Schiavi dell’alcool schiavi dei nostri desideri- l’Unità 01.09.03

Schiavi dell’alcool schiavi dei nostri desideri- l’Unità 01.09.03

Settembre 1, 2003 2001-2010 0

Caro Cancrini,
chi ti scrive si chiama Elena, moglie e vedova di un alcolizzato. Ho letto 20 volte il tuo articolo e anche oggi nella mia rassegna che ho mandato su internet ho messo articoli sulla droga e alcool.
Mi ci vuole una vita per poterti raccontare la storia di mio marito, come ha vissuto, come è arrivato a
bere e come è morto. Gli alcolisti sono dei grandi bugiardi, ma sono delle persone che si alzano la mattina e ti accorgi che l’uomo che tu ami sta lì vicino a te. Ma verso la sera ti accorgi che ami un’altra persona… non lui. Venti anni di amore, venti anni di tenerezza, venti anni di solitudine. La società non li
vuole ma non fa niente per aiutarli, le forze politiche parlano ma non fanno niente… ora il mio amore
non c’è, mi manca molto, mi manca il suo sguardo, il suo dire «perché mi guardi che ho bevuto?».
Quando vado a casa cerco lui in giardino, se è cascato, e mi dico «ma lui è morto».
Quante cose potrei dire alla gente e aiutare gli altri come testimonianza di vita vissuta per ben venti anni…
Elena

