Se il «bene» sono io e il «male» è sempre l’altro- l’Unità 17.02.03

Se il «bene» sono io e il «male» è sempre l’altro- l’Unità 17.02.03

Febbraio 17, 2003 2001-2010 0

Caro Cancrini,
quello che mi sembra sempre più evidente, nel linguaggio di tanti politici (Silvio Berlusconi e quelli cui
tanto piace scimmiottarlo) e di tanti telegiornali è un atteggiamento sempre più sprezzante nei confronti di quelli che vengono definiti «pacifisti».
In una intervista rilasciata a Il Messaggero da un cardinale importante, ugualmente, lo sforzo è stato quello di chiarire che il Papa oggi non è un pacifista come tanti altri ma un pacificatore e cioè un costruttore di pace.
Ne ho tratto la sgradevole impressione di uno stato d’animo sempre più incline a non considerare la guerra come un male in sé, da evitare a tutti i costi così come dice, mi sembrava d’aver capito, la Costituzione di questo paese.
Capisco male? Hai anche tu la stessa impressione?
Mauro Spano

Ho anche io la stessa impressione. Il pacifista inteso come persona che ripudia la guerra, che non vuole sentirne parlare, diventa di volta in volta oggi un idealista o un antiamericano,uno che non sta con i piedi per terra o che sventola la bandiera della pace all’interno di quella che sarebbe, nei fatti, una guerra ideologica. Battute e atteggiamenti di questo tipo sono (o sembrano) estremamente efficaci nel bloccare una discussione di merito sul problema concreto. Quella che si nasconde dietro queste battute e questi atteggiamenti, tuttavia, va esaminato con cura particolare. Per la facilità con cui si propagano fra la gente e per le conseguenze verso cui ci possono portare.
Il primo problema da affrontare è, in questa direzione, quello legato alla semplicità ed alla ubiquità del meccanismo difensivo basato sulla attribuzione ad un altro del ruolo di «nemico contro cui combattere». Si tratta, geneticamente, del primo dei meccanismi difensivi utilizzato dal bambino che si confronta con la sofferenza (Melanie Klein, che lo ha descritto per prima, ne colloca le prime manifestazioni intorno ai 4 mesi) ma si tratta soprattutto, nell’esperienza quotidiana, della soluzione più semplice per tutti i nostri problemi e per tutte le nostre contrarietà. L’alternativa alla «costruzione di un nemico da combattere» altro non è, infatti, che la ricostruzione serena delle ragioni alla base del conflitto e, soprattutto, della nostra parte di responsabilità nel suo determinarsi. Chiede maturità e pazienza. Si basa su un approfondimento attento delle circostanze in cui il conflitto si è determinato, degli equivoci di cui esso si è nutrito, delle ragioni che anche l’altro ha nel momento in cui prende una posizione che ci sembra ostile. «Chi è senza peccato scagli la prima pietra» dice Gesù nel Vangelo e lo stesso discorso verrebbe da fare oggi ai Bush, ai Blair e ai vari cavalieri dell’apocalisse che solcano i cieli di oggi convinti di essere e di potersi presentare come i campioni del bene chiamati ad estirpare il male del mondo. Dimenticando di averlo armato e voluto loro stessi questo che viene presentato il diavolo oggi (e che diavolo non era quando pagava in petrolio e in dollari ad americani e ad inglesi le armi chimiche con cui distruggeva i curdi) e nascondendo la loro difficoltà o paura di discutere serenamente dietro la convinzione urlata, basata su argomenti ogni volta diversi, alla base, da sempre, di tutte le guerre per cui loro sono il bene che si confronta con un male che sta altrove.
L’invito che nasce da questo tipo di considerazioni è, evidentemente, un invito centrato sul bisogno di considerare ingenue e sommarie tutte le affermazioni basate sulla distinzione netta fra ciò che è bene (io) e ciò che è male (l’altro) caratteristica di quello che in psicopatologia è il livello border line di funzionamento della mente dell’uomo che non sta bene, che non riesce a tenere i piedi nella realtà.
