aspettava quando la patria (o il re o l’imperatore) chiamava a raccolta i loro uomini contro i suoi (i loro) nemici. Per difendere anche loro, diceva, da quella che sarebbe stata la violenza del nemico vittorioso.
Il modo in cui la gente sta reagendo un po’ dappertutto in Europa all’idea della guerra contro il «mostro» Saddam dimostra semplicemente che questo tipo di argomento di facciata da noi non regge più. Quello
che nessuno dei leaders politici e militari europei pensa più di poter fare oggi, infatti, è di entusiasmare
il suo popolo (o una sua maggioranza consistente) intorno all’idea di una guerra cui egli sente sempre di
doversi, in qualche modo, dichiarare contrario. Di cui deve dimostrare, se proprio ha intenzione di farla, che è ineluttabile, che non dipende da lui, che viene imposta da circostanze esterne: in paesi, bada bene,
che parlando di guerra, oggi, non debbono affrontare neppure il pianto delle donne. Perché non ci sono
soldati da mandare al fronte e perché non c’è da pensare seriamente, neppure per un attimo, al fatto che
il nemico di cui si parla ora (i serbi, gli afgani o gli iraqueni) possa davvero minacciare la nostra città o la
nostra vita.
Il cambiamento è enorme, dunque. Ed è giusto prenderne atto ragionando sui fattori che l’hanno determinato: dalla coscienza diffusa della relatività dei valori cui ci si ispirava quando si voleva una guerra al sentimento, altrettanto diffuso e forte, del fatto che facciamo parte tutti della stessa famiglia umana; dal venir meno dell’idea per cui esistono razze inferiori e dalla diffidenza verso tutte le spiegazioni troppo semplici; dalla crescita della fiducia nella democrazia alla accettazione, sempre più naturale, dell’idea per cui il mondo è di tutti. Sono soprattutto queste, credo, le indicazioni che dobbiamo trarre dalla grandiosità delle manifestazioni per la pace e del successo politico che esse hanno ottenuto in Europa. Costringendo tutti (ed anche Aznar, Blair e Berlusconi) a prendere atto del fatto per cui mettersi troppo decisamente sulla scia di Bush non avrebbe portato loro né consenso né voti e consentendo ad una sinistra ovunque in difficoltà di ricompattarsi su temi che l’avevano in precedenza ferita e divisa.
Assai diverso è, mi pare, il modo di pensare e di reagire di molti americani. Furio Colombo ha scritto su
questo giornale che molti di loro non si riconoscono nelle folle in divisa che acclamano Bush e molti di
loro hanno partecipato in effetti a manifestazioni per la pace. Quello che a me sembra importante, però, è che ancora molti americani ritengono naturale e legittimo l’uso della forza per risolvere i problemi politici del mondo: permettendo, a chi si muove come Bush, di pensare a dei vantaggi elettorali. E c’è un legame
profondo, credo, fra questo tipo di atteggiamento e quello di chi si batte per mantenere libera la vendita
delle armi e possibile la pena di morte. All’interno di una cultura il cui valore fondamentale resta quell’uomo che deve fare, da solo se occorre, quello che sembra giusto a lui.
Nel West dei cowboys o nel Medio Oriente degli strateghi del Pentagono.
Tornando al nostro discorso iniziale sulle ragioni della guerra, il problema è che in troppi oggi, in Europa, sanno che la guerra voluta da Bush è una guerra che non ha niente a che fare né con la lotta al terrorismo né con la difesa della democrazia. Guardata da lontano, in una prospettiva storica, è una guerra coloniale destinata al controllo di territori importanti per le loro risorse di petrolio e per la loro posizione geografica. Corrisponde al bisogno di una superpotenza che vuole togliere all’Onu il ruolo di garante dell’ordine mondiale e che ritiene di poter raggiungere questo obiettivo solo rinforzando il suo controllo su quelli che ritiene i punti strategici dell’economia e della politica mondiale.
Guardata da questo punto di vista, quello che viene perseguito dall’amministrazione Bush è un nuovo tipo di ordine mondiale. Il fatto che siano tanti gli europei che se ne rendono conto apre una frattura assai più profonda di quella legata alla diversità delle reazioni emotive destate dall’attentato dell’11 settembre.

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