Quello strano smarrimento di fronte alla violenza nel mondo- l’Unità 31.03.03

Quello strano smarrimento di fronte alla violenza nel mondo- l’Unità 31.03.03

Marzo 31, 2003 2001-2010 0

Caro Luigi,
nel mondo della comunicazione, mi chiedo, dove c’è una forte disparità fra i detentori dei mezzi di comunicazione di massa e noi siamo quelli che sono nettamente svantaggiati, che possibilità abbiamo di fare opinione e di comunicare la nostra visione della vita, di fare contro informazione. Come possiamo far valere il nostro diritto all’informazione?
Mi ricordo quando nacquero le radio locali, le chiamavamo radio libere, e se ora facessimo delle televisioni satellitari?
Ma ora come all’epoca il «partito» non si pone il problema. Le sezioni si sono vuotate perché non si sono favorite, per comunicare o convocare una riunione non si usa neanche internet. La «sinistra» non riesce a
parlare alla gente. Il movimento sta riempiendo in qualche modo questo vuoto lasciato dai partiti: da Napoli a Genova, da Firenze a Cosenza a Roma.
Noi che non abbiamo accesso ai Vespa, Costanzo o Ferrara, possiamo fare opinione anche con le bandiere della pace fuori dalle finestre o magari listandoci a lutto nel caso Bush scarichi la sua potenza di fuoco sull’Iraq. Intanto la «sinistra» tace e facilita il lavoro ai mistificatori e ai manipolatori della verità.
So bene che la Francia, la Germania e la Russia non sono dei santi e dei difensori dei diritti civili. Il bene e il male non sono divisi in modo così chiaro o sono diritto esclusivo di qualcuno. Bastassero i confini, i credo religiosi o il colore della pelle per distinguere i buoni dai cattivi. Intanto che si fa per fornire elementi informativi alle persone affinché si creino il loro giudizio critico? Perché gli Usa sono disponibili a distruggere l’Onu, quanto temono che possa contare veramente, che riesca a far rispettare le proprie risoluzioni a tutti, magari anche a Israele. Possibile che Cuba fa ancora paura agli Usa?
Vogliamo parlare della ricetta del Fmi, controllato dall’America, che ha portato alla rovina l’Argentina, dove per la prima volta nella sua storia ha i bambini che muoiono di denutrizione.
Vogliamo parlare della lotta al terrorismo internazionale, nonostante la guerra all’Afghanistan non mi pare che Bin Laden sia stato catturato e a nessuno interessa qualcosa delle libertà delle donne afghane. Interessa forse di più il controllo dei mercati e delle fonti energetiche? Non sono state sempre queste le ragioni di ogniguerra? Quanto spaventa l’America un’Europa unita e forte, con una moneta che possa contrastare il dollaro? Allora si porranno problemi seri, ma di ciò non trovo traccia nei dibattiti della sinistra.
Qualcuno parla della formazione dei prezzi al consumo e di quanto ci guadagnano i mercanti occidentali?
Quanti sanno ad esempio che in quest’ultimo anno il prezzo del caffè alla produzione si è abbattuto del
40% ma nei nostri supermercati e nei bar è aumentato? Per contro alimentiamo le paure della gente, l’ansia e l’incertezza per il futuro e non ci rimane che trovare un nemico esterno per attribuirgli le nostre colpe e avere una valvola di sfogo.
La sinistra faccia le sue autocritiche ma esca allo scoperto, non abbia paura di gridare la sua contrarietà alla guerra, alla follia dell’attacco preventivo. Perché dice che sbagliano coloro che occupano i binari dei treni per rallentare la marcia dei carri armati, fanno scudo umano in territorio italiano per impedire un massacro in Iraq, in modo del tutto pacifico e civile.
Ma quali altri strumenti abbiamo per far sentire la nostra voce, prima di piangere i nostri morti, sapendo che il bene e il male si nasconde e si confonde fra i popoli?
Claudio Zaccari