Ho ragionato a lungo sul tema che tu proponi. In un libro che uscirà, credo, ad ottobre ho cercato di riassumerne il senso. Partendo da un titolo, Schiavo delle mie brame che vuole evidenziare da subito la scissione vissuta in prima persona che soffre di una dipendenza da alcool, da droga o da altro. Perché si diventa schiavi, in queste situazioni, di se stessi e di desideri (brame) che sorgono dall’interno. Contro cui si lotta al mattino, chiedendo aiuto, ed a cui si soccombe la sera diventando un altro. Un altro che non si vorrebbe essere e che tuttavia si è. Un altro in cui la persona non si esaurisce, però, perché reale almeno quanto la persona della sera è la persona del mattino. Come la tua lettera, peraltro, dice con grande chiarezza.
Non ho avuto modo di conoscere te né tuo marito e il mio discorso resterà inevitabilmente un discorso
sviluppato in termini generali. Quello che sappiamo sulle ragioni e sullo sviluppo di una condizione di
dipendenza, tuttavia, si verifica in modo abbastanza regolare nel singolo caso. Chi ha lavorato a lungo con questo tipo di pazienti, voglio dire, può sentirsi autorizzato, oggi, a fare qualche tipo di generalizzazione di cui tu valuterai, dall’interno di una esperienza quotidiana e concreta, l’attendibilità per ciò che riguarda il caso che è entrato con tanta forza nella tua vita.
Le ragioni per cui si diventa dipendenti da grandi, cara Elena, vanno cercate nell’infanzia. Non a livello
del Dna perché una patologia di questo tipo non è determinata geneticamente ma a livello delle esperienze cruciali che ognuno di noi compie nei primi anni di vita. Coerentemente con l’intuizione di
Freud, la personalità dell’essere umano si presenta, all’inizio, come una struttura estremamente flessibile che prende vita e forma sotto la pressione dei comportamenti di chi di lui si cura. Il che non vuol dire,
ovviamente, che non sia possibile ereditare alcuni aspetti temperamentali perché gli uomini non sono tutti uguali né dal punto di vista fisico né da quello psicologico. Il che vuol dire però che tutto sembra
indicare, ancora oggi, che quello che non si eredita ma si sviluppa in circostanze sfavorevoli è la patologia che complica questa diversità perché una esposizione prolungata e significativa a questo tipo di circostanze in fasi cruciali dello sviluppo (per ciò che riguarda la dipendenza, il periodo compreso, in particolare, fra i 18 e i 30 mesi di vita e, più tardi, i passaggi decisivi della adolescenza e della preadolescenza) viene ritrovata regolarmente nella storia di chi poi psichicamente sta male e perché l’osservazione prospettica (bambini seguiti regolarmente fino al momento in cui diventano adulti) dimostra con straordinaria chiarezza che hanno problemi con le droghe e corrono rischi di dipendenza solo persone che hanno già segnalato la loro difficoltà molti anni prima. Reagendo, appunto, alle circostanze sfavorevoli di cui sopra.
L’implicazione più importante di questo discorso è ben collegata a quello che tu descrivi nella tua lettera. Quello che si affaccia dietro alla violenza estranea ed alla freddezza irraggiungibile della persona che dipende da una sostanza è il bambino sofferente di allora, quello che non è riuscito a crescere nel modo armonioso in cui avrebbe dovuto crescere. La scissione tra i due personaggi adulti, l’uomo della mattina e quello della sera, è l’eco naturale di quella di allora, l’immagine del bambino impotente e spaurito che si sovrappone all’immagine del bambino in collera che non ha la forza né la possibilità di reagire e batte la
testa contro il muro. Prendendosela con se stesso. È nel momento in cui senti che bere alcool altro non è che una ripetizione automatica di quel gesto, un modo di continuare disperatamente a farsi del male, che il tuo amore resiste anche alle conseguenze che l’alcool ha sul rapporto con te.
Dobbiamo fare ricorso ancora una volta a Freud, in effetti, per spiegare quello che succede in queste situazioni. Il bambino in collera, il bambino deprivato di affetto nel tempo in cui l’affetto è come l’acqua per la pianta che cresce. La collera vissuta contro gli adulti che non ci sono o che ci sono male lo terrorizza, infatti, perché si associa a tremende fantasie distruttive. Il farsi del male è, sin da allora, espressione del senso di colpa inconscio e della disperazione che a questo si collega. Quello che si mette in moto, insomma, è un meccanismo perverso, lontano dal controllo della coscienza, destinato ad influenzare pesantemente la vita dell’adulto.
Il problema si ripresenta in tutta la sua drammaticità, cara Elena, proprio nelle relazioni d’amore come è
accaduto probabilmente con te. è nel momento in cui la persona che ha dentro di sé un meccanismo di
questo tipo si innamora, infatti, che il meccanismo corre un rischio particolare di riattivarsi. Chi non è riuscito ad abbandonarsi con fiducia da piccolo in un rapporto affettivo profondo si porta dietro per tutta la vita un disperato bisogno di amore (che lo rende particolarmente tenero, piccolo e indifeso) e un’incapacità altrettanto disperata (e disperante) di viverlo in modo continuo e sereno nella realtà. Perché il sentirsi dentro ad un rapporto felice, il gustarne la dolcezza e la pienezza, il godersi l’esperienza straordinaria della fusione nelle emozioni e nei sentimenti dell’altro mettono in moto subito o quasi subito uno stato di allarme, una paura che ciò che si è avuto possa esserci improvvisamente e dolorosamente tolto. Quello che si mette in moto allora, nel momento, inevitabile per chi ama un altro, della paura di perderlo è il meccanismo della collera, delle fantasie distruttive e del senso di colpa.
Battere la testa contro il muro dell’alcool per farsi male diventa, in queste condizioni, un modo di tornare, ripetendola, sull’esperienza originaria del bambino. Un soggiacere, di nuovo, alle forze del meccanismo che si era costruito allora.
C’è una distanza enorme, a mio avviso, fra questo tipo di problemi e il pensare comune in tema di alcool e di droghe. Parlando di Stato e di interventi dello Stato, credo, quello cui dovremmo pensare è la possibilità di costruire un clima, nella formazione del medico e nell’immaginario collettivo, in cui ci si renda conto del fatto che il lavoro psicoterapeutico è necessario sempre, in queste condizioni. Inserire l’accesso alla psicoterapia fra i diritti di base della persona che sta male in questo modo, ugualmente, sarebbe necessario e opportuno.
Decisioni sagge di questo tipo e di questo livello chiederebbero, tuttavia, modificazioni profonde degli attuali equilibri politici. Quello che serve, credo, è una sorta di rinascimento: una capacità di mettere di
nuovo l’uomo, i suoi problemi e i suoi diritti di base al centro di un’attenzione tutta orientata, oggi, sui
consumi più o meno necessari, sulla frenesia di chi vuole avere e sperimentare tutto, su una sete crescente di potere e di successo. Dall’interno di dipendenze che assomigliano molto, a volte, a quelle di chi sta male con l’alcool. Con un problema in più, tuttavia: quello per cui chi ne soffre non se ne rende affatto conto.

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