Quello che non dovremmo dimenticare quando ragioniamo di queste cose, tuttavia, è il fatto per cui purtroppo, questo invito ha poche speranze di essere accolto proprio da chi parla di guerra oggi perché
quando si funziona ad un livello border line e si distingue così nettamente il bene dal male, cattivi possono diventare subito tutti quelli che non si schierano dalla mia parte. Non c’è spazio alcuno per le mediazioni o per le obiezioni, infatti, per un pensiero che si sviluppa a questo livello e non per niente è difficile capire, in queste condizioni, perché i pacifisti diventino stupidi o cattivi nell’immaginario, nel pensiero e nel linguaggio di chi oggi si identifica con le ragioni della guerra a tutti i costi. Con l’Onu o
senza.
Due o tre cose vorrei aggiungere, malinconiche, in margine a questa tua lettera. Proponendoti con molta umiltà lo smarrimento e l’amarezza che provo, da essere umano, di fronte a quello che sembra ormai l’ineluttabile prepararsi di una guerra vera e propria. Con 500.000 morti nella popolazione irakena, secondo esperti dell’Onu, se la guerra si limiterà lì e se sarà, come i generali promettono, una guerra lampo (espressione già usata, mi pare, ai tempi di Hitler e dei suoi generali) e con molti milioni di morti e non solo in Iraq, invece, secondo le previsioni del buon senso se il sogno dei generali non si avvererà.
Per dire, prima di tutto, che avremmo molto bisogno, un bisogno urgente, di ragionare sui termini che usiamo. Parlando di terrorismo, ad esempio, tutte le volte che le violenze e le uccisioni sono opera di uomini non in divisa e dimenticando di chiederci se non erano ufficialmente dei terroristi, al tempo,
Mazzini e Oberdan, i fratelli Cairoli e i carbonari cui i vincitori che avevano le loro stesse idee dedicarono
strade, monumenti e piazze che ancora oggi frequentiamo e viviamo: considerando eroi e fondatori di un nuovo ordine quelli che allora buttavano bombe o organizzavano attentati contro il potere temporale del Papa e contro gli austriaci di Francesco Giuseppe. Tutto è spaventosamente relativo, in verità, e il problema di capire cosa c’è, oltre alla sua personale follia, dietro algesto di chi si uccide per un’idea resta un problema reale, da affrontare sul serio: tenendo conto sul serio di quelle che sono le ragioni reali del conflitto che divide i paesi ricchi dell’Occidente dal resto del mondo. Capace di spaccare il mondo di oggi e domani, magari, di farlo esplodere del tutto è il conflitto, infatti, non il sintomo (terrorismo) che da esso deriva e che dovrebbe solo renderlo evidente.
Per dire, in secondo luogo, che mai nella storia la pace è stata imposta con la forza semplicemente perché quella cui si deve arrivare, per costruire la pace, è una mediazione negoziata dei conflitti che il ricorso alla forza tende ad ignorare o a sottovalutare. Quando un conflitto esiste bisogna prendere atto delle ragioni che lo determinano e aprire un dialogo. Come oggi sta tentando di fare il Papa che non è solo, a mio avviso, un pacificatore (uno, cioè, che agisce per la pace) ma anche, inevitabilmente, un pacifista (uno, cioè, che crede nella pace). Convinto come me, come te e come tanti altri, che quelle che coincidono sono le vie della pace e quelle della ragione. Convinto come te, come noi e come tanti altri, che essere pacifisti oggi non significa in alcun modo far finta di niente o non intervenire ma solo impegnarsi seriamente su interventi diversi da quello di chi pensa alla guerra.
Alla fine, la storia in fondo lo insegna bene, il cammino delle idee è un cammino che riprende sempre. Al di là delle guerre che altro non rappresentano, in fondo, che una manifestazione regressiva dei grandi gruppi umani. Animata, guidata, voluta e condotta, oggi come ieri, da uomini gravemente disturbati e di levatura purtroppo sempre assai modesta.

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