Caro Claudio,
lo smarrimento che tu proponi è lo smarrimento di molti. Siamo tutti a corto di parole, in effetti, di fronte alla violenza che si sta scatenando nel mondo e alla violenza delle parole e dei non detti con cui si tenta di giustificarla. Quello da cui ci si sente travolti è un sentimento di impotenza, un sentimento di avere ragione e di non contare nulla. Avvolgersi nella bandiera della pace andando per strada può essere perfino un modo di consolarsi, in queste condizioni, come faceva Linus con la sua coperta. Guardarsi intorno per vedere altri che pensano e sentono come noi, che si avvolgono nella stessa bandiera, è un modo di pizzicottarsi, forse, per verificare che non siamo in un sogno, per svegliarsi dall’incubo in cui ci sentiamo immersi.
In tanta confusione, quello che mi accade di fare, è seguire la guerra e le reazioni alla guerra attraverso gli atteggiamenti, le espressioni e i silenzi di una figlia che ha otto anni. Che continua a contare da alcune settimane le bandiere esposte alle finestre: divertita ed eccitata all’inizio, incerta, ripetitiva e malinconica poi. Che mi chiede di non guardare più il telegiornale perché tutto ormai è stato inutile, la guerra è stata iniziata e niente serve più a nulla. Che niente vuol più sapere di quello che accade e si rifugia nei suoi cartoni animati e nei suoi giochi. Cui niente viene più proposto della guerra, ovviamente, e che ieri ha trovato un momento di allegria in macchina, tornando da un luna park, giocando di nuovo con una sua bandiera arcobaleno. Che niente chiede più da quando l’attacco è cominciato (anche se nulla le si nasconderebbe se chiedesse) e che improvvisamente ha preso, però, a svegliarsi di notte, paura dei serpenti e dell’ignoto.
La cosa che con più chiarezza mi è parso di capire (di apprendere da lei e dalle sue reazioni) è la profondità del convincimento con cui tanti bambini di oggi sentono che la pace è il più importante fra tutti i valori che vengono proposti loro dal mondo adulto.
Pace fra uomini (e bambini) di razze diverse perché i bambini del mondo desiderano tutti la stessa cosa, possono giocare insieme gli stessi giochi, si entusiasmano e si divertono sugli stessi personaggi.
Pace fra l’uomo (il bambino) e la natura, come continuamente ed efficacemente proposto dai cartoni di Walt Disney o da quelli di Spielberg (l’America propone e produce anche o soprattutto questo oltre alle bombe di Bush). Pace e amicizia anche con gli extraterrestri, se esistessero davvero, fondata (l’E.T. di qualche anno fa) su un incontro fra bambini visti e sentiti, da loro e nell’immaginario collettivo, come incredibilmente più adulti dei loro adulti reali. Incapaci di credere (come il padre dei bambini inglesi che volano con Peter Pan verso l’Isola che non c’è) che la soluzione dei problemi possa (debba) essere cercata nella creatività della fantasia invece che nella povertà delle analisi troppo realistiche.
Quello che tento di suggerire, proponendoti tutte queste riflessioni solo apparentemente caotiche è un concetto semplice. Quello per cui ciò che manca, a mio avviso, alla sinistra di oggi, quello di cui tu segnali il bisogno, è soprattutto la capacità di fondare il proprio progetto politico sull’utopia. La sua tendenza ad essere troppo razionale e troppo centrata sulla realtà così come è oggi, sui rapporti di forza costituiti, sull’idea per cui quello da cui bisogna partire comunque è il mondo così come è oggi. Proponendo (decidendo per conto terzi) che razionalizzarlo è possibile, cambiarlo no. Più ci penso e più credo, caro Claudio, che gli uomini si mobilitano solo e sempre intorno ai sogni, che le mediazioni vengono naturalmente solo in una fase successiva, che nulla sarebbe accaduto di tutto quello che di buono e di straordinario negli ultimi duecento anni, dal tempo della rivoluzione che spazzò via l’idea per cui una distribuzione ingiusta del potere e delle ricchezze era voluta direttamente da Dio, se non ci fossero stati, nel corso di questi ultimi duecento anni, uomini e donne capaci di vivere e di morire intorno ad una utopia. Il problema, da questo punto di vista, non è solo o tanto un problema di esercizio del potere nei salotti televisivi. È anche, ed a mio avviso essenzialmente, un problema di contenuti, di cose in cui sia possibile credere anche quando si hanno otto anni. Con semplicità e con entusiasmo.
Mobilitarsi intorno all’idea dellacpace mettendo in campo una bandiera colorata con i colori dell’arcobaleno è da questo punto di vista, un passo avanti di importanza essenziale. Ho passato tanti anni della mia vita entusiasmandomi di fronte allo sventolare delle bandiere rosse. Ho amat profondamente il partito e i compagni, le lotte in cui con loro mi sono impegnato e gli ideali di giustizia in cui con loro ho creduto. Quello che sento oggi è che, ammainate dopo la caduta del muro di Berlino, le bandiere rosse hanno ora un valore di testimonianza storica ma parlano poco di futuro. Futuro è il modo nuovo in cui movimenti di ispirazione diversa di cui quelle storicamente legate al movimento operaio sono solo una parte stanno cominciando a costruire una utopia nuova legata all’idea di uno sviluppo armonico del pianeta, al rispetto del diritto di tutti, alla pace come valore assoluto, come condizione preliminare per ogni tipo di progresso compatibile con il benessere dell’umanità e con la salute mentale di ognuno di noi.
C’è un filo rosso di ragionamento che lega fra loro i discorsi che vengono da Porto Alegre con i valori dei pacifisti di oggi, la difesa delle foreste in Amazzonia e l’avversione all’uso delle bombe in Iraq. Fatto straordinario e nuovissimo, questo tipo di ragionamento non si riconosce in uno schieramento politico definito e riconoscibile, non propone logiche di appartenenza. Apre simbolicamente, dispiegando un arcobaleno di posizioni, a tutti quelli che credono in un futuro che valga la pena davvero di desiderare dal profondo del cuore. Anche se hanno solo otto anni.
Dobbiamo partire da qui, credo, per ragionare anche su quelle che sono state le sconfitte di questi ultimi anni. Abbiamo, credo, ragionato e mediato troppo nelle fasi in cui avevamo più potere per decidere. Avremmo avuto bisogno, credo, di più coraggio, di più fantasia, di più impazienza, di più ascolto dei suggerimenti dei bambini.
Quelli che ci propongono adesso, forti della loro delusione e della loro tristezza, la strada da imboccare nei giorni difficili che ci aspettano. In Iraq e da noi

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